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L'Africa e la geopolitica del gas

di Alessandro Giuli

La crisi russo-ucraina spinge verso un cambiamento nelle forniture di gas per i paesi europei, con l’Africa che aumenta il suo peso specifico in questa complessa partita non solo energetica. Il punto di Alessandro Giuli

La crisi globale innescata dalla guerra russo-ucraina rimette d’improvviso l’Africa al centro degli appetiti energivori occidentali. Non per caso, subito dopo lo scoppio del conflitto, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è volato ad Algeri per incontrare il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune, e sollecitare il potenziamento della collaborazione Italia-Algeria in ambito economico ed energetico attraverso le forniture del gasdotto Transmed.

Pochi giorni prima, quando ancora le armi sembravano tacere, si era svolta la riunione del Forum dei Paesi esportatori di gas (GECF) tenutasi a Doha in Qatar. L’occasione ha certificato l’importanza strategica di Algeria, Libia, Nigeria, Egitto e Guinea equatoriale: tutti a vario grado interessati a collaborare nel comune interesse e in una rinnovata posizione di forza. In modo particolare Algeri, che costituisce la testa d’ariete del pacchetto di mischia africano in condizioni strategicamente favorevoli: “Il mio Paese è conosciuto per essere un distributore affidabile di gas – ha sottolineato il presidente Tebboune – e il Forum deve diventare un attore più presente e dinamico, soprattutto in materia di cooperazione fra gli Stati membri”. E tuttavia, se Tebboune è considerato dall’Occidente anche come il terminale dell’arco di alleanze tracciato storicamente da Mosca fino in Maghreb – aveva infatti deplorato le restrizioni unilaterali contro alcuni Paesi membri del GECF, alludendo chiaramente alla Russia –, anche gli altri membri del Forum sembrano attestati su una linea di condotta non molto incoraggiante per l’Europa in cerca di approvvigionamenti alternativi di gas: a un eventuale aumento della produzione non si accompagnerà nell’immediato un’azione calmieratrice sull’impennata dei prezzi.

Né è da immaginare un bilanciamento energetico da parte dei produttori di petrolio, come ha fatto notare il ministro competente nigeriano, Timipre Sylva, evocando un pesante convitato di pietra nel grande risiko diplomatico delle democrazie occidentali: Teheran. “Per la Nigeria non vi sono ragioni per aumentare la produzione di greggio per compensare il gap energetico – ha dichiarato Sylva – poiché si prevede un aumento nella produzione di gas da parte dell’Iran, se l’accordo sul nucleare (con gli Usa, ndr) verrà raggiunto”. Non è difficile individuare un effetto a catena che dal Donbass rimbalza fino al Qatar, dove l’Iran, rappresentato dal presidente Ebrahim Raïssi, ha giocato di sponda con i partner africani per esercitare una pressione su Washington in vista di una revisione delle sanzioni in essere contro Teheran sul dossier nucleare.

Sul fronte di quello che all’epoca della presidenza di Bush jr la Casa Bianca definiva “asse del male” figura anche la Guinea, il cui presidente Teodoro Obiang sta consolidando la propria alleanza militare con la Russia e adesso reclama “la difesa degli interessi sovrani del GECF” da ingerenze straniere; mentre il ministro del Petrolio libico, Mohamed Aoun, dopo un bilaterale con l’omologo russo, ha preannunciato l’attivazione degli accordi energetici siglati con Mosca il 17 novembre scorso e che dal 10 di febbraio coinvolgono anche la compagnia algerina Sonatrach in un protocollo tripartito.

Dunque lo sguardo degli analisti si volge ancora ad Algeri. Qui il ministro dell’Energia e delle Miniere, Mohamed Arkab, ha ottenuto un’intesa con gli omologhi di Niger e Nigeria su una tabella di marcia per lo sviluppo del gasdotto transahariano (TSGP) vagheggiato sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. Il progetto – 4 mila chilometri di tubi – dovrebbe avvalersi essenzialmente delle risorse infrastrutturali algerine, mentre la Nigeria s’impegnerebbe a produrre fino a 30 miliardi di metri cubi di gas. L’obiettivo è d’intensificare l’offerta sul mercato energivoro europeo, ma fino a pochi mesi fa il piano d’intenti scontava ancora alcune incognite di natura logistica e finanziaria (occorrono 2,6 miliardi dollari soltanto per la pipeline Ajaokuta-Kaduna-Kano (AKK), prima parte del gasdotto, pari a 614 km). Esiste infine una variabile di non poco significato geopolitico: l’esistenza del progetto concorrente Nigeria-Marocco Gas Pipeline, il cosiddetto “gasdotto reale” diretto a Cordoba, in Spagna, cui Rabat non intende rinunciare in un quadro di concorrenza politico-energetica e militare con il rivale algerino.

Rieccoci dunque al cospetto della linea di faglia maghrebina, laddove la tensione tra Marocco e Algeria riflette da tempo il più ampio confronto euro-asiatico in corso.

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