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Le relazioni indo-russe dopo il vertice di Delhi

di Guido Bolaffi

Lunedì 6 dicembre si è tenuto a Delhi il vertice tra Putin e Modi. Ma qual è lo stato attuale dei rapporti tra i due paesi? L’analisi di Guido Bolaffi

YashSD/Shutterstock.com

Lunedì 6 dicembre, il Vertice di Delhi tra Modi e Putin è scivolato via senza gli acuti da alcuni sperati, né gli strappi da altri temuti. E per questo frettolosamente derubricato da gran parte della stampa internazionale come non all’altezza delle aspettative che l’avevano preceduto, visto che quest’anno l’unica volta che il Capo del Cremlino si era mosso dalla Russia, prima della “trasferta” indiana, era stato per incontrare Biden a Ginevra la scorsa primavera. E che l’India un meeting 2+2 (Capi di Governo accompagnati dai Ministri degli Esteri e della Difesa) prima di quello con i russi l’aveva avuto solo con i Quad: India, USA, Giappone e Australia.

La verità è che il Vertice indo-russo, oltre agli ottimi rapporti personali tra Putin e Modi, ha certificato le ragioni delle difficoltà che attualmente condizionano le relazioni tra Mosca e Delhi. Confermando la preoccupata diagnosi formulata al riguardo da Dimitri Trenin della Canegie Moscow. Che nel saggio Russia-India: From Rethink to Adjust, to Upgrade mandato in stampa qualche giorno prima dell’arrivo a Delhi della delegazione russa aveva scritto: “Issues are piling up on many fronts, requiring both Indian and Russian leaderships to rethink, adjust, and upgrade the relationship to make it for the twenty-first century environment. In global geopolitical terms, the main issue is that Moscow and New Delhi, traditional friends and longtime allies, now find themselves even more closely linked to two rival superpowers, China and United States. Moreover, India’s relations with China following the 2020 border clashes in the Himalayas, and Russia’s with United States since 2014 Ukraine crisis, can be described as confrontation. Thus, in a situation when their best friends are bonding with their worst enemies, the main task for both New Delhi and Moscow is to shield the Indo-Russia strategic partnership from wider and increasingly adverse global context, and uphold mutual trust”.

Ma i problemi tra India e Russia non si limitano solo a quelli geopolitici segnalati da Trenin. Tanto è vero che C. Raja Mohan, nell’articolo Putin’s visit must be used to realise the potential of India-Russia ties pubblicato da Indian Express in concomitanza con la cerimonia di apertura del Vertice, ricordava come:Today amidst a series of recent differences ranging from Af-Pak to the Indo-Pacific, a factor will continue to limit the possibilities for the bilateral partnership between India and Russia: the absence of a thriving commercial relationship […] During the last summits with Putin, the two sides have repeatedly affirmed the importance of enhancing trade and investment ties; but progress has been hard to come by. India-Russia annual trade in goods is stuck at about $10 billion. In contrast, Moscow’s annual commerce with China is little more than $100 billion. India’s goods trade with the US and China is at level of 100 billion. Despite political tensions, India’s China trade continue to grow, while Delhi’s commercial ties with Moscow are stagnant despite good political relations. The problem clearly can’t be fixed at the level of governments. The Russian business elites gravitate to Europe and China. The Indian corporations are focused on America and China”.

Un mare magnum di difficoltà che Modi e Putin, con sano realismo, sono riusciti a dribblare, trovando un punto di mediazione solo all’apparenza di basso profilo. E che invece fotografa perfettamente quanto siano “cambiate le carte in tavola” rispetto alla vecchia “alleanza di ferro” tra India e Russia. Infatti, la Russia ha preso atto che i legami economici dell’India con quelli degli USA sono irreversibili. E l’India, dal canto suo, ha evitato di “metter becco” sulla cooperazione sempre più stretta tra l’Orso russo e il Dragone cinese.

Un’intesa sicuramente favorita dal comportamento dell’amministrazione americana, la quale, pur sapendo che Modi avrebbe siglato con Putin un contratto per l’acquisto da Mosca dei missili S-400 defense system e la produzione in India, su licenza russa, di 50 milioni di fucili AK 203 Kalashnikov, si è ben guardata dal minacciare Delhi con le sanzioni previste dal Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act del 2017.

Decisione, questa, motivata non solo dalla volontà USA di non mettere a repentaglio la svolta, marcatamente positiva, intervenuta negli ultimi mesi nelle relazioni tra l’America di Biden e l’India di Modi, ma anche dal fatto che, segnalava Trenin nel suo scritto: “Since first purchase of Mig-21 fighters back in 1962 […] India’s growing desire to diversify its arms import and, recently, its clear intention to develop and produce weapons systems itself, have led to a slump in Russia’s share of the Indian arms market. As a result, Russia’s share of that market has shrunk to just under 50 per cent”. Una novità confortata dall’andamento di tutto rispetto dell’industria indiana degli armamenti. Infatti, secondo l’ultimo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI): “Three Indian companies - Hindustan Aeronautics Limited (HAL), Indian Ordnance Factories (IOF) and Bharat Electronics Limited (BEL) - are among the world’s top 100 for combined arms sales in 2020 [and] their aggregated arms sales of $6.5 billion were 1.7 per cent higher in 2020 than in 2019”.

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