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L’acqua come vulnerabilità strategica nei conflitti del Medio Oriente

Mentre il petrolio domina l’attenzione dei mercati globali, l’acqua rappresenta la vera infrastruttura esistenziale delle società del Golfo. La crescente dipendenza dalla desalinizzazione rende infatti i sistemi idrici una vulnerabilità strategica sempre più rilevante nei conflitti della regione.

Nel 1983 un’analisi poco nota della Central Intelligence Agency individuava una vulnerabilità strategica nel Golfo Persico che spesso passava inosservata nelle analisi geopolitiche dell’epoca (e tutt’ora in parte lo è, o lo era). Non si trattava del petrolio, ma dell’acqua. Il rapporto, dedicato alla vulnerabilità degli impianti di desalinizzazione che già erano presenti nella regione, sosteneva che la distruzione di un singolo impianto sarebbe probabilmente gestibile, ma che attacchi coordinati contro più strutture potrebbero generare rapidamente una crisi nazionale negli Stati del Golfo. Le grandi città moderne della regione dipendevano infatti da un numero limitato di impianti costieri di desalinizzazione: una loro interruzione prolungata avrebbe potuto provocare panico, disordini sociali e persino la fuga di ampie comunità di lavoratori stranieri. All’epoca gli analisti indicavano inoltre l’Iran come l’attore regionale con maggiori capacità potenziali di sfruttare questa vulnerabilità in caso di conflitto. A distanza di oltre quattro decenni, quelle preoccupazioni appaiono sorprendentemente attuali, con le vulnerabilità rimaste intatte.

La ragione di questa centralità è semplice: in una regione segnata da scarsità idrica, desertificazione e siccità sempre più accentuate anche dai cambiamenti climatici, la desalinizzazione dell’acqua marina è diventata la soluzione più immediata per garantire l’approvvigionamento idrico delle grandi città del Golfo.

Gli sviluppi delle ultime settimane, nel contesto dell’escalation militare che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele, hanno riportato esattamente questo tema al centro del dibattito strategico. Nel corso delle operazioni militari nel West Asia sono emerse notizie di attacchi incrociati che hanno coinvolto impianti di desalinizzazione sulle due sponde del Golfo. Il Bahrain ha dichiarato che un drone iraniano avrebbe danneggiato una delle sue strutture, mentre le autorità iraniane hanno accusato gli Stati Uniti di aver colpito un’installazione sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz – attualmente al centro delle cronache e delle analisi perché l’enorme traffico di petrolio che giornalmente solca quelle rotte è strozzato dalla guerra. Sebbene gli effetti operativi siano stati limitati, questi episodi tornano a mostrare drammaticamente quella vulnerabilità strutturale della regione che la CIA individuava già oltre quarant’anni fa: la dipendenza delle società del Golfo da una rete altamente concentrata di infrastrutture per la produzione di acqua potabile.

Questa dipendenza è il risultato della combinazione tra geografia, clima e trasformazione economica accelerata. Il Golfo è una delle regioni più aride del pianeta. Le precipitazioni sono scarse e irregolari, le temperature estive possono superare i 50 gradi Celsius e l’area non dispone di fiumi permanenti in grado di sostenere grandi agglomerati urbani. Per secoli le comunità locali hanno fatto affidamento su falde acquifere limitate e sistemi oasici. Tuttavia, con lo sviluppo dell’industria petrolifera a partire dagli anni Cinquanta, la domanda di acqua è cresciuta rapidamente mentre molte falde sono state progressivamente sovrasfruttate o salinizzate.

La desalinizzazione è quindi diventata la soluzione tecnologica che ha reso possibile l’emergere delle moderne economie del Golfo. Convertendo l’acqua marina in acqua potabile, gli impianti di desalinizzazione hanno consentito la crescita di grandi città, zone industriali e infrastrutture energetiche in un ambiente naturalmente ostile. Sono un elemento esistenziale. Oggi diversi Paesi del Golfo dipendono da questa tecnologia per la quasi totalità del proprio approvvigionamento idrico potabile. Il Kuwait ricava circa il 90% della propria acqua potabile dalla desalinizzazione, l’Oman circa l’86%, il Bahrain oltre l’80%, mentre l’Arabia Saudita si attesta intorno al 70%. Grandi metropoli come Abu Dhabi, Dubai, Doha, Kuwait City e Gedda sono di fatto quasi completamente dipendenti da acqua prodotta artificialmente.

Nel complesso, il Medio Oriente rappresenta circa il 40% della produzione mondiale di acqua desalinizzata, con una capacità complessiva che sfiora i 29 milioni di metri cubi al giorno. L’Arabia Saudita è il principale produttore globale, con oltre 7,4 milioni di metri cubi di acqua dolce generati quotidianamente. Senza questa infrastruttura, la straordinaria crescita demografica ed economica della regione negli ultimi decenni sarebbe stata semplicemente impossibile.

Tuttavia, lo stesso sistema che ha reso possibile questa trasformazione rappresenta anche una vulnerabilità strategica. A differenza delle infrastrutture petrolifere, gli impianti di desalinizzazione sono strutture altamente complesse e difficili da sostituire o riparare rapidamente. Molte città continuano a dipendere da pochi grandi impianti costieri, il che significa che attacchi riusciti contro queste strutture potrebbero interrompere la fornitura di acqua potabile nel giro di pochi giorni. Inoltre, gli impianti di desalinizzazione sono spesso collocati accanto ad altre infrastrutture critiche, come centrali elettriche, porti e complessi industriali. Questa vicinanza aumenta l’efficienza in condizioni normali, ma accresce anche la vulnerabilità in tempo di guerra, poiché attacchi contro infrastrutture energetiche potrebbero danneggiare indirettamente la produzione di acqua.

Questo elemento assume particolare rilevanza perché i sistemi idrici garantiscono la sopravvivenza delle popolazioni civili. Se le interruzioni delle esportazioni petrolifere incidono soprattutto sui mercati globali, eventuali attacchi agli impianti di desalinizzazione avrebbero conseguenze umanitarie immediate per le società della regione. Milioni di persone potrebbero trovarsi ad affrontare razionamenti nel giro di pochi giorni, costringendo i governi a limitare rapidamente gli usi non essenziali dell’acqua, come irrigazione, attività industriali o gestione degli spazi verdi. In scenari estremi, interruzioni prolungate potrebbero mettere sotto forte pressione città completamente dipendenti da sistemi idrici artificiali.

I governi del Golfo sono consapevoli di questi rischi e negli ultimi anni hanno investito massicciamente in misure di mitigazione. Sistemi di stoccaggio strategico sono stati sviluppati per garantire riserve d’emergenza. Negli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, le autorità mantengono circa 45 giorni di riserve strategiche di acqua. Anche l’Arabia Saudita ha ampliato la propria capacità di produzione e costruito una rete di grandi serbatoi destinati a stabilizzare l’approvvigionamento in caso di interruzioni. Queste misure aumentano la resilienza del sistema, ma non eliminano la vulnerabilità strutturale, soprattutto nel caso di attacchi multipli o prolungati.

Un ulteriore elemento riguarda il quadro giuridico internazionale. Il diritto internazionale umanitario vieta gli attacchi contro infrastrutture indispensabili alla sopravvivenza delle popolazioni civili. L’articolo 54 delle Convenzioni di Ginevra proibisce esplicitamente di colpire installazioni e sistemi di approvvigionamento idrico con l’obiettivo di privare la popolazione civile dei mezzi di sussistenza. Tuttavia, i conflitti degli ultimi anni hanno mostrato una progressiva erosione di queste norme. In diversi teatri di guerra le infrastrutture idriche e sanitarie sono state colpite, alimentando il timore che tali strutture possano essere sempre più percepite come obiettivi strategici legittimi.

In questo contesto, un’ulteriore escalation nel Golfo potrebbe produrre conseguenze che vanno ben oltre il campo militare. Un attacco sistematico agli impianti di desalinizzazione potrebbe generare una crisi umanitaria regionale e destabilizzare economie altamente urbanizzate. Le città del Golfo ospitano milioni di lavoratori stranieri il cui eventuale esodo improvviso potrebbe paralizzare settori chiave dell’economia. Allo stesso tempo, carenze idriche prolungate potrebbero costringere alla riduzione di attività industriali e produttive, inclusi settori energetici e petrolchimici ad alta intensità di consumo d’acqua.

In questo senso, le infrastrutture idriche rappresentano uno dei livelli più sensibili – e meno visibili – dell’architettura strategica del Golfo. Durante le crisi regionali l’attenzione internazionale si concentra tradizionalmente sulla sicurezza delle forniture energetiche e sui principali choke point marittimi, come lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, il funzionamento degli impianti di desalinizzazione è probabilmente ancora più fondamentale per la stabilità interna delle società del Golfo.

Il paradosso è evidente. Il petrolio rimane la risorsa che influenza direttamente i mercati globali e la stabilità economica internazionale. L’acqua, invece, è la risorsa che garantisce la sopravvivenza quotidiana delle popolazioni della regione. Una interruzione prolungata dei sistemi di desalinizzazione produrrebbe quindi conseguenze umane immediate a livello locale, ma anche effetti indiretti sull’economia regionale e sulle stesse industrie energetiche.

Mentre le tensioni attorno all’Iran continuano a evolvere, la vulnerabilità individuata oltre quarant’anni fa rimane dunque pienamente attuale. Le moderne città del Golfo sono costruite su un sistema idrologico artificiale alimentato dall’energia e sostenuto da infrastrutture tecnologiche avanzate. Questo sistema ha reso possibile uno sviluppo economico straordinario. Ma in un contesto di crescente competizione geopolitica, rappresenta anche uno dei punti di pressione strategica più delicati dell’intera regione.

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