La crisi nello stretto di Hormuz e le ricadute sull’economia asiatica
La guerra in Iran e il blocco dello stretto di Hormuz stanno avendo un impatto rilevante sull’economia mondiale, a partire da quella dei paesi asiatici. L’analisi di Settimo Cerniglia
Quando un conflitto scoppia in Medio Oriente, l’attenzione internazionale tende a concentrarsi immediatamente sulla dimensione militare: le operazioni, le alleanze, le dinamiche strategiche tra Stati.
Tuttavia, gli effetti più profondi di una crisi regionale emergono spesso altrove, nei sistemi economici globali che dipendono in modo strutturale dalle risorse energetiche del Golfo. In questo quadro lo Stretto di Hormuz rappresenta un nodo geografico di importanza decisiva. Il suo controllo o la sua chiusura non riguarda soltanto la sicurezza regionale, ma incide direttamente sull’equilibrio dell’economia mondiale. La decisione dell’Iran di chiudere di fatto lo stretto alla navigazione commerciale, in risposta ai bombardamenti congiunti di Stati Uniti e Israele, ha prodotto un’immediata frattura nei flussi energetici globali. Attraverso Hormuz transita infatti circa il 20% delle forniture petrolifere mondiali e quasi l’80% di questo volume è destinato ai mercati asiatici. L’interruzione di un flusso di tale portata ha provocato una reazione quasi istantanea dei mercati. Già alla fine di febbraio il prezzo del petrolio ha raggiunto livelli record, mentre i principali paesi importatori hanno iniziato a mobilitare le proprie scorte strategiche, che nella maggior parte dei casi coprono soltanto alcune settimane di consumo. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito questa crisi come «la più grande interruzione nella storia del mercato petrolifero». Parallelamente, le banche centrali globali – dalla Banca Centrale Europea alla Federal Reserve – hanno sospeso i tagli dei tassi previsti, segnalando come il caro energia stia aumentando l’incertezza macroeconomica. Per l’Asia orientale la chiusura dello stretto rappresenta prima di tutto una crisi energetica. Il continente assorbe la maggior parte del petrolio e del gas naturale liquefatto che attraversano Hormuz e la brusca riduzione delle forniture dal Golfo ha provocato un rapido aumento dei prezzi regionali. In alcune economie del Sud-Est asiatico la risposta immediata è stata il ritorno temporaneo a fonti energetiche più inquinanti ma disponibili. Thailandia, Filippine e Vietnam hanno riattivato centrali termoelettriche a carbone e introdotto misure di razionamento per contenere una domanda energetica diventata improvvisamente più difficile da soddisfare. L’analisi di Allianz Global Investors evidenzia come il blocco prolungato dello stretto potrebbe colpire l’Asia su più fronti contemporaneamente: carenze di petrolio e gas, peggioramento dei termini di scambio, inflazione energetica e pressioni sui sistemi produttivi. Alcuni paesi risultano particolarmente vulnerabili. Filippine e India dispongono di riserve molto limitate e dipendono quasi completamente dalle importazioni energetiche; nel caso indiano circa il 90% del petrolio consumato proviene dall’estero. Anche economie altamente industrializzate come Singapore, Thailandia e Taiwan rischiano interruzioni nella produzione elettrica a causa della forte dipendenza dal gas naturale liquefatto. Taiwan, ad esempio, possiede scorte di LNG sufficienti per appena una decina di giorni di consumo, mentre il Giappone dispone di riserve che coprono circa tre settimane. Una volta esaurite queste scorte, il rischio di blackout diventa concreto. L’impatto della crisi non si limita alla sicurezza energetica, ma coinvolge anche la stabilità macroeconomica dei paesi importatori. Secondo Allianz Global Investors, Thailandia, Corea del Sud, India e Taiwan registrano già deficit energetici compresi tra il 3% e il 5,5% del PIL. L’aumento del prezzo del petrolio peggiora rapidamente i saldi commerciali, aggravando la posizione esterna di queste economie. In parallelo, il rincaro delle materie prime si traduce in una crescita dei prezzi al consumo. Un aumento del 10% del prezzo globale del petrolio potrebbe far salire l’inflazione nelle Filippine di circa 0,8 punti percentuali e in Thailandia di 0,5 punti. Alcuni paesi, come Indonesia e Malesia, sono parzialmente protetti da sussidi energetici interni, ma la maggior parte delle economie asiatiche dovrà affrontare un aumento delle bollette energetiche e dei costi industriali. Questo scenario crea un difficile equilibrio per le banche centrali regionali: con la crescita già debole, istituzioni come quelle di Corea del Sud, Singapore e Thailandia potrebbero mantenere i tassi invariati o addirittura aumentarli per contenere le pressioni inflazionistiche, mentre solo Cina, Filippine e Indonesia potrebbero permettersi eventuali riduzioni.
Per fronteggiare l’emergenza energetica diversi governi asiatici stanno adottando misure straordinarie. Il prezzo del gas naturale liquefatto in Asia è raddoppiato in poche settimane e i principali importatori della regione – in particolare il Giappone e i paesi del Sud-Est asiatico – hanno temporaneamente aumentato l’utilizzo del carbone per mantenere operative le centrali elettriche. La Thailandia ha portato al massimo la produzione da carbone, mentre Singapore e Taiwan stanno accelerando lo sviluppo delle energie rinnovabili e introducendo incentivi al risparmio energetico. In alcuni paesi, come Indonesia e Bangladesh, sono stati introdotti programmi di riduzione dell’attività industriale e tagli nella settimana lavorativa per contenere il consumo di combustibili fossili. Parallelamente, i governi stanno cercando nuove fonti di approvvigionamento, aumentando le importazioni di petrolio e gas da Australia, Africa e America Latina e studiando corridoi terrestri che possano aggirare il blocco marittimo. Nel breve periodo le conseguenze sono già visibili nella vita economica quotidiana. In Sri Lanka sono tornati i razionamenti di benzina con lunghe code notturne alle stazioni di servizio. In India molti ristoratori hanno ridotto gli orari di apertura e semplificato i menu per diminuire il consumo di gasolio e gas da cucina. La rupia indiana ha raggiunto minimi pluriennali a causa dei timori legati all’aumento delle importazioni di petrolio, mentre il baht thailandese ha iniziato a indebolirsi per l’impatto della crisi sul turismo. Anche il settore dei trasporti è sotto pressione: i premi assicurativi marittimi nel Mar Rosso e nel Golfo sono aumentati drasticamente, facendo crescere i costi di trasporto e provocando cancellazioni di rotte aeree regionali. Molti analisti concordano sul fatto che uno shock breve resterebbe gestibile, mentre un blocco prolungato potrebbe trasformarsi in un evento macroeconomico di ampia portata, con il rischio di stagflazione. Tra le grandi economie dell’Asia orientale la Cina appare relativamente più preparata ad affrontare la crisi. Negli ultimi anni Pechino ha sviluppato una strategia energetica basata sulla diversificazione delle fonti e delle rotte di approvvigionamento. Nel 2025 l’autosufficienza energetica cinese ha superato l’84%, grazie soprattutto alla produzione domestica di carbone e alla rapida espansione delle energie rinnovabili. Tuttavia, la Cina rimane fortemente dipendente dalle importazioni di idrocarburi: oltre il 70% del petrolio e circa il 40% del gas consumati nel paese provengono dall’estero. Per ridurre questa vulnerabilità il governo cinese ha accumulato ingenti riserve strategiche, stimate in oltre 1,4 miliardi di barili. Allo stesso tempo Pechino ha diversificato le rotte energetiche. Una quota crescente delle importazioni arriva via terra attraverso oleodotti e gasdotti provenienti dalla Russia e dall’Asia Centrale, mentre altre forniture giungono dall’Africa e dalle rotte artiche. Nonostante la crisi, alcune petroliere cinesi continuano a transitare attraverso il Golfo grazie a canali diplomatici e a soluzioni logistiche che consentono di ridurre il rischio di blocco. Parallelamente le autorità cinesi stanno rafforzando la politica di sicurezza energetica: nei primi mesi del 2026 Pechino ha aumentato del 15% gli acquisti di petrolio rispetto all’anno precedente e ha introdotto nuovi incentivi per spingere le raffinerie a utilizzare greggi provenienti da regioni diverse dal Medio Oriente. La crisi accelera anche la transizione energetica cinese. Nel 2024 il paese ha investito circa 200 miliardi di yuan nello sviluppo di energia eolica, solare e idrogeno, più di qualsiasi altra economia al mondo. L’obiettivo strategico è aumentare rapidamente la quota delle rinnovabili nel mix energetico nazionale e rafforzare l’indipendenza energetica attraverso nuovi reattori nucleari e sistemi di stoccaggio. Questa strategia non elimina del tutto la vulnerabilità della Cina, ma ne attenua le conseguenze immediate. Nel complesso, la crisi dello Stretto di Hormuz rappresenta un banco di prova per l’intera economia asiatica. Molti governi avevano previsto la possibilità di shock petroliferi, ma pochi erano preparati a una simultanea carenza di petrolio e gas. Gli effetti economici stanno già emergendo: alcune stime indicano che un aumento duraturo del 10% del prezzo del petrolio potrebbe ridurre il PIL mondiale di circa 0,2–0,4 punti percentuali. Nel breve periodo la priorità per governi e imprese è garantire l’approvvigionamento energetico alle industrie e alle reti elettriche, anche attraverso misure straordinarie di razionamento o programmi di emergenza. Sul piano strategico, la crisi rafforza tendenze già visibili negli ultimi anni. Molti paesi asiatici cercheranno nuove forniture da Stati Uniti, Russia, Asia centrale e Africa, ma soprattutto accelereranno gli investimenti in energie rinnovabili, stoccaggi nazionali e – in alcuni casi – energia nucleare. Allo stesso tempo la cautela diplomatica della maggior parte dei paesi della regione, che hanno evitato di schierarsi apertamente nella crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele, riflette una consapevolezza pragmatica: in un contesto di forte dipendenza energetica nessuna economia asiatica può permettersi di compromettere i rapporti con i propri fornitori. L’esito della crisi dipenderà in larga misura dalla sua durata. Se il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse essere temporaneo e venissero ristabiliti corridoi navali protetti, l’Asia potrebbe assorbire lo shock con danni limitati e con un’accelerazione delle politiche di efficienza energetica. Se invece l’interruzione dei flussi dovesse protrarsi per mesi, l’effetto combinato di inflazione energetica e riduzione dei consumi potrebbe produrre trasformazioni economiche più profonde. In ogni caso, la crisi rappresenta un segnale chiaro: la sicurezza energetica dell’Asia dipende ancora in misura significativa da un corridoio marittimo lontano, e ridurre questa vulnerabilità strutturale è destinato a diventare una priorità strategica per l’intera regione.