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La Libia alla prova del nuovo governo

di Daniele Ruvinetti

La complessa situazione politica libica e il rischio crescente di una nuova instabilità. L’analisi di Daniele Ruvinetti

Hussein Eddeb / Shutterstock.com

La Libia è di nuovo in un cul de sac politico per uscire dal quale ha probabilmente bisogno di un aiuto esterno – dalle Nazioni Unite e dall'Unione europea per quanto possibile. Fathi Bashaga, che ha ricevuto l'incarico di guidare il governo attraverso la fiducia politica assegnatogli dalla Camera dei Rappresentanti, ha promesso di muoversi verso Tripoli appena sarà possibile. Ma questa possibilità potrebbe dipendere da quando e come l'attuale premier, Abdelhamid Dabaiba, deciderà di lasciare l'incarico.

Il rifiuto deriva dal fatto che Dabaiba è stato eletto secondo un processo guidato dall'Onu, e si sente per questo legittimato a restare al potere fin quando il suo mandato non sarà compiuto, ossia con le elezioni. Che però sono state per due volte rinviate – prima il 24 dicembre, data fissata in sede onusiana, e poi un mese dopo.

Tecnicamente l'incarico di Dabaiba sarebbe scaduto proprio a dicembre, ma lui sostiene che non è vincolato al tempo ma al raggiungimento dell'obiettivo elettorale, presidenziale e parlamentare. Voto su cui Bashaga vanta invece un accordo intralibico per la costruzione di una road map che da qui a tredici mesi possa portare i libici alle urne attraverso la costruzione di una legge elettorale e di una carta costituzionale.

L'impasse rischia di alimentare tensioni interne ed esterne in un Paese in cui certe diatribe si sono risolte in più occasioni col ricorso alle armi, anche in epoca recente. Condizione che ha fatto della Libia, una nazione ricca di petrolio e quindi tendenzialmente prospera, uno stato i cui cittadini soffrono problemi di carattere securitario e sociale gravati dalla stagnazione economica.

Bashagha, come da lui detto in un'intervista al Financial Times, pianifica di trasferirsi nella capitale nel modo più "pacifico possibile", insistendo sul fatto che il suo governo non sarà coinvolto in "alcuna violenza o conflitto". "Arriveremo a Tripoli nei prossimi giorni e non ci sarà un altro governo parallelo", ha aggiunto parlando col giornale inglese da Tobruk, dove ha sede la Camera dei Rappresentanti.

"Il motivo per cui non siamo ancora entrati a Tripoli è per evitare quello che lei ha sottolineato [il rischio di conflitto]", spiegava al giornalista, perché in effetti il rischio è che alcune delle milizie che in più di un'occasione hanno cambiato casacca nell'ultimo decennio, sfruttino il momento per i propri interessi. Interessi che ruotano sostanzialmente attorno alla volontà di evitare il processo di stabilizzazione perché è dal caos che potrebbero ottenere un giovamento.

La missione delle Nazioni Unite in Libia ha diffuso un comunicato in cui scrive di essere preoccupata per la mobilitazione di forze e il movimento di grandi convogli di gruppi armati da cui sarebbero seguiti un aumento delle tensioni a Tripoli e dintorni. Stephanie Williams, l'inviata dell'Onu, ha esortato alla moderazione. Si corre, come spesso accaduto in Libia, sul filo del rasoio. Francia, Italia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti hanno fatto eco alla posizione dell'Onu.

Parte dell'opposizione al governo di Bashagha è stata esacerbata a causa della sua alleanza "a sorpresa" con l'uomo forte di Bengasi, Khalifa Haftar, suo ex nemico. Dabaiba ha colto questo elemento per cercare di creare divisioni all'interno di Misurata, città-stato che da sempre ha fatto da protezione politica e militare ai governi onusiani, di cui sono originari il premier uscente e quello nominato. Divisioni che però sono difficili da immaginare visto il comportamento di solito compatto misuratino.

È evidente che la scelta di Bashaga sia stata pragmatica, frutto probabilmente di una consapevolezza che, senza intavolare un dialogo franco con la compagine haftariana, la stabilizzazione libica non è raggiungibile. E dunque, quello che manca ancora una volta è un allineamento tra Est e Ovest.

Dabaiba da parte sua ha l'appoggio di diverse milizie, un fattore che potrebbe impedire a Bashaga di entrare con la forza a Tripoli – oltre al fatto che farlo non manderebbe un bel segnale ai libici e al mondo – e poi quello della Banca centrale.

Più questa crisi si allunga nel tempo, più le questioni potrebbero complicarsi. Ci sono da considerare anche posizioni esterne, come quella dell’Egitto, che guarda con maggiore favore a Bashaga, e quella della Turchia, più su Dabaiba. Si tratta di un fattore di rischio ulteriore, perché al momento Ankara e il Cairo si parlano e non è possibile perdere questo contatto per l’acuirsi di un’impasse libica.

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