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L’accordo Riad-Teheran cambierà gli equilibri in Yemen?

di Emanuele Rossi

Lo Yemen è un dossier che potrebbe risentire della stabilizzazione dei rapporti tra Iran e Arabia Saudita, ma non vanno dimenticate le dinamiche interne al Paese. Il punto di Emanuele Rossi

La Cina ha mediato un accordo tra Teheran e Riad che impegna entrambi a un principio di non interferenza e stabilisce una tabella di marcia per migliorare le relazioni. La guerra in Yemen potrebbe essere tra i primi punti in agenda di questa road map. La quale potrebbe avere delle accelerazioni anche rapide se si considera che il vice capo di gabinetto del presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha fatto sapere alla stampa di aver ricevuto l’invito da parte dell’erede al trono saudita, il primo ministro Mohammed bin Salman, per recarsi a Riad. E presto i ministri degli Esteri dei rispettivi Paesi potrebbero vedersi per implementare l’intesa.

Scambio di prigionieri in Yemen

Sebbene non risolva i vari punti di attrito tra le due potenze del mondo islamico, il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran dovrebbe contribuire a mitigare le tensioni e a promuovere la de-escalation in aree di conflitto chiave. E lo Yemen è tra questi il più sensibile. L’accordo raggiunto a Pechino suggerisce un maggiore impegno a risolvere le divergenze attraverso la diplomazia, e questo per il tragico conflitto yemenita potrebbe significare un consolidamento della flebile tregua. Soprattutto se abbinato ad un forcing diplomatico guidato dalle Nazioni Unite che è in corso da mesi, e instradato su un percorso positivo nonostante sia ormai quasi un anno – dall’aprile 2022 – che dal cessate il fuoco non si è passati a livelli ulteriori di negoziati.

Un primo, concreto, passo positivo, riguarda l’accordo trovato per lo scambio di prigionieri raggiunto in questi giorni. Il governo (che combatte difeso dalla colazione sunnita a guida saudita) e gli Houthi (le forze del Nord che ormai è quasi limitante definire “ribelli”, poiché controllano ampie fette di territorio) hanno concordato di scambiare oltre 800 prigionieri. L’intesa raggiunta dovrebbe attuarsi nel giro di massimo tre settimane ed è un atto di distensione non banale. Tra i detenuti scambiati ci sono infatti figure di primo piano come l'ex ministro della Difesa, fratello dell'ex presidente Abd Rabbih Mansur Hadi, i figli dell'ex vicepresidente Ali Muhssein, il figlio di Tariq Saleh (a sua volta nipote dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh), a cui si aggiungono quattro giornalisti condannati a morte da un tribunale Houthi e svariati sauditi e sudanesi.

Più che i prigionieri, le armi (iraniane)

Va detto che lo scambio di prigionieri era in mediazione da tempo, come il confronto tra Iran e Arabia Saudita d’altronde, ma è possibile che lo sblocco delle trattative sia anche conseguenza dello scatto in avanti iraniano-saudita avvenuto a Pechino. D’altronde la Cina ha fatto sapere di aver ottenuto l’impegno da parte dell’Iran di non rifornire più di armamenti gli Houthi. È uno dei fattori di crisi tra Riad e Teheran, perché i miliziani yemeniti hanno ormai acquisito capacità di modificare, assemblare e usare quelle componentistiche militari iraniane per poi puntarle contro il territorio del regno saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Attacchi che gli Houthi considerano legittimati a compiere in quanto i due Paesi del Golfo sono i principali sostenitori della coalizione che da otto anni sta cercando di ripristinare la stabilità in Yemen.

L’annuncio di Pechino è di per sé interessante, perché di fatto porta Teheran a scoprirsi – e dunque a impegnarsi. Gli iraniani non hanno mai ammesso di fornire armi allo Yemen, ma solo “consulenza militare”. Ora i cinesi li portano pubblicamente in una posizione dalla quale diventa complesso tirarsi indietro, perché altrimenti sarebbero responsabili di azioni di interferenza in un Paese terzo – ossia violerebbero uno dei vincoli discussi nell’accordo con Riad. Aver messo alle strette Teheran racconta anche in parte di come Pechino intenda posizionare i pesi negli equilibri dell’intesa. Mentre negli stessi giorni, il capo del Comando Centrale statunitense ha riferito in audizione al Senato che le unità della US Navy, nel giro dell’ultimo mese, hanno bloccato cinque carichi di armamenti diretti in Yemen. D’altronde, dalla tregua di aprile scorso, sono aumentati i sequestri di armi dirette agli Houthi, ossia il sostegno esposto pubblicamente dalla Cina non era affatto diminuito. Si vedrà in seguito.

Gli sforzi diplomatici e gli interessi in ballo

L'inviato speciale degli Stati Uniti per lo Yemen, Tim Lenderking, ha anticipato l’inizio del mese sacro musulmano del Ramadan, il 22 marzo, per viaggiare tra Arabia Saudita e Oman con l'obiettivo di estendere la tregua mediata dalle Nazioni Unite nel conflitto yemenita sfruttando il momento –l’anno scorso era stato proprio il Ramadan a facilitare lo stop alle armi. Il viaggio di Lenderking è il primo impegno statunitense in Medio Oriente dopo l’intesa intesa iraniano-saudita, anche se è probabilmente indipendente dall’accordo.

La guerra civile in Yemen è iniziata nel 2014 quando gli Houthi hanno preso il controllo della capitale, Sanaa. A partire dal marzo 2015, con il sostegno dell'amministrazione Obama, una coalizione di Stati del Golfo Persico guidata dall'Arabia Saudita ha lanciato una campagna di isolamento economico e di attacchi aerei contro gli Houthi, i quali hanno avviato per rappresaglia attacchi contro il territorio saudita ed emiratino. Il conflitto ha quindi avuto un’estensione regionale, mentre gli scontri producevano una crisi umanitaria devastante.

La Casa Bianca non ha confermato le notizie diffuse dai media sauditi, secondo cui l'estensione della tregua nello Yemen sarebbe imminente. I sauditi hanno investito centinaia di miliardi di dollari nella campagna militare in Yemen e sono desiderosi di ridurre l'escalation mentre si concentrano sul rilancio del Paese e sull'attrazione di investitori nell'ambito del loro progetto Vision 2030. In passato gli attacchi subiti dagli Houthi sono stati un elemento di destabilizzazione su queste ambizioni saudite, in quanto hanno comportato una diminuzione del livello di sicurezza del regno – e lo stesso per gli Emirati, che mirano a essere un hub finanziario e turistico internazionale. Emblematica l’immagine della Mercedes AMG F1 di Lewis Hamilton che sfrecciava sul circuito cittadino di Jeddah due anni fa, mentre sullo sfondo saliva il pennacchio di fumo nero dell’incendio causato da un missile yemenita.

In un momento in cui il Paese si trova in una posizione di slancio e sviluppo economico – anche legata al rinnovato valore del petrolio, connesso allo scombussolamento del mercato energetico prodotto dalla guerra russa in Ucraina – bin Salam ha acquisito una visione pragmatica che lo ha portato alla distensione con Teheran. Perché possa attuarsi la sua visione di diversificazione, investimenti e sviluppo, è però consapevole che debba occuparsi del problema Yemen.

Le questioni interne allo Yemen

Inoltre, sempre in ottica pragmatica, i sauditi hanno percepito una mancanza di sostegno da parte di Washington alla coalizione guidata contro gli Houthi, e una reazione poco coinvolta e incisiva sin dai tempi dei pesanti attacchi iraniani del 2019 contro le strutture petrolifere di Hijra Khurais e Abqaiq – che disarticolarono per giorni il settore petrolifero del regno. In quell’occasione Riad testò con mano le capacità acquisite dagli yemeniti. Adesso, seguendo per altro un’onda di distensione regionale, cerca tramite l’accordo con l’Iran di risolvere il più sensibile dei dossier di politica estera-regionale che la riguardano.

Nei giorni scorsi, l'inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, ha dichiarato che l'accordo tra Arabia Saudita e Iran ha ridato slancio alla fine del conflitto e ha esortato le parti in conflitto a "cogliere l'opportunità" di compiere passi verso la pace.

"Sono in corso intensi sforzi diplomatici a diversi livelli per porre fine al conflitto nello Yemen", ha dichiarato Grundberg al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. "Attualmente stiamo assistendo a un rinnovato slancio diplomatico regionale, nonché a un cambiamento di passo nella portata e nella profondità delle discussioni".

Se però le condizioni a contorno ci sono tutte per sperare in una risoluzione positiva di una guerra che ha prodotto migliaia di morti, va aggiunto che sensibilità rimangono. Una delle principali riguarda la capacità di influenza dell’Iran sugli Houthi. Gli yemeniti non sono esattamente dei proxy come altre milizie sciite collegate ai Pasdaran (in Iraq, Siria, Libano), ma seguono un’agenda propria, dove le questioni dello Yemen – il controllo delle risorse e dei centri di potere territoriali – sono predominanti rispetto agli interessi di Teheran. Chiaro che a volte c’è stata coincidenza tattica nell’attaccare il territorio saudita ed emiratino, un tempo nemici di Teheran.

Ora il punto è: saranno in grado gli iraniani di fermare gli Houthi direttamente? Certamente lo stop all’assistenza militare è un primo passo necessario. Tuttavia va detto che il gruppo nordista yemenita intende con ogni probabilità partecipare alla spartizione di interessi con i governativi, e qui i sauditi dovranno trovare una quadra per tutelare i propri interessi e la propria sfera di influenza. E la partita si complica, perché in questo quadro vorranno rientrare in qualche modo anche gli iraniani e con ogni probabilità gli emiratini, che sono molto vicini al gruppo che controlla porzioni di territorio nella fascia meridionale. La questione delle autonomie locali e della divisione delle risorse economiche sarà prevalente rispetto all’intesa raggiunta a Pechino, la quale tuttavia potrebbe fare da ideale piattaforma per rinnovare i negoziati.

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