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L’incontro Putin - Al Sharaa e il nuovo corso dei rapporti russo-siriani

Continua la ricerca per una nuova sinergia tra Mosca e Damasco nel post-Assad. L’importanza della stabilità per Al Sharaa e la ricerca di una continuata proiezione di Mosca in Medioriente

Il 29 gennaio scorso si è svolto al Cremlino un nuovo incontro tra il presidente siriano Ahmed Al Sharaa e quello russo Vladimir Putin, il secondo vertice da quando il leader siriano ha assunto la guida del potere agli inizi dello scorso anno. L’analisi del rapporto con la Federazione Russa nella nuova quanto turbolenta Siria post-Assad, è importante per comprendere la trasformazione degli equilibri regionali (e internazionali) in corso. Nessun analista avrebbe infatti previsto, nell’imprevedibilità delle cose del mondo fenomenico, un rientro così rapido della Russia nel nuovo sistema di alleanze della Siria post-Assad, in quanto il Cremlino, come noto, è stato il più importante alleato dell’ex regime di Bashar al Assad (oggi rifugiato politico in Russia) e della minoranza alawita al potere durante la brutale, annosa guerra civile siriana.

"La Russia, ovviamente, svolge un ruolo fondamentale in Siria, nella stabilizzazione della situazione, non solo in Siria, ma anche nella regione", queste le parole di apprezzamento di Al Sharaa. Putin ha risposto in modo analogo, segnalando con nonchalance, come la Russia sia disposta a collaborare con il nuovo governo siriano, quasi in una continuità strategica con il precedente. Un pragmatismo politico, da entrambi i lati, che può meravigliare l’uomo comune, ma non può certo stupire chi ha anche solo i rudimenti di storia diplomatica e di storia delle relazioni internazionali, ove la Realpolitik, il calcolo strategico e di interesse e la politica di potenza, sono stati, rimangono e saranno sempre elementi fondanti delle interazioni tra soggetti statuali.

I nuovi legami russo-siriani nel post-Assad: energia, basi militari e diplomazia

A ben vedere, l'approccio di Realpolitik e di volontà di dialogo del presidente siriano nei confronti della Russia, ha visto le sue fasi aurorali durante la campagna militare sul finire del 2024 che condusse al rovesciamento del regime di Assad. In quelle dinamiche, una volta che l’avanzata delle truppe di Al Jolani (al tempo nom de guerre di Al Sharaa) appariva inarrestabile, Mosca spostò la sua priorità dal sostenere il regime di Assad, ormai al collasso, al trattare per preservare la propria presenza in Siria. Questo orientamento ha gettato le basi per una continuata relazione tra Damasco e Mosca basata su interessi concreti che, anche nel solco di un’ottica attinente alla storia delle relazioni internazionali, si riallaccia, mutatis mutandis, ai legami decennali tra i due Stati risalenti alla Guerra Fredda.

Dopo vari rumors mediatici e le opacità susseguitesi nei mesi scorsi riguardo la sorte delle due basi russe in Siria, i due governi stanno ora negoziando per il mantenimento della presenza russa nella base aerea di Hmeimim e in quella navale di Tartus. Garantirsi la continuità del controllo delle due menzionate basi (le uniche sotto il controllo di Mosca nell’area) risulta prioritario per la proiezione di influenza del Cremlino nel Mediterraneo. Inoltre, una continuata presenza in Siria rende potenzialmente quest’ultima un partner regionale a lungo termine per Mosca, con conseguenti vantaggi geopolitici ed economici.

La Russia, a sua volta, ha contribuito in questo nuovo interscambio con la Siria tramite un sostegno economico, commerciale e diplomatico, tramite il rifornimento di grano e soprattutto di gas e petrolio - tramite la sua flotta fantasma e nonostante le sanzioni occidentali -, fondamentale per la tenuta del sistema energetico, in forte crisi, del Paese mediorientale.

Sul piano diplomatico, in ambito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Mosca ha contribuito a rimuovere le designazioni di terrorismo nei confronti di Al Sharaa per via del suo noto passato di militanza islamista nel gruppo Jabat Al-Nusra. Nonostante il dispendioso e annoso conflitto in Ucraina, il ruolo della Russia come membro permanente del Consiglio di Sicurezza, il relativo diritto di veto, i buoni rapporti di cui ancora gode in ambito mediorientale e con le monarchie del golfo, conferisce alla Russia una maggiore influenza in Medioriente e una veste di potenziale importante alleato per il fragile governo siriano. Damasco ha bisogno di assistenza internazionale per mantenere pace e stabilità, messa alla prova dai continui scontri con le minoranze curde, druse e soprattutto con la forza dell’esercito di Israele che preme nell’area meridionale del Paese. Oltre a tutte le ragioni specifiche sopra esposte, ve n’è una di carattere più generale che sta a monte di ogni altra considerazione: vi è infatti una necessità di sopravvivenza politica e di solidificazione del governo di Al Sharaa, che si trova ad agire in un contesto assai difficile e precario, sia sul piano securitario ed economico interno, sia quello geopolitico regionale. Il presidente siriano ha infatti prefigurato un piano di diversificazione dei meccanismi di alleanze, nel quale rientra evidentemente anche la Russia: un rapporto però che, questa volta, si vorrebbe instaurare non più in un quadro patron state - client state, bensì su basi paritarie. Risulta plausibile pensare, in conclusione, come tale dinamica di graduale ripresa del ruolo di Mosca nella Siria post-Assad, venga svolta con un informale, tacito assenso da parte di Washington, in quella sintonia di fondo russo-statunitense forgiata da Trump circa la riconfigurazione dei poteri mondiali e dei sistemi di alleanza di Washington.

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