La Siria sul filo sottile degli equilibri regionali
In un Medio Oriente segnato dall’escalation bellica, Damasco tenta di mantenere la propria neutralità
Un tempo piattaforma di proiezione dell’influenza iraniana, la Siria di Al Sharaa tenta di rompere con il proprio passato e mantenere, di fronte al conflitto in Medio Oriente, una cauta neutralità: strategia necessaria per consolidare uno Stato ancora fragile e minacciato da forze centrifughe.
A cementare il riavvicinamento alle monarchie sunnite del Golfo è stata l’immediata dichiarazione di supporto nei confronti di Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein dopo gli attacchi iraniani. Al tempo stesso, Al Sharaa tenta di contenere la residuale influenza iraniana sul Paese. Il governo ha rafforzato unità corazzate e sistemi di ricognizione lungo la frontiera irachena, per impedire infiltrazioni di milizie sciite intenzionate a sfruttare il caos regionale.
Damasco tuttavia sembra non volersi schierare apertamente. La dottrina di (necessaria) neutralità è legata a doppio filo sia alle dinamiche internazionali sia alla ricostruzione interna. Il Paese resta in una condizione di grave fragilità: dipende economicamente dai Paesi del Golfo e dispone di istituzioni solo parzialmente operative. Un coinvolgimento diretto nel conflitto potrebbe condurre al collasso nazionale[1].
Mentre le celebrazioni per il quindicesimo anniversario della rivoluzione contro Assad riempiono le piazze di Damasco, e grandi festeggiamenti per la fine del Ramadan come quelli di Qatana suggeriscono un ritorno parziale alla normalità, il quadro della sicurezza interna resta, però, estremamente fragile. Le strade cittadine risultano sicure durante il giorno, mentre l’instabilità notturna persiste nelle periferie, dove continuano ad operare cellule residue dell’ISIS e gruppi criminali. La sfida più insidiosa rimane la tenuta del contratto sociale sotto la nuova leadership sunnita, in un Paese attraversato da dissidi settari esacerbati da anni di guerra civile e mai del tutto sopiti[2]. Già i ripetuti eccidi del 2025 avevano innescato una pericolosa spirale di violenza, evidenziando le profonde preoccupazioni delle minoranze alawite, druse e beduine rispetto al proprio status.
Il governo sta cercando di ristabilire un ordine interno, con la ricostruzione dell’assetto istituzionale e l’ammodernamento delle infrastrutture nazionali. Tuttavia, la transizione verso una stabilità duratura dipende dalla capacità dello Stato di assorbire i vari attori armati in un comando centralizzato e di rilanciare il progetto di transizione democratica, avviato timidamente (e parzialmente) con le elezioni parlamentari dello scorso ottobre. Tale missione è stata avanzata dal Ministro Al Shibani con il Piano di Ricostruzione Nazionale, articolato in tre punti principali: ricostruzione delle infrastrutture, attrazione dei capitali stranieri tramite riforme legislative e la tanto ambita stabilità sociale[3].
La Siria deve però fare i conti con la propria posizione geografica: la vicinanza al Libano la espone agli effetti indiretti del conflitto tra Israele e Hezbollah. La porosa frontiera libanese rappresenta, inoltre, il punto di attrito più pericoloso per la sovranità siriana, esposta a possibili infiltrazioni di milizie filo-iraniane. Le scorse settimane hanno inoltre visto il Paese in difficoltà nell’assorbire le migliaia di rifugiati in fuga dal Libano. In aggiunta, l’incidente di Serghaya dei primi giorni di marzo, dove colpi di artiglieria sono esplosi a 30 km da Damasco, ha esacerbato la situazione già precaria. Sebbene analisti del Syrian Observer suggeriscano che il fuoco possa essere stato scatenato da clan locali o contrabbandieri piuttosto che da una provocazione deliberata di Hezbollah, il comando siriano ha interpretato l’evento come una minaccia diretta alla sicurezza nazionale. Per contenere il rischio di sconfinamento, il Ministero della Difesa ha disposto lo schieramento di unità corazzate e lanciarazzi in posizioni difensive chiave lungo la dorsale montuosa, e il monitoraggio dei movimenti di rinforzo della milizia, con l’ordine di rispondere in modo proporzionato a ogni violazione del confine. Al Sharaa ha pubblicamente sostenuto il Presidente libanese Joseph Aoun nel suo appello al disarmo di Hezbollah. I toni però restano prudenti, con il timore che la nuova vicinanza a Washington e al Golfo, possa esporre Damasco a possibili ritorsioni militari iraniane[4].
Nel frattempo, il collasso delle Forze Democratiche Siriane (SDF) nel gennaio 2026 ha segnato la fine del supporto statunitense al progetto nazionale curdo nel nord-est del Paese. Dopo che l’inviato speciale Thomas Barrack ha dichiarato esaurito il compito delle SDF, la perdita di ampie porzioni del territorio curdo a favore del governo centrale ha inviato un messaggio chiaro a tutta la regione: la nuova Damasco, con il sostegno di Washington non tollererà afflati indipendentisti[5]. L’integrazione, sostanzialmente forzata, delle forze curde siriane nell’esercito nazionale consolida il processo di disarmo del PKK e favorisce la conclusione del suo quarantennale conflitto con la Turchia.
Questo mutamento ha contribuito il rafforzamento delle relazioni turco-siriane, permettendo a Damasco e Ankara di coordinarsi per impedire l’emergere di entità separatiste tra l’Anatolia e la Siria settentrionale[6]. L’obiettivo della Siria è di emergere da questa crisi come un’autorità centrale, capace di capitalizzare il vuoto lasciato dal ritiro statunitense per riaffermare il controllo sulle risorse energetiche del nord-est del Paese.
La Siria sta cercando di trasformarsi da Stato paria ad attore razionale nel sistema regionale. Gli strumenti a sua disposizione per ora sono solo il mantenimento di neutralità pragmatica e diplomazia. Damasco cerca di ritagliarsi uno spazio di autonomia tra le macerie dell’ordine precedente e per farlo necessita di un rapporto privilegiato con i Paesi del Golfo, prima fra tutti l’Arabia Saudita con cui ha avviato vari partenariati, ancorando l’economia siriana ai capitali della penisola arabica. Cruciale al tempo stesso il supporto degli Stati Uniti, e quello della vicina Turchia, informato dallo scioglimento del nodo curdo.
Il Presidente sarà in grado di navigare tra pressioni contrapposte? Un efficace successo di Al Sharaa dipenderà dalla sua capacità di resistere alle pressioni contrastanti dei suoi vicini regionali e alle tentazioni revansciste delle milizie filo-iraniane, proteggendo il Paese da una possibile ritorsione del regime degli Ayatollah.
A quindici anni dall’inizio della primavera siriana, il Paese tenta di ritagliarsi una propria autonomia strategica. In un panorama offuscato dai conflitti esterni regionali e dai dissapori etnici, un ritorno al caos resta pericolosamente vicino.
[1] Syria Needs a Reconstruction Plan (Carnegie Middle East Center)
[2] As Syria marks 15 years since anti-Assad uprising, security issues remain (Al Jazeera)
[3] Syria, in Ruins (New York Times)
[4] Amid Regional Escalation: Will the War Spill into Syrian Territory? (The Syrian Observer)
[5] Trouble Is Brewing in Syria (Foreign Affairs)
[6] Turkey - Syria: A Brief Anatomy of a Complicated Relationship (Institut de Relations Internationales et Stratégiques)