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L’Egitto alla ricerca di una nuova centralità

L’Egitto cerca di affermare il suo standing internazionale inserendosi in dossier ad alta sensibilità. Il punto di Daniele Ruvinetti

Abdel Fattah Al Sisi sta tentando da tempo di rilanciare il ruolo internazionale dell’Egitto, inserendo il Cairo in dossier internazionali particolarmente sensibili. L'ultima evoluzione in questo senso è l'offerta, contestuale alla sua visita in Armenia – Al Sisi è il primo leader egiziano ad essersi recato nel Paese –, di mediare nella complicatissima disputa sul Nagorno-Karabakh., Solo parzialmente congelata dagli eventi collegati all'invasione russa dell'Ucraina, la situazione tra Yerevan e Baku attorno alla regione contesa nel Caucaso rischia di infiammarsi ulteriormente – anche per gli effetti a cascata della guerra ucraina. Un dossier che coinvolge non solo i due storici contendenti, ma anche Russia e Turchia (rispettivamente sul lato armeno e azero), e ora più che mai si estende all'Iran (viste le tensioni con l'Azerbaigian e le vicinanze con l'Armenia) e a Israele (fornitore militare azero). Non di minor rilievo, anche l'Italia dovrebbe porre particolare attenzione a quanto sta accadendo, vista la rilevanza che le forniture da Baku, via TAP, hanno nella sicurezza energetica della Penisola.

Quella sul Nagorno-Karabakh è una dimostrazione di come Al Sisi cerchi maggiori spazi internazionali e abbia pensato al suo Paese anche come un ponte di mediazione. Posizione che l'Egitto ha già tentato di assumere, in partnership con l'Onu, riguardo alla Libia. Dopo anni in cui Il Cairo proiettava i propri interessi verso la Cirenaica in maniera più decisa, dall'ultima tregua del conflitto Est-Ovest gli egiziani hanno iniziato a ricercare un ruolo centrale nella mediazione tra le anime libiche, preferendo questa posizione a quella più assertiva (o belligerante). Un ruolo riconosciuto anche dal Segretario di Stato statunitense, Antony Blinken, passato nei giorni scorsi per il Cairo prima di viaggiare verso Gerusalemme e Ramallah. Egualmente, il tema Libia è stato al centro del dialogo con il capo della Cia, William Burns, che è stato in Egitto pochi giorni prima di Blinken e un paio di settimane dopo essere andato a Tripoli.

Se si parla di Libia, si parla anche con l'Egitto. E l'Egitto è nei fatti uno dei Paesi che ha più concretamente colto lo spirito di distensione che, negli ultimi 24 mesi, ha cominciato, in via ancora aurorale, ad informare i rapporti tra alcuni dei principali attori del Mediterraneo allargato. Ha riattivato i contatti con la Turchia, ha stretto la cooperazione con Israele. Contatti che in questo momento – al netto delle parole spese da Blinken a proposito del rispetto dei diritti umani – sono essenziali per gli equilibri regionali, con gli egiziani che hanno spesso mediato tra le tensioni israelo-palestinesi, attualmente tornate problematiche. Allo stesso modo, l'Egitto è un player attivo nella transizione politica in Sudan: altro dossier delicatissimo su cui sia Stati Uniti che Israele (tanto quanto Europa e Russia) hanno posto attenzione e profuso sforzi significativi.

La ragione per cui Al Sisi sta cercando di solidificare questo standing internazionale è legata a un interesse diretto: l'Egitto è un Paese che versa in una condizione economica tutt'altro che rosea, esasperata dagli effetti della pandemia prima, e della guerra in Ucraina poi (inflazione alimentare). Il Cairo, in questo momento, deve mostrarsi un attore dialogante e credibile, affidabile e non insidioso, perché ha la necessità di parlare con tutti. Possibilmente, deve provare ad attrarre investimenti e stringere accordi, perché Al Sisi sa che dalla soluzione delle difficoltà socio-economiche passa la sua stabilità interna. Rappresentativo è l'aiuto ricevuto da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar: fondi congiunti per sostenere il bilancio, che hanno rappresentato il primo reale atto di cooperazione dopo la riconciliazione di Al Ula, che ha seguito anni di rottura delle relazioni tra Riad e Abu Dhabi (e Il Cairo), da un lato, e Doha, dall'altro.

Il dialogo col Fondo Monetario Internazionale per il programma di prestito di 3 miliardi (in 46 mesi) rappresenta, come recita il comunicato dell'istituzione guidata da Kristalina Georgieva, “un insieme completo di politiche volte a mantenere la stabilità macroeconomica, a ripristinare le riserve e ad aprire la strada a una crescita globale guidata dal settore privato”. Emblematico.

Davanti a questo, la presidenza egiziana intende dimostrarsi affidabile e – nell'esigenza di continuare a difendere i propri interessi internazionali – cerca di percorrere la strada dell'attività diplomatica inserendosi in complessi dossier regionali ed extra regionali. Spirito colto anche da altri elementi del sistema-paese egiziano, come ha dimostrato il Grande Imam di Al Azhar, Ahmed al-Tayyeb, durante il recente incontro con il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, nel quale ha sottolineato come "il dialogo è il salvagente dell'umanità per uscire dalle crisi contemporanee". Parole non banali che provengono dall'istituzione cardine del sunnismo, da inquadrare in questa peculiare fase nella quale si assiste a una recrudescenza delle attività terroristiche dei gruppi radicali islamici.

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