La partita dei nomadi
Dal 31 agosto al 6 settembre il Kirghizistan ospita la sesta edizione dei World Nomad Games. Dietro cavalli, lotta e tiro con l’arco si muove una partita geopolitica più ampia: l’Asia Centrale cerca spazio tra Russia, Cina, Turchia e nuove rotte eurasiatiche
A prima vista i Giochi sono una celebrazione della cultura della steppa: cavalli lanciati al galoppo, arcieri, lottatori, giochi tradizionali, yurte e musiche delle popolazioni nomadi. Ma i World Nomad Games, che dal 31 agosto sono tornati nel Kirghizistan, il Paese che li lanciò nel 2014, raccontano qualcosa di molto più contemporaneo. Sono diventati uno degli strumenti attraverso i quali l’Asia Centrale sta ridefinendo la propria immagine internazionale e, soprattutto, il proprio spazio di manovra tra le grandi potenze.
La sesta edizione si è aperta a Bishkek e ha il suo principale teatro nella regione montuosa dell’Issyk-Kul. Il programma ufficiale riunisce tre dimensioni: etnosport, etnocultura e scienza/conoscenze tradizionali. Non è dunque soltanto una competizione sportiva: è una piattaforma internazionale nella quale patrimoni culturali differenti vengono messi in relazione.
È proprio questa caratteristica a rendere i Giochi interessanti per la geopolitica. In una regione attraversata da nuove infrastrutture, corridoi commerciali e rivalità strategiche, la cultura diventa una risorsa di potere.
Per gran parte dell’epoca post-sovietica, Russia e Asia Centrale sono rimaste legate da una fitta rete di rapporti economici, politici, militari e umani. Mosca continua a essere un interlocutore essenziale per molti Paesi della regione. Il Kirghizistan, in particolare, conserva una forte dipendenza da alcuni rapporti economici con la Russia: nel luglio 2026 Bishkek ha dovuto chiedere assistenza ai Paesi vicini per assicurare le forniture di carburante, dopo i problemi che hanno colpito l’approvvigionamento russo. Secondo Reuters, oltre il 90 per cento della benzina importata dal Kirghizistan proviene dalla Russia.
Questo dato mostra quanto sia ancora lontana l’idea di una completa emancipazione da Mosca. Ma l’Asia Centrale non è più disposta a essere letta esclusivamente attraverso il rapporto con la Russia.
La guerra in Ucraina ha accelerato un processo già in corso: i cinque Stati centroasiatici stanno cercando di diversificare le proprie relazioni internazionali, mantenendo rapporti con Mosca ma contemporaneamente rafforzando quelli con Cina, Turchia, Unione Europea, Stati Uniti e altri attori.
Nel novembre 2025 il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev aveva proposto addirittura la creazione di una “Community of Central Asia”, con l’obiettivo di rafforzare l’integrazione economica, la cooperazione in materia di sicurezza e le politiche ambientali tra i cinque Stati della regione. L’ipotesi si inserisce in un processo più ampio di rafforzamento della cooperazione intra-regionale.
I World Nomad Games sono, in questo senso, la versione culturale di una trasformazione politica più profonda. Se Mosca rappresenta il peso della storia, Pechino rappresenta sempre più il peso delle infrastrutture. Il progetto più emblematico è la ferrovia Cina–Kirghizistan–Uzbekistan, destinata a collegare la Cina occidentale all’Asia Centrale attraverso il territorio kirghiso. Nel dicembre 2025 è stato firmato l’accordo di finanziamento con un consorzio di banche cinesi e il progetto è entrato ormai nella fase operativa. Le autorità kirghise hanno definito la ferrovia uno dei progetti strategici prioritari del Paese. La linea non è soltanto un’infrastruttura ferroviaria. È un pezzo della nuova geografia commerciale eurasiatica. Per Bishkek significa poter trasformare la propria posizione geografica — da periferia montuosa senza sbocco sul mare — in una possibile risorsa di transito. Per Pechino significa rafforzare i collegamenti tra Xinjiang e Asia Centrale. Per l’Uzbekistan significa ottenere un accesso ferroviario più diretto ai mercati cinesi.
La Cina, inoltre, non propone soltanto infrastrutture. Il rapporto con Bishkek comprende commercio, investimenti e scambi people-to-people. Nel maggio 2026 il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha sottolineato che il progetto ferroviario Cina–Kirghizistan–Uzbekistan procede e che gli scambi commerciali bilaterali hanno raggiunto nuovi livelli. È un modello di influenza differente da quello russo: meno fondato sulla memoria politica e sulla sicurezza, più sulla connettività, sugli investimenti e sulle catene logistiche.
Ma esiste un terzo vettore, più sottile: quello turco. La Turchia possiede con molte repubbliche centroasiatiche un patrimonio linguistico e culturale condiviso e, attraverso l’Organizzazione degli Stati Turchi (OST), ha costruito negli ultimi anni una rete istituzionale che comprende cooperazione politica, economica, culturale e dei trasporti. L’organizzazione, fondata nel 2009, ha come obiettivo ufficiale lo sviluppo della cooperazione complessiva tra gli Stati turchi.
I World Nomad Games rappresentano uno degli esempi più evidenti di questa dimensione culturale transnazionale. Nati nel 2014 in Kirghizistan, i Giochi sono progressivamente usciti dai confini del Paese. Nel 2022 sono stati ospitati a Iznik, in Turchia, mentre nel 2024 il testimone è passato ad Astana, in Kazakistan. Il ritorno del 2026 nel Kirghizistan mostra come l’iniziativa sia ormai diventata un movimento internazionale, non più una semplice manifestazione nazionale.
Il valore simbolico è considerevole. Le frontiere politiche dell’Asia Centrale sono relativamente recenti; le tradizioni linguistiche, culturali e nomadi, invece, le attraversano da secoli. La Turchia può quindi costruire influenza non soltanto attraverso la politica estera tradizionale, ma attraverso una comunità culturale più ampia. Anche il Middle Corridor, il corridoio transcaspico che collega Asia ed Europa, ha assunto un’importanza crescente nell’agenda dell’Organizzazione degli Stati Turchi (OTS). Nel gennaio 2026 l’OTS ha organizzato a Vienna una tavola rotonda dedicata proprio al rapporto tra antica Via della Seta e Middle Corridor, presentando la connettività dei trasporti come strumento di cooperazione e resilienza economica. La vecchia Via della Seta torna così a essere anche una metafora geopolitica contemporanea.
Qui si trova il punto più interessante dei World Nomad Games. Il Kirghizistan non dispone della massa economica della Cina, delle risorse energetiche del Kazakistan o del Turkmenistan, né della capacità di proiezione internazionale della Turchia. Può però utilizzare ciò che possiede in modo straordinariamente efficace: un patrimonio culturale riconoscibile e una posizione geografica strategica.
L’UNESCO ha riconosciuto nel 2021 il programma Nomad games, rediscovering heritage, celebrating diversity nel Registro delle Buone Pratiche di Salvaguardia del patrimonio culturale immateriale. L’organizzazione internazionale sottolinea che la cultura kirghisa è profondamente legata allo stile di vita nomade e che il periodo sovietico, con la sedentarizzazione forzata, aveva messo in pericolo numerose pratiche tradizionali. Dopo l’indipendenza del 1991, le comunità locali hanno avviato programmi di recupero e rivitalizzazione.
Non è quindi soltanto folklore costruito artificialmente per il turismo. È anche una politica della memoria. La gara più spettacolare dei Giochi è il kok-boru: una sorta di polo a cavallo, ma molto più fisico, dove due squadre di cavalieri cercano di impossessarsi di una carcassa di capra e di portarla nel campo avversario, depositandola in una zona-obiettivo. Poi ci sono il tiro con l’arco, la lotta tradizionale e l’epica di Manas, il grande poema della tradizione kirghisa che racconta le gesta dell’eroe leggendario considerato un simbolo dell’identità nazionale. Anche l’artigianato e la cultura delle yurte diventano strumenti per riaffermare una continuità storica interrotta dall’esperienza sovietica.
Il patrimonio culturale diventa così una forma di soft power: permette a un Paese relativamente piccolo di essere riconoscibile, attrattivo e diplomaticamente rilevante.
L’elemento più interessante è che queste influenze non si escludono necessariamente. Il Kirghizistan può continuare a mantenere rapporti con la Russia e contemporaneamente approfondire la cooperazione con la Cina. Può rafforzare la propria identità turca e, nello stesso tempo, costruire una politica regionale centroasiatica autonoma. Può partecipare alle dinamiche della Belt and Road e guardare ai corridoi transcaspici.
Non siamo quindi davanti a una semplice scelta tra Mosca, Pechino e Ankara. È piuttosto una strategia di multi-allineamento: aumentare il numero degli interlocutori per ridurre la dipendenza da ciascuno di essi. La stessa infrastruttura può assumere significati diversi. La ferrovia Cina–Kirghizistan–Uzbekistan è una via commerciale per Pechino, un’occasione di transito per Bishkek, un collegamento regionale per Tashkent e, potenzialmente, un tassello della più ampia trasformazione delle rotte eurasiatiche.
La cultura funziona nello stesso modo. I Giochi possono essere kirghisi e contemporaneamente centroasiatici; possono valorizzare tradizioni turche senza trasformarsi in una manifestazione esclusivamente turca; possono attirare Paesi molto diversi tra loro senza obbligarli a condividere una medesima agenda geopolitica.
È proprio questa ambiguità — o, meglio, questa capacità di inclusione — a costituire la forza diplomatica dell’iniziativa.
Nel 2026 il messaggio del Kirghizistan assume inoltre un significato particolare perché il Paese si prepara a entrare per la prima volta nella storia nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come membro non permanente per il biennio 2027-2028. L’elezione è avvenuta il 3 giugno 2026. Bishkek ha presentato la propria candidatura anche attraverso temi come la prevenzione dei conflitti, la soluzione pacifica delle controversie e l’agenda delle donne, della pace e della sicurezza.
È una coincidenza significativa. Mentre l’Issyk-Kul diventa per una settimana la capitale mondiale dello sport nomade, Bishkek si prepara a utilizzare una tribuna molto più potente: quella delle Nazioni Unite. Il Paese vuole quindi presentarsi contemporaneamente come custode di una civiltà antica e come attore diplomatico moderno. La sua posizione può sembrare periferica sulla carta geografica. Ma la nuova geopolitica eurasiatica sta trasformando proprio le periferie in nodi d’incontro.
I World Nomad Games raccontano, infine, una trasformazione che va oltre il Kirghizistan. Per decenni l’Asia Centrale è stata descritta soprattutto come uno spazio di competizione tra potenze esterne: prima l’Unione Sovietica, poi la Russia, la Cina, gli Stati Uniti, l’Europa e la Turchia. Oggi questa lettura è incompleta.
I cinque Stati centroasiatici stanno cercando di diventare soggetti della partita, non soltanto terreno della partita. La cooperazione regionale, la diversificazione delle rotte, l’apertura verso nuovi partner, la valorizzazione delle identità nazionali e il recupero di patrimoni comuni fanno parte di una stessa tendenza: costruire margini di autonomia senza rompere i rapporti con le grandi potenze.
Il Kirghizistan, con i suoi World Nomad Games, ha scelto una strada originale. Non cerca di competere con Russia o Cina sul loro terreno. Utilizza invece la cultura come leva diplomatica. È una lezione geopolitica tutt’altro che marginale. Nel XXI secolo il potere non passa soltanto dai gasdotti, dalle ferrovie, dalle basi militari o dagli investimenti. Passa anche dalla capacità di definire chi siamo, da dove veniamo e quale storia vogliamo raccontare al mondo.
Per una settimana, sulle rive dell’Issyk-Kul, quella storia ha la forma di un cavallo al galoppo. Ma dietro la gara c’è una partita molto più grande: quella di trasformare l’eredità nomade in identità contemporanea, l’identità in soft power e la posizione geografica in autonomia strategica. È forse questo il vero significato dei Giochi Mondiali dei Nomadi: non un ritorno al passato, ma l’utilizzo del passato per negoziare il futuro.