L'Africa e il narcotraffico
L'articolo di Pietro del Re
Sono stati gli stessi narcotrafficanti a chiamarla “Highway 10”, quella nuova rotta marittima che corre lungo il decimo parallelo nord, dall’America Latina verso le coste dell’Africa occidentale. La percorrono portacontainer, pescherecci e velieri con a bordo, nascoste tra merci e reti da pesca, tonnellate di cocaina. Da qualche anno l’Africa è diventata una tappa sempre più importante per i grandi produttori sudamericani, perché una volta sbarcata la merce cambia identità, almeno agli occhi delle autorità europee. Quando approda nei porti di Rotterdam o Anversa, un cargo che salpa dal Senegal può destare meno sospetti di uno proveniente direttamente dal Brasile o da Panama.
I numeri raccontano la rapidità di questa trasformazione. Fino al 2018, in tutta l’Africa occidentale venivano sequestrate ogni anno meno di cinque tonnellate di cocaina. Nel 2025 le tonnellate sono state trenta. E secondo le stime oggi più di un terzo della cocaina consumata in Europa passa attraverso i porti africani. Se questa tendenza continuerà, entro il 2030 oltre la metà della droga destinata a città come Roma, Londra o Parigi potrebbe aver percorso la “Highway 10”.
Il cuore di questa nuova geografia del narcotraffico è Dakar. Ma attorno al porto senegalese si è formato un sistema molto più vasto, che coinvolge Guinea-Bissau, Guinea, Sierra Leone e Mali. Non sono più soltanto Paesi di passaggio: ciascuno è diventato un nodo logistico, un luogo dove la droga viene sbarcata, occultata, lavorata, smistata. E quando i controlli nei porti si fanno più serrati, i trafficanti cambiano strada. La cocaina prende le vie dell’interno, attraversa frontiere porose e percorre centinaia di chilometri lontano dal mare. Un carico sbarcato a Conakry può dirigersi verso Dakar passando attraverso il territorio maliano, lungo piste che attraversano il deserto. Lo scorso giugno, in una cittadina del Senegal centrale, la polizia ha sequestrato circa 970 chili di cocaina nascosti in un carico di frutta proveniente da un Paese vicino. Quasi una tonnellata di droga viaggiava così, mimetizzata tra merci ordinarie, lungo una delle tante strade secondarie che si stanno trasformando in corridoi del narcotraffico.
Anche i metodi cambiano rapidamente. Per sfuggire ai controlli, i trafficanti hanno imparato a sciogliere la cocaina nella nafta e a recuperarla successivamente sotto forma di polvere, dopo averla filtrata e fatta essiccare. Non si tratta più soltanto di trasportare la droga: sempre più spesso la si trasforma lungo il percorso. A confermarlo è un rapporto dell’UNODC, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, secondo il quale il Senegal è diventato anche un luogo di lavorazione della cocaina. Gli investigatori hanno scoperto e smantellato due laboratori clandestini nei quali la droga veniva tagliata e poi riconfezionata per essere messa sul mercato.
A questo sistema si sono affiancati, negli ultimi anni, nuovi protagonisti. I cartelli messicani e colombiani hanno cominciato a servirsi di reti criminali recentemente arrivate nella regione. In Senegal la filiera è controllata soprattutto dalla ‘ndrangheta calabrese e da gruppi criminali provenienti dai Balcani, in particolare dall’Albania.Il sistema è capillare: approvvigionamento, trasporto, distribuzione. I gruppi albanesi lavorano con bande senegalesi che offrono loro uomini, conoscenza del territorio e informazioni utili a eludere i controlli delle forze dell’ordine. La corruzione completa il quadro e consente alle reti criminali di avvicinarsi persino alle istituzioni.
Ma la cocaina che arriva in Africa occidentale non riparte tutta verso l’Europa. Una quota, circa il dieci per cento secondo alcune stime, rimane nella regione. Qui la droga diventa merce di scambio, ma anche carburante per un mercato locale che cresce rapidamente. In Senegal la cocaina viene spesso tagliata e trasformata in crack, più economico e più facile da trovare. Una dose costa circa 3.000 franchi CFA, poco più di cinque euro. È una sostanza più potente, che dà più assuefazione della cocaina e la cui diffusione ha quasi cancellato dal mercato l’eroina, per molti anni più comune.
In alcuni quartieri operai e nelle città della costa, quasi un consumatore di crack su tre è una donna. Molte sono prostitute. Ma, per quanto preoccupante, questo fenomeno coinvolge ancora una parte limitata della popolazione.
La droga più diffusa rimane la cannabis. Nel 2025 ne sono stati sequestrati oltre 4.000 chili. Nel sud del Paese, in Casamance, la coltivazione della canapa, benché vietata, rappresenta per alcuni villaggi isolati una delle poche fonti di reddito.
Poi sono arrivate le droghe sintetiche. È un mercato diverso, più difficile da controllare perché non dipende necessariamente dalle grandi coltivazioni o dai raccolti. Le sostanze vengono prodotte utilizzando composti chimici che possono essere acquistati attraverso canali legali oppure reperiti sul dark web. In alcuni casi sono sufficienti conoscenze chimiche elementari per prepararle. Il problema è che nessuno sa davvero cosa contengano. Agenti da taglio sconosciuti, dosaggi sbagliati e combinazioni improvvisate possono trasformare una dose in un veleno.
C’è poi l’ecstasy che a Dakar circola soprattutto tra i giovani. Le pillole arrivano dal Gambia, diventato uno snodo regionale per l’importazione e la ridistribuzione. Lo scorso anno, all’aeroporto di Banjul, le autorità hanno effettuato un sequestro record di oltre 400.000 pasticche. Seguendo quella pista, gli investigatori sono arrivati a una rete criminale con base ad Amsterdam.
Ma c’è una sostanza che più delle altre sta cambiando il volto della crisi: il Kush. È comparso per la prima volta in Sierra Leone nel 2016. È una droga sintetica potentissima, prodotta con oppioidi e altri composti chimici, e da allora si è diffusa rapidamente lungo le coste dell’Africa occidentale.
In Senegal i numeri sono eloquenti. Nel 2024 ne erano stati sequestrati soltanto pochi grammi. Un anno dopo, quasi venti chili.
La crisi più grave riguarda però Sierra Leone e Liberia. Qui il Kush ha assunto le dimensioni di una vera emergenza sociale e sanitaria. Per le strade di Freetown e Monrovia i consumatori vengono chiamati kushmen. Li si riconosce facilmente: camminano barcollando, hanno gli occhi persi nel vuoto, il corpo spesso segnato da ferite, piaghe e infezioni. È uno degli effetti più perversi della globalizzazione: droghe sintetiche che per anni erano rimaste soprattutto confinate ai mercati occidentali hanno trovato nuovi consumatori in Paesi fragili, dove possono essere prodotte con facilità e vendute a prezzi irrisori. In pochi anni il Kush ha già provocato decine di migliaia di vittime e trasformato interi quartieri in luoghi dove la dipendenza è diventata parte della vita quotidiana.
Anche in questo caso, tutto comincia dai porti. A Freetown come a Monrovia, i container arrivano dal mare carichi di prodotti chimici provenienti dalla Cina, dal Sud-est asiatico e dall’Europa, soprattutto dai Paesi Bassi e dal Regno Unito. Dentro le stesse navi che trasportano merci legali viaggiano così le materie prime di una droga che fino a pochi anni fa sembrava appartenere a un altro mondo. Una parte del Kush arriva già confezionata. La maggior parte, invece, viene prodotta sul posto.
I laboratori sono spesso poco più che stanze nascoste nelle periferie. Qui i composti chimici vengono mescolati senza strumenti adeguati e senza alcun controllo sulla quantità o sulla qualità delle sostanze utilizzate. Il risultato è una droga economica, potentissima e imprevedibile. Una dose può costare meno di trenta centesimi di euro. È un prezzo che spalanca le porte della dipendenza soprattutto ai giovani più poveri. Ma proprio ciò che rende il Kush così accessibile ne rende anche più pericolosi gli effetti: meno costa produrlo, più si può essere tentati di alterarne la composizione, sostituire gli ingredienti o aumentare la concentrazione.
Dopo qualche mese, sulla pelle di chi ne assume compaiono lesioni profonde e ferite che non si rimarginano. Le infezioni ritornano. Le difese immunitarie si indeboliscono e lasciano spazio alle malattie opportunistiche. La dipendenza si somma alla malnutrizione, alla povertà, all’assenza di cure. Il Kush ha trovato terreno fertile in due Paesi già profondamente feriti. La disoccupazione giovanile è altissima, scuole e ospedali dispongono di risorse insufficienti e le guerre civili che hanno devastato Sierra Leone e Liberia sono finite da anni, ma le loro conseguenze non sono mai scomparse del tutto.
È dentro queste fragilità che la nuova droga si è insinuata. E lì ha trovato una generazione senza lavoro, spesso senza prospettive, con sistemi sanitari già incapaci di affrontare le emergenze ordinarie.
Nel 2024 Sierra Leone e Liberia hanno dichiarato lo stato di emergenza sanitaria. Ma proclamare un’emergenza non significa avere gli strumenti per affrontarla. I programmi che dovrebbero unire prevenzione, cura e contrasto al traffico si scontrano con la scarsità di risorse e con la corruzione che attraversa apparati di sicurezza e servizi doganali. Le organizzazioni criminali, intanto, continuano a muoversi più velocemente delle istituzioni.
Quando lo Stato arretra, qualcun altro finisce per occupare quello spazio. In alcuni quartieri sono stati gli stessi abitanti a organizzarsi. Comitati di residenti e famiglie hanno messo insieme quel poco che avevano per creare piccoli centri di disintossicazione, cercando di sottrarre i più giovani alla droga. Sono strutture precarie, nate dall’urgenza più che dalla programmazione. Non hanno abbastanza letti, personale sanitario o medicinali. Ma rappresentano, per molti, l’unica possibilità. Attorno a loro si muovono pochi missionari e gli operatori di alcune organizzazioni non governative straniere. Sono troppo pochi per una crisi che cresce più rapidamente delle risposte.
Intanto il mare continua a portare nei porti i suoi container di sostanze chimiche. E appena toccano terra, il Kush prende la strada delle città.
o più soltanto Paesi di passaggio: ciascuno è diventato un nodo logistico, un luogo dove la dro