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“La trappola di Tucidide”, il soft power cinese, la presunta ineluttabilità dello scontro Cina-Usa.

L’attenzione e l’apprensione mondiale si sposta in Asia. L’articolo di Ettore Maria Colombo

Mentre i ‘venti di guerra’ nel Golfo Persico sembrano, oggi, finalmente, placarsi e, dopo mesi di ‘tregua armata’ tra Usa e Israele da un lato e Iran e Hezbollah dall’altro, sembrano che possano aprirsi, seriamente, dei veri negoziati di pace, il resto del Mondo continua a ballare sull’orlo del baratro.

Non solo perché, come si vede, non solo i negoziati di pace, ma anche solo una modesta tregua, tra Russia e Ucraina, non è, ad oggi, all’orizzonte, ma anche perché i fronti aperti – con tutte le loro relative frizioni geopolitiche e strategiche – restano fin troppi. In Medio Oriente come in Africa e, anche, ovvio, in Asia. Un ‘gigante dormiente’, il continente asiatico, causa le moderne rivalità tra Cina, India, Pakistan e quelle, storiche, tra Cina e Giappone, con in mezzo il non piccolo problema di Taiwan, tra Corea del Nord e del Sud, tra Cina e alleati ‘asiatico-occidentali’ degli Usa (Australia, Nuova Zelanda, lo stesso Giappone), oltre che, ovviamente, la ormai quasi secolare rivalità-competizione di Usa e Cina.

Ma non è questa la sede per affrontare il quadro geopolitico mondiale che, pur se assopito, si staglia sempre pericoloso, per il futuro, nel continente asiatico e tra potenze mondiali rivali (Usa e Cina), ma pure tra potenze mondiali, in teoria, alleate tra loro, come sono Cina, Russia e Corea del Nord.

Più interessante, oltre che, forse, persino più ‘divertente’ è notare come, con un sottile filo rosso, il mondo asiatico – e, in particolare, quello cinese – si lega a un passato classico, ma di chiara schiatta occidentale, quello della Grecia antica. Ecco perché si è deciso di analizzare un refrain, di recente tornato alla ribalta, e noto come ‘trappola di Tucidide’. Ma cos’è “la trappola di Tucidide”? Perché ci riguarda? Cosa e quali scenari evoca? Cosa ci insegna lo storico greco e quali sono gli ammonimenti attuali della Cina al Mondo?

La trappola di Tucidide”? Un mistake made in China…

Partiamo dall’attualità e, dunque, dalla cd. “trappola di Tucidide” per come è stata sollevata, nell’ambito del confronto tra le due attuali e maggiori super-potenze mondiali, Usa e Cina, ma diciamo subito che si tratta di un vero e proprio ‘mistake’. Nel senso che lo storico greco, Tucidide, non ha mai affermato o formulato siffatta ipotesi.

Succede che, come si sa, il presidente Usa, Donald Trump, a metà maggio scorso, vola in Cina per un viaggio definito ‘storico’, anche se porterà ben pochi risultati concreti, in cui incontra il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping. Il quale, tra le altre cose, ama presentarsi, davanti ai suoi interlocutori occidentali, come erede e custode della millenaria civiltà cinese, “l’Impero Celeste”, e non solo. E poco importa che formalmente ancora oggi, Xi Jinping sia il segretario del più grande (e, ormai, unico rimasto) partito comunista del Mondo, il partito comunista cinese.

Un leader politico, Xi, che ama ricordare di aver letto, e con profitto, non solo i grandi pensatori orientali, ma anche quelli occidentali, “come Dante, Petrarca, Marx”, e di cui l’agiografia ufficiale ama sottolineare che “mostra grande familiarità con gli antichi filosofi greci”. In visita di Stato ad Atene, nel 2019, citò Platone e paragonò la dea Atena (dea della Sapienza), onorata al Partenone, ai grandi cinesi. In passato, conversando con un predecessore di Trump, Barack Obama, il raffinato, quanto ardito, ragionamento di Xi fu sulla “compatibilità tra collettivismo confuciano e società individualista americana”. Più di recente, quando Trump – non proprio avezzo a compulsare i testi classici - andò a trovarlo, tirò fuori, appunto, la trappola di Tucidide: “La Cina e gli Stati Uniti possono superare la trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma di relazioni tra grandi Paesi?” domanda, retoricamente, a Trump, lui, Xi.

Citando Tucidide (o, meglio, come vedremo, il politologo americano Allison…), Xi fa sfoggio, con Trump, non solo di conoscenze storiche invidiabili, ma pure di un monito: non siamo disposti a farci ‘contenere’ dagli Stati Uniti. Di certo nel quadrante dell’Indo-pacifico e forse pure altrove.

In buona sostanza, la metafora dice: quando una potenza rivaleggia e può superare l’altra rischia di scatenarsi uno scontro che può devastare un’intera civiltà. La “trappola di Tucidide” serve per ammonire l’America su due fronti. Il primo è pratico: non superate la linea rossa del sostegno Usa a Taiwan: cercare di bloccare “l’inevitabilità storica della riunificazione dell’isola alla Madrepatria cinese”, ammonisce Xi, equivale a una bestemmia, per la Cina. Qui Trump incassa e, sostanzialmente, decide di disinteressarsi di quello che sarà, in un prossimo o più lontano futuro, un’eventuale ‘annessione’, da parte cinese, dell’isola.

Il secondo è, invece, ben più sottile e ben più ambizioso. La Cina dice agli Usa: non vi conviene sviluppare un conflitto tra le nostre due super-potenze mondiali, entrare in competizione con noi, sul piano commerciale, industriale, sociale, ma anche militare e geopolitico. Lasciateci stare. Un modo raffinato per dire: non svegliate il can che dorme. Qui, Trump un po’ abbozza, un po’ finge di non capire, di certo risponde con toni concilianti: definisce la visita in Cina “un onore per pochi” e Xi Jinping “un grande leader”.

Il ‘warning’ di Xi: dobbiamo essere partner, non rivali.

Xi, con antica sapienza (cinese), correla, dunque, il tema della stabilità globale all'idea primaria che Cina e Stati Uniti debbano continuare a rimanere “partner e non rivali”, auspicando che il 2026 possa diventare un anno decisivo per il rilancio delle relazioni bilaterali. Poi fa riferimento a un mondo giunto a un “nuovo crocevia”, condizionato da trasformazioni “mai viste in un secolo”, da una situazione internazionale “fluida e turbolenta”. Una ‘fotografia’ che Pechino sceglie di usare per descrivere il passaggio da un ordine globale a guida occidentale a un sistema in cui la Cina rivendica il ruolo da ‘grande potenza’ mondiale.

Xi descrive la Cina come una potenza ‘responsabile’, interessata a superare lo scontro frontale e a collaborare sui dossier globali, ma l'obiettivo è un altro. Gli Stati Uniti non considerino la sua ascesa come una minaccia da contenere. In sostanza, “superare la trappola di Tucidide” significa, per Pechino, tessere una relazione ‘tra pari’, fatta di meno competizione ideologica e pressione militare nel Pacifico, più riconoscimento degli interessi cinesi su dossier sensibili come Taiwan, commercio, tecnologia e sicurezza regionale, pur considerando che la rivalità Usa-Cina, più di recente, si è allargata ad altri ambiti, come semiconduttori, AI, etc.

Dunque, la scelta di ‘citare’ Tucidide non è solo esercizio accademico, ma un avvertimento politico: l’obiettivo è che la spirale di sfiducia tra potenza dominante e potenza emergente non raggiunga livelli insostenibili. E’, insieme, una speranza e un ammonimento: esiste ancora spazio per evitare che il destino delle relazioni tra Usa e Cina porti a uno scontro militare. Ma uno scontro armato si può evitare solo a patto che entrambe le superpotenze accettino di definire precise regole di convivenza, riconoscendosi come i due, veri, unici, grandi attori dello scacchiere mondiale.

La “trappola di Tucidide” rappresenta, dunque, per Xi, un invito alla prudenza e una richiesta di accettare, senza ritrosie, la presenza globale della Cina. Per Pechino, è il modo per sostenere che il vero pericolo non sarebbe l'ascesa cinese in quanto tale, ma piuttosto la reazione americana.

La metafora è, in realtà, di… Allison (più Kissinger).

Al netto delle implicazioni geopolitiche e geostrategiche, il problema è che Tucidide c’entra solo fino a un certo punto. Infatti, il riferimento storico del presidente cinese è solo indiretto. Xi non sta citando lo storico greco, ma il politologo contemporaneo Graham T. Allison, professore di Harvard, che conia la felice formula nel 2014 e, dopo, la sistematizza in un libro uscito nel 2017, “Destined for War: can America and China Escape Thucydides’s Trap?” (traduzione italiana: “Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?”).

Allison, con tale definizione, voleva indicare il rischio che il confronto tra una potenza in ascesa e una che domina la scena mondiale può degenerare in un conflitto armato. Usando le sue parole, “La trappola di Tucidide si riferisce al naturale, inevitabile, scombussolamento che si verifica quando una potenza in ascesa minaccia di scalzare una potenza dominante. E, quando questo accade, lo stress strutturale che ne risulta rende lo scontro violento la regola e non l’eccezione”. Insomma, banalizzando, porta la guerra.

Allison – che è stato ricevuto, nel 2025, da Xi e che ha poi incontrato il ministro degli Esteri, Wang Yi, e il consigliere del presidente sulle questioni ideologiche, Wang Huning, per discutere come “ricercare armonia senza conflittualità” - non si ferma, però, alla “inevitabilità” del conflitto, ma sottolinea che i contendenti possono riconoscere la natura strutturale della sfida al fine di governarla politicamente.

Il soft power cinese e la ‘rivisitazione’ dei classici greci.

Al netto di tutto quello che si sa e che si scrive su quanto, come e perché l’influenza della Cina non solo nel Pacifico come nell’oceano Indiano, ma anche in continenti lontani - l’Africa, su tutti, ma anche il Medio Oriente, tanto che, ormai, si parla di “Asia Occidentale” per descrivere i Paesi che vivono a cavallo del Golfo Persico e del Mar Arabico – sia diventata così importante da risultare preponderante e, dunque, ‘pericolosa’, agli occhi del Vecchio continente, come pure dei Paesi arabi del Golfo, resta che il ‘soft power’ cinese, ormai, travalica i ‘confini’ della geopolitica. E’ diventato, infatti, un tema e un problema anche culturale, cioè una forma di ‘egemonia’ che si esercita, secondo la classica definizione gramsciana, anche tra gli intellettuali, e nelle ‘casematte’ della cultura, oltre che nelle nuove forme di egemonia culturale (film, serie, fumetti, musica, social). Seguendo, quasi esattamente, gli stessi principi e modalità che proprio gli Usa usarono, nel mondo occidentale e anche fuori di esso, per dominare – non solo dal punto di vista geo-strategico, ma anche culturale e sociale – il ‘Mondo Libero’ del Secondo Dopoguerra e seguenti. Sia per contrastare la visione ‘comunista’, propalata dall’Urss, sia per imporre una ‘visione del Mondo’ liberal-consumista, gli Stati Uniti seppero costruire, con grande maestria, un ‘immaginario collettivo’ che - tramite l’industria della ‘mecca’ del cinema, Hollywood, ma anche tramite la CIA, e le sue operazioni cultural-politiche, oltre che strategiche – riuscì, infatti, a permeare e a plasmare un’intera civiltà e un intero modo di pensiero (e di pensare) che riuscì persino a travalicare i ‘confini’ dell’Occidente liberal-democratico, arrivando a ‘conquistare’ anche popoli di altri continenti.

Ma, oggi, i veri ‘maestri’, nella produzione di ‘egemonia’, sembrano essere diventati proprio loro, i ‘cinesi’. Mai come oggi il titolo di un vecchio film del regista italiano Marco Bellocchio, “La Cina è vicina”, uscito nel 1967, quando il ‘maoismo’ stava per contagiare le elite culturali italiane che ‘sognavano’ la Rivoluzione proletaria, si rivela profetico.

Venendo a tempi e modelli più recenti e attuali, non è un caso che il parallelo del professore americano Allison cattura subito l’attenzione del gruppo dirigente cinese che, già nel 2017, prende a prestito titolo e tema del saggio di Alisson per imbastire un seminario che si tiene, ovviamente, a porte chiuse, a Pechino e a cui presenzia persino Henry Kissinger, lo storico segretario di Stato degli Usa (ha servito sotto i presidenti Nixon e Ford), nonché architetto del ‘grande disgelo’ tra gli Usa e la Cina.

Il titolo del seminario era “Evitare la trappola di Tucidide”. Lì Kissinger la mise così: “Le guerre possono scoppiare, da una parte a causa di un graduale aumento della tensione e, dall’altra, perché gli Stati moderni si sono abituati alla norma che, alla fine, una soluzione si troverà sempre, prima della tragedia”. Poi avvertì: “Basta che una sola circostanza sfavorevole si verifichi e il conflitto esplode, come avvenne nel 1914 con la Prima guerra mondiale”.

Inoltre, dopo, nel 2024, Pechino ha ospitato una grande conferenza sugli studi classici, invitando centinaia di accademici stranieri. La presiedeva Li Shulei, membro del Politburo cinese e a capo del Dipartimento ‘propaganda’ del Partito, che lesse un messaggio, sempre di Xi, in cui si esaltava la Grecia antica che, al pari della Cina, rappresenta le due civiltà che hanno tracciato lo sviluppo dell’umanità, anche se dalle due parti opposte del continente euroasiatico, e annunciava il ‘generoso’ finanziamento di una scuola di studi classici ad Atene. Un’operazione di puro ‘soft-power’.

Infine, dipartimenti di studi di greco, come di latino, sono sorti in diverse università cinesi. Anche Platone, il quale criticava, da posizioni ‘aristocratiche’, la democrazia ateniese, è stato ‘arruolato’ dal Partito comunista cinese per dimostrare che l’attuale sistema di governo occidentale è, più o meno, una forma di governo superata e inadeguata. Insomma, tutto si può dire tranne che i cinesi, oggi, non sappiano il fatto loro e che sappiano anche propagandarlo.

Cosa ha, realmente, detto lo storico greco Tucidide…

Naturalmente, anche il buon Tucidide c’entra… Ma come? Vediamo. Dobbiamo tornare alla Grecia del V secolo a. C. e alle pagine con cui il più grande e migliore storico greco (Erodoto, che pure viene prima, era un narratore di Storie) descrive, nel suo libro più famoso, il solo arrivato a noi, “La Guerra del Peloponneso”, lo scontro titanico tra le due potenze dell’epoca, Sparta e Atene. Uno scontro durissimo, fratricida, che finirà per vedere entrambe le città atterrate e che si tenne, tra lutti e devastazioni, dal 431 al 404 a. C.

La “trappola di Tucidide”, pur se mai da lui definita così, descrive dunque la tendenza di una potenza dominante e una potenza emergente a entrare in conflitto quando la crescita della seconda suscita ‘paura’ nella prima. Per Tucidide, la guerra fu causata dalla crescita del potere ateniese e dalla paura che questa suscitò a Sparta, rendendo il conflitto inevitabile, anche se non voluto dalle parti. Egli distingue tra “prophasis” (causa profonda) e “aitiai” (pretesti), sottolineando che la vera ragione della guerra era la transizione di potere che alterava gli equilibri esistenti.

Secondo Tucidide, che peraltro alla guerra partecipa in prima persona e la cui opera è fonte principale per tutti gli storici, è stata “l'ascesa di Atene e il timore che questa ispirò a Sparta” a rendere la guerra inevitabile (“Guerra del Peloponneso”, traduzione di Luciano Canfora, libro I, 23, 6). Secondo lo storico greco, “la ragione più autentica, per quanto mai dichiarata (di questa guerra, ndr.) penso sia: la crescente potenza ateniese e la paura che essa incuteva agli Spartani resero la guerra inevitabile, anche se le cause, poi dichiarate, furono le seguenti…”. Tucidide non parla mai di ‘trappola’, come invece poi la intende e traduce Allison. Sta solo cercando la “causa più vera” (in greco, “alethestate”) della guerra, ben diversa dalle ragioni addotte da entrambi, Atene e Sparta. Lo storico fa, però, un’affermazione netta, decisa e recisa, che sta tutta in un verbo greco (“amaksai”), e cioè che essi – Spartani e Ateniesi - “resero inevitabile” la guerra. Quasi che fosse motivata da un Destino superiore (la “anake”, in greco). Quella che il poeta italiano Giacomo Leopardi, chiamerà, in altri tempi, la “ferrea necessità”. Da qui, l’idea estrapolata e fatta propria da Allison, che allude a meccanismi indipendenti da singole volontà e da singole ragioni che portano, inevitabilmente, alla guerra.

In ogni caso, Tucidide tiene molto al concetto che esprime e ci torna più avanti, sempre nel libro I (88), quando afferma che “gli Spartani si convinsero si doveva entrare in guerra, non tanto perché persuasi dai discorsi degli alleati, quanto per il timore che la potenza ateniese cresca ancora, dato che la maggior parte di Grecia era sotto loro dominio”.

Ciò detto, il problema resta un altro. La trappola di Tucidide è un mero evento contingente, e cioè relativo a una guerra ‘singola’, combattuta oltre duemila e cinquecento anni fa, con altri metodi e altre tecniche (militari e strategiche), oppure ‘funziona’ come una ‘regola’ universale e data, valida in ogni luogo e in ogni tempo, cioè anche in futuro?

Il politologo americano Allison corrobora la sua teoria con una lunga serie di esempi storici che, malauguratamente, gli ‘danno ragione’. E anche se la ‘fede’ universale in un (determinato) principio ricorda un difetto tipico della cultura (occidentale) cui appartiene e cioè, una ‘resistenza’ coriacea a rendersi conto e accettare che culture ‘altre’, sia antiche che moderne, sono molto diverse dalle ‘nostre’, resta il punto. Le ‘tesi’ di Allison funzionano anche oggi.

Le regolarità e gli esempi storici proposti da Allison.

La trappola di Tucidide – nella catalogazione che ne offre, ripetiamo, Allison e non Tucidide - si verifica, dunque, quando una potenza emergente sfida una potenza consolidata, generando un circolo di diffidenza, competizione e escalation che può sfociare in guerra. Allison non si limita a utilizzare questa chiave di lettura legandola al rapporto tra Stati Uniti e Cina, ma la riporta, attraverso una lunga e dotta casistica, a molti altri scontri di natura geopolitica, militare, sociale e culturale della Storia.

Analizzando ben 16 casi storici in 500 anni, Allison rileva che in dodici casi il risultato è stato un – inevitabile - conflitto, pure se ciò non implica che il risultato finale di una guerra, che pure si è sempre verificata, sia inevitabile. Tra gli esempi storici che Allison (e non, ovvio, Tucidide…) cita vi sono, oltre lo scontro tra Atene e Sparta (V sec a. C.), anche molti altri scontri ‘di potenza’. Quello tra Gran Bretagna e Germania, a inizio del XX secolo, quando la Germania imperiale sfidò la supremazia britannica, contribuendo allo scoppio della Prima guerra mondiale. In quel caso, la potenza emergente era la Germania imperiale. Quello tra USA e URSS (seconda metà del XX secolo), quando la Guerra Fredda rappresentò una vera e propria ‘trappola di Tucidide’ che venne evitata solo grazie a due moloch: deterrenza nucleare e diplomazia internazionale. E, appunto, quello tra USA e Cina che segna il XXI secolo, quando la rapida ascesa cinese e la percezione di minaccia da parte degli Stati Uniti rendono la situazione attuale un esempio contemporaneo quanto minaccioso della trappola.

La trappola nasce, dunque, da una combinazione di fattori: 1) paura e percezione del declino, in cui la potenza dominante teme di perdere status e sicurezza. 2) sfiducia reciproca, dove la mancanza di trasparenza alimenta sospetti e paranoia. 3) parallela corsa agli armamenti, in cui ogni mossa difensiva viene percepita come offensiva. 4) orgoglio nazionale, dove le potenze emergenti cercano riconoscimento e le dominanti rifiutano di cedere spazio. 5) errori di calcolo con conflitti che spesso scoppiano per incidenti, incomprensioni, casualità, non per volontà diretta.

Ma lo sfociare nella guerra non è, come detto, inevitabile. Tra gli esempi ‘positivi’, cioè i casi di ‘competizione pacifica’, sempre Allison cita: 1) la successione pacifica tra Gran Bretagna e USA (agli inizi del XIX secolo). 2) la Guerra Fredda, in cui la deterrenza nucleare e il dialogo strategico evitarono lo scontro diretto, oltre che ‘atomico’.

E, tuttavia, va riportata agli atti non solo la pars destruens, ma anche quella costruens. In merito alle ‘strategie’ attuali per evitare la trappola di Tucidide, per Allison includono: 1) dialogo strategico continuo per ridurre la paranoia; 2) interdipendenza economica per rendere la guerra costosa. 3) riforme istituzionali globali per riflettere nuovi equilibri. 4) gestione del prestigio per condividere il potere senza percepirlo come un affronto reciproco. Regole auree, certo, ma non meno difficili da mettere in pratica e saper gestire. Va detto che, nella Grecia classica, si moriva con spade, elmi, lance e scudi, la formazione tipica era la ‘falange’ e le armi da fuoco (figurarsi la ‘minaccia’ nucleare…) non erano neppure immaginabili. Ma resta il punto. Dopo che Sparta e Atene si dissanguarono in una lotta fratricida, emerse la (effimera) potenza di Tebe, poi quella di Pella (l’antica Macedonia), cioè di Alessandro, ad approfittare del dissanguamento della Grecia fu Roma, che conquistò ed edificò un impero sulle macerie delle città greche e che, peraltro, ripropose il ‘dilemma’ di Tucidide quando si trovò a rivaleggiare con Cartagine (guerre puniche), abbattendola.

Ma non è, di certo, detto che, per forza, si debba finire, nell’attuale scontro/incontro tra USA e Cina, dentro una (ineluttabile) “trappola di Tucidide”. Come sempre, oggi come ieri, i modi per evitare le ‘trappole’ ci sono e restano. Meglio, però, ieri come oggi, cercare di imparare la lezione.

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