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La prospettiva iraniana sul conflitto a Gaza e il ruolo dell’“Asse della Resistenza”

Il conflitto a Gaza potrebbe determinare una ridefinizione degli equilibri regionali. L’Iran sembra trarne vantaggio nel breve termine, ma l’Asse della Resistenza emerge come il principale perdente. Il punto di Giorgia Perletta

Quando, il 7 ottobre scorso, i gruppi armati di Hamas hanno dato il via alla operazione militare “Al Aqsa Flood”, entrando in profondità nel territorio israeliano e cogliendo di sorpresa i servizi di intelligence, l’attenzione internazionale si è rivolta verso l’Iran. La sorprendente capacità di incursione armata di Hamas nei territori israeliani ha infatti portato molti a credere che la Repubblica Islamica avesse un ruolo diretto nell’operazione. Ciò è in parte attribuibile al fatto che l’Iran fornisce da anni addestramento militare e finanziamenti al Movimento Islamico di Resistenza, membro più recente dell’“Asse della Resistenza” (Mehvar-e moqavvamat). Inoltre, nei mesi che hanno preceduto l’attacco, sono stati più frequenti gli incontri incrociati tra i leader delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i capi di Hamas e Hezbollah. Dopo poche settimane, tuttavia, la Guida Suprema Ali Khamenei ha dichiarato che l’Iran non sarebbe intervenuto nel conflitto tra Israele e Hamas, in quanto non informata preventivamente dell’attacco da parte del suo alleato. Questa affermazione non solo evidenzia gli squilibri asimmetrici all’interno dell’“Asse della Resistenza”, ma definisce anche la posizione della Repubblica Islamica nel contesto del conflitto odierno.

L’Asse della Resistenza è un network a guida iraniana formato da attori statali (tra cui Iran e Siria) e non statali, ovvero milizie sciite filo-iraniane irachene, gli Houthi yemeniti, gli Hezbollah libanesi, Hamas e la Jihad Islamica. Si tratta di una alleanza tra gruppi autonomi, che hanno una propria indipendenza e una agenda locale, ma sono accomunate dallo stesso obiettivo: ovvero la resistenza allo Stato di Israele e alle ingerenze occidentali. La dicitura “Asse della Resistenza” nasce come espediente retorico nel 2002, a seguito del famoso discorso pronunciato dall’allora Presidente statunitense George W. Bush sull’“Asse del male”, ovvero quei paesi “canaglia”, tra cui Iran, Iraq e Corea del Nord, ritenuti sostenitori del terrorismo internazionale. In realtà, la matrice della “resistenza” ha caratterizzato la postura estera e regionale della Repubblica Islamica fin dalla sua nascita nel 1979 e, in questo caso, si trattava della resistenza all’imperialismo e all’ingerenza straniera. Il concetto di moqavvamat non solo è un forte elemento retorico e propagandistico utilizzato ampiamente nei discorsi dell’élite iraniana per affermare i principi cardine della Repubblica, ma è anche funzionale a stringere alleanze laddove l’Iran può esercitare un ruolo di leadership, ovvero nei contesti non statali e tra le milizie. Grazie soprattutto alle Niru-ye Quds, le Forze di Gerusalemme, gruppo delle Guardie della Rivoluzione Islamica impiegato in operazioni extraterritoriali, l’Iran è riuscito a penetrare in diversi contesti regionali, da quello libanese già negli anni Ottanta, a quello iracheno post-Saddam, ai conflitti siriano e yemenita. Queste diverse realtà hanno fornito il campo operativo alla formazione ed evoluzione dell’Asse, ma anche il contesto dove incrementare le capacità di combattimento e coordinamento. Le forze Quds hanno fornito addestramento militare, logistica, munizioni e operazioni di intelligence alle componenti dell’Asse, riuscendo a raggiungere un certo grado di coordinamento strategico volto – in linea teorica – alla difesa collettiva e alla sicurezza comune.

Ciò che il conflitto tra Hamas e Israele sta dimostrando, però, è la fragilità interna all’Asse, lo squilibrio esistente tra le parti, e le asimmetrie tra le sue componenti. Né la Repubblica Islamica, né Hezbollah sono intervenuti direttamente per difendere il loro alleato. Nessuna delle due, infatti, è disposta a un confronto diretto con Israele, o vuole rischiare l’escalation del conflitto in una dimensione regionale. Questa posizione rivela, di fatto, la debolezza dell’Asse come attore capace di portare avanti una politica di difesa collettiva e, allo stesso tempo, dimostra come l’interesse nazionale iraniano – paese guida della coalizione – prevalga sempre sui dichiarati interessi ideologici. La resistenza a Israele è parte di un progetto di lungo periodo da realizzarsi attraverso strumenti di deterrenza, senza mai giungere allo scontro diretto. Sicuramente c’è un certo interesse da parte iraniana nel tenere occupato Israele sul fronte di guerra, e nel far sì che Hamas continui a rappresentare una minaccia esistenziale per Tel Aviv. Ma la difesa di Hamas, così come la questione palestinese in generale, non valgono la stabilità della Repubblica Islamica, né degli alleati iraniani di lunga data, come Hezbollah, che non avrebbero nessun guadagno evidente da un conflitto su scala regionale, né da una operazione militare diretta contro Israele. L’Iran utilizza l’Asse della Resistenza per assicurarsi profondità strategica, ma non è incline a mettere a rischio la sua stabilità nazionale per difendere le singole componenti dell’alleanza. Questo svela tutti i limiti e le fragilità dell’Asse, ovvero di una coalizione all’interno della quale prevalgono i vari interessi nazionali e agende locali a scapito del progetto di difesa collettiva, che ne ha decretato in origine i principi fondanti.

In ogni caso, il conflitto a Gaza, così come si sta svolgendo, potrebbe apportare diversi vantaggi alla Repubblica Islamica. Se da un lato continuano gli incontri tra la delegazione iraniana e quella saudita per corroborare il processo di distensione diplomatica annunciato lo scorso marzo, la guerra in corso ha fatto impantanare il tentativo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita. Entrando nel solco degli Accordi di Abramo del 2020, la normalizzazione tra Tel Aviv e Riad avrebbe costituito una minaccia alla sicurezza della Repubblica Islamica, ma anche un motivo di maggior isolamento di Teheran a livello regionale. In secondo luogo, l’Iran aspira alla de-securitizzazione regionale e alla riduzione delle tensioni, ma cerca al tempo stesso di consolidare il proprio ruolo come attore chiave. Il conflitto attuale potrebbe conferire maggiore peso all’Iran nei forum regionali. Un esempio recente è stato il vertice tenutosi l’11 novembre a Riad, che ha riunito la Lega Araba e l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, comprendente 57 membri, tra cui l’Iran. Durante il vertice, focalizzato sulla discussione di un cessate il fuoco nella guerra tra Israele e Hamas, il Presidente iraniano Ebrahim Raisi ha compiuto la sua prima visita ufficiale in Arabia Saudita e ha esortato tutti i paesi a interrompere i legami politici e commerciali con Israele, e designare l’apparato militare israeliano come organizzazione terroristica. Questa posizione rivela l’ambizione dell’Iran non solo di isolare Israele, ma soprattutto di ostacolare il processo di normalizzazione tra Israele e gli stati arabi.

In conclusione, il conflitto a Gaza inevitabilmente determinerà una ridefinizione degli equilibri regionali. Nonostante l’Iran sembri trarne vantaggio almeno nel breve termine, l’Asse della Resistenza emerge come il principale perdente, poiché non è riuscito a rispondere in modo coeso e a fornire la difesa collettiva e la sicurezza condivisa per le quali era stato concepito.

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