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Leone Caetani e la diplomazia culturale italiana

di Alessandro Giuli

L’importanza della diplomazia culturale italiana nel Mediterraneo: storie, progetti e personaggi raccontati da Alessandro Giuli. Nel primo approfondimento la figura di Leone Caetani.

La perdurante instabilità libica, colta adesso nel momento del suo riacutizzarsi quasi fosse il terminale d’un arco di crisi radicato dall’Afghanistan fino al Maghreb e Sahel, laddove, cioè, la ritirata strategica occidentale sta producendo più incognite che risultati apprezzabili, dovrebbe indurre a una riflessione culturale solo apparentemente divagatoria. C’è una ragione profonda se molti ambienti della società e dell’establishment accademico statunitense, negli ultimi anni, hanno messo severamente sotto giudizio quell’idealismo neoconservatore che dalla presidenza di Bush jr. in poi ha preteso di “esportare” la democrazia in medio ed estremo oriente. Salvo infine provocare pentimenti postumi, riluttanze e indecisioni di cui ha finito per avvantaggiarsi l’asse sino-russo, nonché l’ammissione dei limiti coessenziali a una dottrina che origina da un manipolo di intellettuali liberal autoproclamatisi “assaliti dalla realtà”, ma che nell’ordine del discorso pubblico internazionale altro non fecero se non rivestire il modello trotzkista della “rivoluzione permanente” con la divisa conservatrice dei Repubblicani.

Questa profonda ragion pratica, ancor prima che teorica, coinvolge tangenzialmente anche la Francia e una parte dell’Europa finita al suo rimorchio nell’impresa di collateralismo con le “Primavere arabe” risalenti al 2011 e con il loro ricco corredo di effetti – diciamo così – “imprevisti”, fra cui conflitti civili e destabilizzazioni geopolitiche ancora sotto gli occhi del mondo, proprio mentre Parigi accelera sul disimpegno dal Sahel. Ma se nel caso di Parigi si può parlare (un po’ all’ingrosso, è vero) d’un colpo di ritorno connesso alle disavventure contingenti cui può andare incontro una fredda proiezione di potenza mediterranea, lo stesso non vale per gli Usa: il “neoisolazionismo” trumpiano e il successivo, recente stallo della presidenza Biden in campo internazionale fanno pensare ad altro. E la memoria corre – ci si perdoni il volo pindarico ma non poi così peregrino – fino all’inizio del secolo scorso, quando la giovane Italia liberale e colonialista si accingeva a “lavare l’onta” della sconfitta di Adua (1896) con l’invasione della Libia.

Siamo nel 1911, nel pieno del dibattito alla Camera dei Deputati, a prendere la parola contro la scelta bellica è il nobiluomo romano Leone Caetani (Roma 1869-Vancouver 1935). Esponente della più antica nobiltà bianca capitolina (duca di Sermoneta e principe di Teano), nipote di quel Michelangelo che dopo il plebiscito del 1870 aveva consegnato Roma alla Corona sabauda, Caetani fa parte di una sinistra liberale con venature di radicalismo anticlericale; ma soprattutto è già l’insigne studioso e viaggiatore che avrebbe azzardato la monumentale e incompiuta opera degli “Annali dell’Islam”. Laureatosi alla scuola positivista di Amedeo Crivellucci, Caetani fonda la più ricca biblioteca del tempo dedicata agli studi islamici (poi confluita all’Accademia dei Lincei) e a partire del 1905 pubblica in dieci anni altrettanti ponderosi volumi degli “Annali” che non arrivano a coprire neppure mezzo secolo di vita della religione musulmana (622-661 d.C.). Significativa come un presagio, in tal senso, la citazione goethiana scelta dall’autore come epigrafe del primo volume: “Lunga è l’arte e breve è la vita”.

Dallo scranno conquistato nel collegio di Testaccio, don Leone spiega con queste parole la sua ferma, e a conti fatti impopolarissima, avversione all’impresa libica condivisa con Gaetano Salvemini: “Bisogna sapere penetrare nello spirito delle popolazioni, comprenderle, mostrar loro e strappare ad esse quei segreti che esse tengono sempre gelosamente nascosti a noi e, mercé i quali, noi possiamo sapere quali sono le loro aspirazioni, quali i loro bisogni. E quindi subentrare noi a porgere, sia pure nel campo morale sia nel campo economico, quelle cose che ad esse mancano e che noi potremo fornire”. Sebbene non alieno a una forma di suprematismo eurocentrico, Caetani sta mettendo in guardia la classe dirigente italiana dagli effetti di una vittoria mal gestita non meno che dai rischi di una guerra ancora da combattere. Parole attualissime, le sue, improntate a un realismo metodologico – “Se noi andiamo a Tripoli, dobbiamo preparare una spedizione militare, armare delle navi, costituire dei quadri e andare a occupare il Paese. Ma questo Paese non ha strade, non ha porti, non ha ferrovie, non ha fabbricati, non ha nulla, nulla, nulla…” – e nondimeno parole ispirate da un tentativo quasi disperato di richiamare l’attenzione sul bisogno ineludibile di “entrare” nella mentalità dell’occasionale avversario o nemico per favorire la reciproca comprensione e disinnescarne ogni tentazione di livellamento etnocentrico. Come ben ricordato da Massimo Mastrogregori, dal cui lavoro abbiamo tratto le citazioni qui riprodotte (“Breve storia dell’ideologia occidentale”, Marietti 1820, Genova-Milano 2011): “Gli Italiani, osserva Caetani, sono impreparati. Per il rappresentante diplomatico italiano andare in Oriente, a Costantinopoli o, peggio, nella provincia turca è come un esilio – mentre, ad esempio, i rappresentanti diplomatici delle altre nazioni, tedeschi, francesi, inglesi, a Damasco, a Teheran, sono orientalisti, assirologi, geografi, sono insomma studiosi che conoscono lingua, storia e territorio”.

Pur concedendo qualcosa di troppo a una visione del conflitto civilizzazionale irriducibile alla sintesi dialettica – “L’Islam è l’ultima fase della grande reazione dell’Oriente contro l’Occidente… un’opposizione etnica e millenaria di due razze e di due civiltà che non potranno mai fondersi” –, Caetani si dimostra addirittura preveggente nell’esortazione a ritenere “la corretta interpretazione dei fenomeni religiosi” (quand’anche secolarizzati, aggiungiamo noi) come “la chiave della civiltà orientale” e a identificare la funzione storica dell’Islam nella “conservazione della psiche orientale rispetto al suo dissolvimento in grembo all’Occidente” (Mastrogregori).

In definitiva, la sua conclusione resta valida anche ai giorni nostri in cui gli enormi passi avanti compiuti dal multilateralismo della diplomazia globale non hanno impedito errori funesti: “Gli Asiatici devono diventare buoni orientali, si favorisca, si fortifichi il loro interno sviluppo. Noi Europei non possiamo, non dobbiamo volere la distruzione dell’Oriente”.

Dietro l’apparente truismo, si cela il messaggio di un patriota laico e cosmopolita che nella democrazia della conoscenza indicava un orizzonte destinale – “Io ho il liberalismo democratico anticlericale nelle vene”, scrisse Caetani all’amico Giorgio Levi della Vida, dal Canada, dove si era ritirato a fare il boscaiolo, poco prima di morire in un liberatorio autoesilio dall’Italia mussoliniana maturato negli anni Venti – eppur mai costrittivo (non esportabile, in breve); e che nel suo testamento ideale riconosceva appunto nel naturale sentimento religioso la base di un comune culto civico piuttosto che un combustibile belligeno interno ed esterno ai confini nazionali: “E’ tempo che anche in Italia gli uomini di moderni sentimenti facciano un profondo esame di coscienza. Non si tratta di cedere ai vincoli del patriottismo retorico. Si tratta di creare una religione nuova. La nostra religione non è ancora nata” (“La crisi morale dell’ora presente”, Roma 1911).

Una religione laica e civile euro-occidentale, insomma, che sia in grado di fronteggiare le sfide culturali oltreché geopolitiche implicite nel contatto con tutte le screziature politiche allogene, innervando il proprio agire con la linfa dello studio, della competenza radicata sul campo e di una cooperazione che rappresenti il volto solare di ogni reciproco “soft power”. Ecco il senso di un legato primonovecentesco ancora validissimo e che, qui, sintetizziamo nella formula della “diplomazia culturale”. Tanto da farne il prologo programmatico di alcune testimonianze italiane di successo delle quali intendiamo prendere via via la misura in veste cursoria ma non superficiale.

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