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La Turchia e le necessarie relazioni con i paesi del Golfo

Il viaggio di Recep Tayyip Erdoğan nei paesi del Golfo, il primo all’estero dalla vittoria alle elezioni di maggio, conferma la definitiva distensione delle relazioni tra la Turchia e le monarchie sunnite. Rapporti dettati dalla necessità economica dal lato turco, e dalla volontà di migliorare i rapporti con uno dei maggiori attori dell’area mediorientale, da parte di Arabia Saudita ed Emirati.

Il 17 luglio Erdoğan si è recato in Arabia Saudita, dove, accompagnato da circa 200 uomini d’affari, ha incontrato il re saudita, Salman bin Abdul-Aziz Al Saud, e Mohammed bin Salman. Sono stati raggiunti cinque accordi che rafforzano la cooperazione nei settori dell’economia, della difesa e dell’energia tra i due paesi. Durante l’incontro è stata firmata un’intesa che prevede una serie di investimenti diretti da parte saudita in Turchia, a sostegno della dissestata economia di Ankara. Anche dopo il devastante terremoto che ha colpito il sud-est del paese il 6 febbraio, Riad intervenne depositando 5 miliardi di dollari presso la Banca centrale turca.

L’Arabia Saudita e gli altri paesi del Golfo continuano a sostenere l’economia turca con investimenti diretti, come mostra l’intesa da poco raggiunta, continuano a supportare il presidente turco dal punto di vista economico. Tuttavia, sembrano restii, almeno per ora, a depositare ulteriori fondi direttamente presso la Banca centrale di Ankara. Riad ha chiaramente fatto intendere di aver cambiato le modalità di supporto finanziario agli stati in difficoltà, preferendo gli investimenti diretti esteri, in grado di generare un ritorno finanziario concreto. Il Ministro delle Finanze saudita ha recentemente affermato che il regno non è più disposto a garantire un flusso finanziario incondizionato ai paesi dell’area, come avvenuto a lungo per l’Egitto o il Libano, ma di basarsi anche sulle riforme indicate dal FMI come parametro di condizionalità per l’elargizione dei fondi. I depositi diretti devono considerarsi quindi un’eccezione, più che la regola, in occasione di eventi straordinari, quali il terremoto o le elezioni.

Di particolare rilevanza l’intesa raggiunta da Riad e Ankara nel campo della difesa: l’azienda turca Baykar e il Ministero della Difesa saudita hanno siglato due contratti per la vendita di UCAV turchi al regno, compresi i Bayraktar Akıncı, veicoli ad alta quota e lunga durata di volo. Haluk Bayraktar, amministratore delegato dell’azienda turca, ha definito l’intesa come “il maggior contratto per l’aviazione e la difesa della storia della Turchia”.

Successivamente, il Presidente turco ha visitato gli Emirati Arabi, dove ha incontrato il suo omologo, Mohammed bin Zayed, per la quarta volta negli ultimi tre anni. L’incontro ha portato al raggiungimento di accordi economico-commerciali dal valore di 50 miliardi di dollari. Anche Abu Dhabi, tramite il fondo sovrano ADQ, sosterrà la ricostruzione delle aree terremotate, con 8,5 miliardi di dollari in obbligazioni finanziarie. L’accordo economico si aggiunge a un’ulteriore intesa raggiunta nel mese di marzo, e ratificata dopo la rielezione di Erdoğan, che dovrebbe portare la cooperazione bilaterale in ambito commerciale a toccare i 40 miliardi nei prossimi cinque anni. Inoltre, i due paesi hanno stabilito di costituire una Joint Economic and Trade Commission, con l’obiettivo di generare un ulteriore incremento dell’interscambio commerciale; nel 2022 il commercio bilaterale relativo al settore non petrolifero ha toccato i 19 miliardi di dollari, un aumento del 40% rispetto all’anno precedente.

È opportuno ricordare brevemente che Ankara ha riallacciato i rapporti con Riad e Abu Dhabi dal 2021, dopo una frattura durata circa 10 anni. I contrasti nacquero all’epoca delle primavere arabe e il supporto turco ai Fratelli Musulmani; lo stato delle relazioni vide un deciso peggioramento con il sospetto sostegno emiratino al presunto golpe in Turchia nel 2016 e l’omicidio di Jamal Kashoggi, presso il consolato saudita a Istanbul, nel 2018. Successivamente, i rapporti peggiorarono ulteriormente con il sostegno turco al Qatar durante la crisi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Tuttavia, come indica Iter Turan, professore di scienza della politica all’Università Bilgi di Istanbul, “sembra che questi episodi appartengano al passato: la Turchia ha ridotto il suo sostegno alla Fratellanza Musulmana e ha bisogno degli investimenti dei paesi del Golfo”. È plausibile ritenere che l’Arabia Saudita e gli Emirati abbiano riconosciuto che il confronto e la rivalità geopolitica con la Turchia minassero i loro interessi regionali e che, di conseguenza, stiano basando le relazioni con Erdoğan su un forte supporto al paese nel breve periodo e un numero cospicuo di investimenti nel medio e lungo periodo.

Con Doha, la relazioni possono essere definite “strategiche” e spaziano dalla diplomazia, all’ambito militare, a quello economico. All’incontro della scorsa settimana tra Erdoğan e l’emiro Al Thani, erano presenti anche i rispettivi Ministri degli esteri e dell’energia, nel segno di una cooperazione in forte espansione in questi settori. Il Qatar, dopo il terremoto del 6 febbraio, è stato tra i primi paesi a prestare assistenza alla Turchia, sia con materiale umanitario che con sostegno di tipo economico. Meritano una menzione le solide relazioni economiche tra i due paesi; sarebbero infatti più di 700 le aziende turche attive in Qatar, mentre 200 società qatarine opererebbero in Turchia. Anche la collaborazione nel settore turistico ha subito un deciso incremento negli ultimi anni; tali rapporti rappresentano uno dei punti più rilevanti della cooperazione economica tra i due paesi, considerata l’importanza degli introiti del settore per la Turchia.

Non è un caso che il viaggio di Erdoğan sia stato preceduto dalla visita nei tre paesi del Golfo del Ministro delle Finanze turco, Mehmet Şimşek, e dalla Governatrice della Banca centrale, Hafize Gaye Erkan. I due rappresentano un possibile nuovo corso nella politica economica di Ankara, considerata la loro formazione vicina alle teorie economiche classiche occidentali. Occorrerà capire se la presidenza turca garantirà la necessaria autonomia alle istituzioni economiche nazionali per risanare le finanze pubbliche del paese. Nell’ultima sessione del Comitato di politica monetaria della Banca centrale turca, è stato disposto un aumento dei tassi di interesse del 2,5%; si tratta del secondo rialzo dei tassi consecutivo dalla nuova governance dell’organo, in controtendenza con quanto stabilito dalla gestione precedente. Tuttavia, l’aumento dei tassi risulta comunque inferiore alle aspettative degli operatori economici, che si aspettavano un incremento di 500 punti base; questa situazione, espone quindi Ankara a un ulteriore rialzo della pressione inflazionistica.

Le politiche economiche non tradizionali adottate in questi anni dal governo, hanno posto Ankara in una grave crisi economica. In particolare, la scelta in politica monetaria di mantenere bassi tassi di interesse nonostante l’alta pressione inflattiva. Sono molti gli indicatori che testimoniano questa situazione: l’inflazione, che l’anno scorso ha toccato l’85,5%, le scarse riserve in valuta estera e l’andamento della valuta nazionale, che, nel momento in cui si scrive, si attesta sul valore di 1 dollaro a 26 lire turche .

Gli investimenti provenienti dalle monarchie sunnite rappresentano ossigeno prezioso vista la delicata situazione del sistema economico turco; anche se, come nel caso degli Emirati, si tratta di capitali che arriveranno nel paese nei prossimi cinque anni, quindi non immediatamente fruibili da parte turca. Sembrerebbe quindi che Ankara beneficerà dei rinnovati legami, principalmente economici, con i paesi del Golfo, che faranno fluire i loro capitali in Turchia anche per via della graduale inversione di tendenza della politica economica del Ministero delle Finanze e della Banca Centrale. Un discorso simile può essere fatto per i legami economici con la Russia, da cui Ankara acquista risorse energetiche a prezzi e modalità vantaggiose. Già nel mese di maggio, 600 milioni di dollari di forniture di gas russo alla Turchia sono stati posticipati al 2024, nel segno di una cooperazione economica sempre più profonda. In ultima analisi, è possibile che, in seguito alla rielezione di Erdoğan, le relazioni di Ankara con i paesi del Golfo e con la Russia si rafforzeranno anche sul medio periodo, oltre a vedere un momento di crescita da qui ai prossimi mesi sia per via delle immediate necessità economiche turche, che per diversificare i legami economici rispetto ai paesi occidentali.

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