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La Serbia dopo le elezioni nel nuovo scenario europeo

di Antonio Stango

In Serbia dalle urne arriva la conferma della maggioranza governativa. Le possibili ripercussioni sulla politica estera del Paese. L’approfondimento di Antonio Stango

Il 3 aprile si sono svolte in Serbia le elezioni per la presidenza della repubblica, il Parlamento (Assemblea Nazionale), l’amministrazione comunale della capitale Belgrado e altre amministrazioni locali.

Con un’affluenza alle urne del 58,5% (contro il 48,9% delle elezioni parlamentari del giugno 2020, boicottate dai partiti di opposizione), gli elettori hanno conferito un nuovo mandato di cinque anni al presidente uscente Aleksandar Vučić e ridato alla coalizione di governo la maggioranza dei 250 seggi del Parlamento.

Sulla base del 91% delle schede scrutinate, Vučić ha ottenuto il 59,55% dei voti; il candidato della "Opposizione Unita", generale della riserva Zdravko Ponoš, il 17,53%; il candidato della coalizione NADA (Alternativa Nazionale Democratica) Miloš Jovanović il 5,82%; gli altri sei candidati percentuali minori.

Per quanto riguarda le elezioni parlamentari, la coalizione riunita attorno al Partito Progressista Serbo (SNS) "Insieme possiamo fare tutto" avrebbe ottenuto il 43,45% (122 seggi); la coalizione "Uniti per la vittoria della Serbia" il 13,07% (36 seggi), la lista "Ivica Dačić Primo Ministro" del Partito Socialista Serbo, già di Slobodan Milošević, l'11,68% (32 seggi). Fra i partiti minori di opposizione, "Speranza per la Serbia" con il 5,27% avrebbe 14 seggi. Pochi altri partiti hanno superato la soglia di sbarramento del 3%, non prevista invece (in ottemperanza ai requisiti del capitolo 23 dei negoziati di adesione all’UE) per le liste delle minoranze nazionali, che avranno diritto ad almeno un seggio: Alleanza degli Ungheresi della Vojvodina (alleati della maggioranza governativa), "Fiducia del Mufti”, “Insieme per la Vojvodina”, Partito di Azione Democratica del Sangiaccato e Coalizione degli Albanesi della Valle.

Il partito di Vučić ha ottenuto la maggioranza relativa anche nelle elezioni municipali di Belgrado.

L’SNS, i cui delegati all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) siedono nel gruppo del Partito Popolare Europeo, ha contatti frequenti con il partito Russia Unita di Putin; il quale nel congratularsi per la rielezione ha auspicato il rafforzamento della "partnership strategica" tra Serbia e Federazione Russa.

ONG serbe hanno denunciato irregolarità in circa il 10% dei seggi elettorali, mentre gli osservatori dell’OSCE e dalla PACE hanno evidenziato il forte sbilanciamento dei media in favore del presidente e della coalizione al potere, nonché diverse forme di pressione e di induzione al voto da parte dell’apparato di governo.

Dai mesi precedenti le elezioni è stato notato l’uso sempre più frequente, da parte di esponenti governativi quali il ministro dell’Interno Aleksandar Vulin, del termine “mondo serbo” (variante del concetto di “grande Serbia”) per indicare l’intera regione popolata da serbi. L’idea di riunire i serbi in un unico Stato potrebbe evidentemente realizzarsi soltanto con il distacco della Republika Srpska dalla Bosnia e Erzegovina, il riassorbimento nella Serbia del Kosovo o di gran parte di esso e una reintegrazione del Montenegro: un progetto difficilmente attuabile, utilizzato in chiave elettorale, ma che potrebbe portare a nuove radicalizzazioni e nuovi rischi di conflitto soprattutto alla luce dell’attuale crisi dell’equilibrio europeo.

La politica serba rispetto alla guerra in Ucraina

La Serbia ha votato a favore delle Risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2 e del 24 marzo contro l’invasione dell’Ucraina, ma ha escluso di partecipare a qualsiasi tipo di regime sanzionatorio verso la Federazione Russa. Del resto, il presidente Vučić aveva iniziato la campagna elettorale dichiarando che sotto la sua guida la Serbia non entrerà mai a far parte della NATO e manterrà stretti legami con Mosca e con Pechino – in ciò ufficialmente non ostando lo status di Paese candidato all’adesione all’Unione Europea ottenuto nel marzo 2012. I negoziati di adesione sono iniziati nel gennaio 2014 e da allora sono stati aperti 22 capitoli di negoziato su 35, con passi della Serbia ritenuti ancora inadeguati rispetto ai criteri di ammissione politico, economico e di recepimento dell’acquis comunitario; ma, dati gli attuali sviluppi, il processo potrebbe subire un ulteriore rallentamento. Tutte le istituzioni comunitarie hanno espresso forti critiche sul mancato allineamento di Belgrado alla politica estera e di sicurezza comune, che è uno dei pilastri dell’Unione.

Già il 25 febbraio, un giorno dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina su larga scala, il Consiglio per la Sicurezza Nazionale aveva delineato la posizione ufficiale della Serbia in proposito. Insieme al ‘rammarico’ per la situazione, definendo amici sia la Federazione Russa che l’Ucraina, la Serbia affermava di rispettare l'integrità territoriale e l'indipendenza degli Stati come principio fondamentale, di sostenere l’integrità territoriale dell’Ucraina e di essere impegnata a preservare quella propria (con implicito riferimento alla questione del Kosovo, la cui indipendenza, proclamata nel 2008 e riconosciuta da oltre 100 Stati, non intende accettare). Tuttavia, nello stesso tempo dichiarava che non sarebbe nei suoi interessi imporre sanzioni ad alcuno Stato; si impegnava da un lato a fornire aiuti umanitari al popolo ucraino, dall’altro ad adottare tutte le misure idonee a garantirsi le necessarie forniture di gas, petrolio e generi alimentari.

La decisione di non imporre sanzioni alla Federazione Russa, differenziandosi in questo da tutti gli altri Stati dei Balcani, è stata motivata da Vučić anche ricordando l’opposizione russa – con relativo veto in seno al Consiglio di Sicurezza – all’ingresso del Kosovo alle Nazioni Unite e il suo sostegno alla Risoluzione 1244 del 1999 del Consiglio di Sicurezza stesso, che non prevedeva l’indipendenza del Kosovo.

Intanto i media serbi controllati dallo Stato o associati ai partiti di governo tendono a sostenere le spiegazioni ufficiali di Mosca rispetto all’Ucraina, con poche critiche e a volte mostrando con un certo entusiasmo le forze armate russe; l’invasione è stata invece condannata da media vicini all’opposizione e alla linea dell’UE. Belgrado ha visto dall’inizio di marzo sia manifestazioni a sostegno dell’Ucraina, sia manifestazioni decisamente favorevoli a Putin, con circa 5.000 partecipanti e numerose bandiere russe.

I rapporti con Russia e Cina e il riarmo

La Serbia ha storicamente con la Russia relazioni molto strette, basate anche su un comune sostrato religioso cristiano ortodosso che differenzia la maggioranza della popolazione serba da quella di quasi tutti gli altri Stati nati dalla dissoluzione della Jugoslavia – cosa che costituisce tuttora un forte richiamo identitario per i partiti nazionalistici. Durante le guerre degli anni Novanta, dopo un iniziale atteggiamento di neutralità, la Federazione Russa di regola sostenne diplomaticamente le ragioni espresse dalla Serbia e ha continuato a farlo nel successivo riassetto del quadro balcanico, in particolare rispetto al Kosovo e ai rapporti con la componente serba della Bosnia e Erzegovina. A questo vanno aggiunti i fattori economici e commerciali.

Sebbene il 61% del commercio estero serbo sia con Stati membri dell'UE, fra i quali i maggiori partner commerciali sono Germania e Italia, il governo serbo sembra non considerare l’UE come il partner strategico essenziale. Oltre agli intensi rapporti con Mosca, nell'ottobre 2019 il presidente Vučić ha firmato un accordo commerciale con l'Unione Economica Eurasiatica e negli ultimi anni ha consentito un afflusso in crescita di finanze cinesi nel quadro della Belt and Road Initiative – con investimenti, tra l’altro, in un’acciaieria e in una miniera di rame.

Nel settore energetico, la Serbia dipende fortemente dal gas russo, che copre circa l’85% del suo fabbisogno. Nel 2008, inoltre, ha venduto il 51% della sua compagnia petrolifera NIS a Gazprom per un prezzo considerato molto inferiore al valore. Nel 2021 la Serbia e ROSATOM hanno firmato anche un accordo quadro per la costruzione di un Centro per la Scienza e la Tecnologia Nucleare. Altre aziende russe sono impegnate in Serbia nella realizzazione di infrastrutture ferroviarie e di trasporto metropolitano su rotaia.

Un altro settore che vede una crescita di importazioni dalla Russia in Serbia è quello degli armamenti. Dal 2018 la Serbia ha aumentato costantemente il budget militare, giungendo nel 2021 al 2,6% del PIL. Dalla Russia ha acquistato carri armati T-72S, veicoli corazzati BRDM-2, elicotteri multiruolo Mil Mi-17 e da attacco Mil Mi-35, caccia MiG-29 e il sistema missilistico antiaereo Pantsir S1. Reparti serbi hanno partecipato ad esercitazioni congiunte insieme con forze armate russe e bielorusse; e nel 2019 la Serbia ha ospitato l’esercitazione “Scudo slavo “, in cui sono stati impiegati i sistemi missilistici russi S400. Nello stesso tempo, la Serbia ha iniziato ad acquistare droni di produzione cinese da ricognizione e combattimento, modello Chengdu Wing Loong. Il potenziamento delle forze armate serbe include peraltro anche l’acquisto di armamenti da Paesi NATO.

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