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Libia, la necessità di un governo stabile e unitario

La crisi in Libia ha diviso il Paese in due parti. La necessità di una soluzione nell’analisi di Daniele Ruvinetti

In Libia la crisi che si è determinata negli ultimi mesi sembra apparentemente insuperabile, se non facendo ricorso ad una soluzione alternativa, che esca dallo schema attuale.

Le divisioni esistenti sono ormai esasperate da scontri militari, per ora fortunatamente circoscritti e controllati. La nomina del senegalese Abdoulaye Bathily a inviato speciale delle Nazioni Unite potrebbe essere un buon segnale, ma il lavoro che si trova davanti è enorme. Bathily — che dalla sua ha la possibilità di essere percepito più vicino alle problematiche nordafricane — si trova a dover affrontare il contesto di un Paese diviso, spaccato nuovamente in due parti, sempre più simili a due fronti contrapposti.

Il premier di Tripoli, Abdul Hamid Dbeibeh, è stato da tempo sfiduciato dal Parlamento — ultima istituzione eletta, nel lontano 2014 — e per restare al potere è ampiamente sceso a patti con parte delle milizie della Tripolitania che controllano la capitale e il suo hinterland. Ma non ha nemmeno accesso all’altra metà del Paese, dove invece si trova un altro esecutivo, guidato da Fathi Bashagha, avallato dal parlamento, ma incapace di raccogliere consensi e soprattutto fisicamente non in grado di controllare Tripoli. Né con la politica, né col negoziato, né tanto meno con la forza — visto che ogni volta che ci ha provato è stato respinto dalle milizie che adesso sostengono Dbeibeh.

Il tema delle milizie è particolarmente delicato e rappresenta una sorta di centro di potere a sé stante. Vivono di interessi e rendite di posizione (spesso ottenuti con metodi violenti), sono diffuse all’interno di vari ambiti territoriali, hanno capacità militare e presa sociale. Sono in grado di condizionare la vita politica, economica, securitaria del Paese.

Sul lato orientale, inoltre, continua a essere presente e attivo Khalifa Haftar, uomo forte di Bengasi che anche recentemente ha fatto capire che il rischio di questo processo in saturazione è che il livello di attrito, prodotto dal perdurare dello stallo, può trasformarsi in scontro armato. Un conflitto potrebbe rivelarsi devastante per la stabilità della regione. La Libia, infatti, è al centro di un quadro geopolitico complesso, parte del Nordafrica e allungato fino al Sahel. Regione particolarmente a rischio, dopo gli ulteriori sviluppi destabilizzanti in Mali e Burkina Faso e dove anche in questi giorni infuocano le proteste popolari in Ciad. Ma la Libia è stata anche centro di sfogo di tensioni interne al mondo mediorientale e resta ancora oggi un punto centrale nelle rotte e nei flussi migratori dall’Africa verso il Mediterraneo. In questo contesto, occorre certamente che l’Italia possa ricostruire un proprio protagonismo rispetto al dossier libico, e non solo per la questione migratoria. La Libia è da sempre un tema centrale per la politica estera italiana, e adesso torna il momento per Roma di segnare il proprio ambito geostrategico. Magari in coordinamento con l’Europa, Parigi, l’Onu e gli USA.

L’Italia, per questi motivi, avrebbe interesse all’affermazione di un’amministrazione libica stabile e unitaria, formata con l’obiettivo di stabilizzare il Paese e portarlo al voto, diventando anche un riferimento con cui costruire accordi e cooperare sui temi più urgenti, dalla sicurezza all’energia e alla politica mediterranea.

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