2025, l’anno dei corridoi: geografia, commercio e dominio della geoeconomia
L’anno appena concluso ha visto l’emergere di una serie di dinamiche globali che contribuiscono a ridefinire i nuovi assetti dell’economia mondiale. L’analisi di Emanuele Rossi
Il 2025 si è imposto come un anno spartiacque per il commercio globale, per la convergenza di dinamiche strutturali che hanno riportato al centro dell’attenzione un elemento spesso dato per scontato negli ultimi decenni: i corridoi. Marittimi, logistici, energetici. In un contesto segnato da tensioni geopolitiche persistenti, riarmo e uso strategico delle interdipendenze, i corridoi sono diventati il punto di incontro tra dimensione economica e dimensione geopolitica. In altre parole, il 2025 segna la piena affermazione della dimensione geopolitica e geografica delle relazioni internazionali e della geoeconomia come paradigma dominante dell’economia e del commercio globale.
Esiste uno scenario di base (pronosticato da McKinsey) secondo cui il commercio globale di beni, servizi e risorse potrebbe crescere di circa 12.000 miliardi di dollari entro il 2035, passando da 33.000 miliardi nel 2024 a circa 45.000 miliardi. Ma ciò che conta, in chiave geoeconomica, non è tanto l’ammontare complessivo della crescita, quanto la sua distribuzione spaziale e la riallocazione dei flussi lungo specifici corridoi. Questa traiettoria non è infatti garantita. In uno scenario di frammentazione geopolitica – caratterizzato da dazi più elevati e da una riduzione degli scambi tra economie geopoliticamente distanti – fino a 3.000 miliardi di dollari di crescita andrebbero persi, colpendo in modo diretto i corridoi che collegano le economie avanzate alla Cina e alla Russia. In uno scenario di diversificazione spinta delle catene di fornitura, orientato alla riduzione delle dipendenze e alla ricerca di rotte alternative, la perdita stimata è di circa 1.000 miliardi di dollari.
Il dato strategicamente più rilevante riguarda però la mobilità dei flussi: secondo le stime, oltre il 30% del commercio globale nel 2035 – pari a circa 14.000 miliardi di dollari – potrebbe spostarsi da un corridoio all’altro a seconda dello scenario. È questo il cuore della trasformazione in atto. I corridoi cessano di essere meri canali di transito e diventano nodi geoeconomici critici, in grado di amplificare o assorbire shock geopolitici, ridefinendo la geografia effettiva della globalizzazione.
La vulnerabilità strutturale dei colli di bottiglia
Questa apparente astrazione trova una conferma concreta nel settore energetico. Il commercio globale di petrolio è paradigmatico, perché il flusso continua a dipendere da un numero estremamente limitato di chokepoints marittimi, ovvero passaggi geografici obbligati – stretti o canali artificiali – attraverso cui transita una quota rilevante del commercio globale e che, proprio per la loro natura fisica e concentrata, rappresentano punti di vulnerabilità sistemica. Hormuz, Malacca, Suez o Bab el-Mandeb sono stretti in cui si concentra una quota sproporzionata dei flussi mondiali. Una singola interruzione – o anche solo una minaccia credibile – è sufficiente a generare effetti immediati su prezzi, premi assicurativi e catene di approvvigionamento.
Il punto non è solo energetico. È sistemico. Questi colli di bottiglia dimostrano che l’economia globale resta fisicamente vulnerabile, nonostante decenni di integrazione e digitalizzazione. La geografia non è scomparsa: è tornata a esercitare un potere strutturante, soprattutto in un contesto in cui la sicurezza delle rotte è diventata parte integrante della competizione strategica.
Bab el-Mandeb: un corridoio critico per l’Europa
Tra i corridoi più sensibili, Bab el-Mandeb occupa una posizione centrale, soprattutto dal punto di vista europeo e mediterraneo. Questo stretto, che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden, insieme al Canale di Suez costituisce una delle arterie più vitali del commercio globale. Circa il 12% del commercio mondiale e quasi un terzo del traffico containerizzato transitano lungo questa rotta.
Nel 2024-2025, Bab el-Mandeb si è trasformato in un vero e proprio stress test geoeconomico. Gli attacchi degli Houthi contro il traffico mercantile hanno costretto numerose compagnie a deviare le rotte attorno al Capo di Buona Speranza, con un allungamento dei tempi di consegna di circa 14 giorni e un aumento dei costi logistici stimato in miliardi di dollari. L’effetto immediato è stato un aumento dei costi per le imprese europee e una rinnovata esposizione dell’Unione Europea a shock esterni lungo una delle sue principali linee di rifornimento energetico e commerciale.
Questo episodio chiarisce un punto centrale: non è necessaria una chiusura totale di un corridoio per produrre effetti macroeconomici significativi. In un sistema basato su just-in-time e supply chain altamente ottimizzate, l’incertezza stessa diventa un fattore di costo.
Porti, influenza e competizione multipolare
La crescente centralità dei corridoi ha trasformato porti e infrastrutture logistiche in asset geopolitici. Il Corno d’Africa è emblematico di questa dinamica. Il porto di Berbera, in Somaliland, rappresenta un esempio chiaro di come infrastrutture apparentemente periferiche possano acquisire rilevanza strategica. La sua posizione sul Golfo di Aden lo rende un punto di osservazione privilegiato sull’accesso a Bab el-Mandeb e, indirettamente, al Canale di Suez. È questa logica che potrebbe aver portato Israele alla controversa decisione di riconoscere il Somaliland come entità statuale.
Attorno a tale corridoio si concentrano oggi interessi convergenti e talvolta concorrenti: potenze regionali del Golfo impegnate a proteggere le rotte energetiche; grandi potenze interessate alla libertà di navigazione; attori revisionisti pronti a sfruttare le zone grigie del diritto marittimo. Il risultato è una competizione selettiva, che non mira tanto al controllo territoriale quanto all’influenza sui nodi logistici.
Corridoi “sicuri”, corridoi a rischio
Un’analisi dei principali corridoi commerciali globali mostra come non tutti i flussi siano esposti allo stesso livello di rischio geopolitico. Alcuni corridoi – in particolare quelli che collegano economie emergenti tra loro o economie avanzate considerate geopoliticamente affini – tendono a mantenere una dinamica di crescita anche in contesti di forte frammentazione. Altri, al contrario, risultano strutturalmente più fragili: attraversano linee di frattura geopolitica e dipendono da relazioni commerciali sempre più politicizzate. In questi casi, una quota molto ampia del valore potenziale dei flussi futuri appare esposta a shock, riallocazioni forzate o vere e proprie contrazioni, rendendo tali corridoi particolarmente sensibili all’evoluzione del contesto strategico internazionale.
È un dato che rafforza una tesi chiave: il commercio globale non sta collassando, ma si sta riconfigurando lungo nuove linee geopolitiche. I corridoi che attraversano fratture strategiche diventano più instabili; quelli che collegano economie percepite come vicine o affidabili tendono a rafforzarsi.
Il Mediterraneo allargato come nodo geoeconomico
In questo contesto, il Mediterraneo allargato riacquista una centralità che va oltre la retorica. È uno spazio in cui convergono rotte energetiche, commerciali e strategiche tra Europa, Medio Oriente, Africa e Indo-Pacifico. Proprio perché i corridoi che lo attraversano collegano economie, mercati e aree di crisi differenti, la sua sicurezza non può più essere letta come una questione regionale, ma come una variabile strutturale dell’economia globale.
Questo passaggio di scala aiuta a comprendere il dato macroeconomico. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’economia globale vale oggi circa 111.000 miliardi di dollari. In un sistema di queste dimensioni, anche variazioni apparentemente marginali nei flussi commerciali – dell’ordine di qualche migliaio di miliardi – producono effetti macroeconomici e politici significativi. È attraverso i corridoi, e la loro maggiore o minore resilienza geopolitica, che tali effetti si propagano lungo l’economia globale.
Perché il 2025 conta
Definire il 2025 come l’anno dei corridoi significa riconoscere una trasformazione strutturale. È l’anno in cui la vulnerabilità fisica delle rotte commerciali è diventata evidente anche agli attori economici; la sicurezza marittima è entrata stabilmente nell’agenda economica; porti, stretti e infrastrutture logistiche sono stati riconosciuti come strumenti di potere.
Per governi, imprese e istituzioni, la conclusione è chiara. Pianificare strategie economiche senza considerare la geopolitica dei corridoi non è più sostenibile. La geoeconomia non è una parentesi: è la forma che l’economia internazionale ha assunto in questa fase di riassestamento globale. In questo senso, il 2025 non chiude un ciclo, ma ne inaugura uno nuovo, in cui la mappa conta quanto il mercato.