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L'Oriente senza frontiere di Tucci

di Francesco Palmieri

Continua il viaggio nelle "Vite nella storia del Mediterraneo", la rubrica a cura di Pietrangelo Buttafuoco. In questa puntata la straordinaria avventura di Giuseppe Tucci

Verso le cinque del mattino del 5 aprile 1984 il professor Giuseppe Tucci chiese un foglio per scrivere, ma essendo troppo debole la mano non poté, e poco dopo chiuse gli occhi per sempre nella sua casa di San Polo dei Cavalieri nei pressi di Roma, affacciata su un paesaggio che gli ricordava quello tibetano. Due cose nella vita amò di più: “il sole come Giuliano l’apostata e la montagna come i pastori”.

Terminava così, prima di un’alba primaverile, la straordinaria avventura terrena di uno fra i massimi studiosi dell’Oriente, il quale aveva condensato in sé ciò che generalmente destino e talenti ripartiscono fra più uomini: conoscitore di molte lingue, traduttore e scopritore di testi religiosi e filosofici dal Tibet all’India alla Cina, esploratore infaticabile, archeologo, organizzatore culturale, maestro di raro carisma, prosatore eccellente nell’esposizione scientifica come in quella divulgativa, Tucci fu sodale venerato di sovrani orientali, pandit e accademici europei, dialogando senza timidezza con i leader politici e senza sussiego coi pastori d’Abruzzo e i monaci dei più remoti templi dell’Asia centrale.

Nato il 5 giugno 1894, a Macerata come padre Matteo Ricci, ereditò delle Marche l’arcana inclinazione geografica e immaginativa che aveva spinto tanti dei suoi figli a proiettare sguardo e corpo verso il più lontano oriente. Eppure le sue prime pubblicazioni, appena diciassettenne, furono dedicate alle iscrizioni nell’agro maceratese e al nome personale romano del Piceno. Tucci non avrebbe mai smarrito l’interesse per il mondo classico greco e latino di cui coltivò le lingue per tutta la vita, assieme alle opere della letteratura e del pensiero italiano: i trecentisti, Petrarca (che preferiva a Dante), Daniello Bartoli, il conterraneo Leopardi ma su tutti forse san Tommaso d’Aquino, di cui sempre si dichiarò debitore per “la chiarezza e solidità logica del pensare”. Sin da subito fu nitida in Giuseppe Tucci la convinzione, poi affinata nel tempo, che Europa e Asia sono parte di una sola humanitas e che, lungi da un’opposizione, il loro percorso spirituale e storico debba essere segnato dall’incontro e dall’arricchimento reciproco. Scrisse l’indologo Raniero Gnoli in un Ricordo pubblicato a un anno dalla morte del maestro: “Quest’idea di una koiné culturale estendentesi dai paesi affacciati sull’Oceano Atlantico fino a quelli lambiti dal mar della Cina lo accompagnò per tutta la vita, tanto che, poco prima di morire, ancora insisteva coi suoi colleghi italiani e stranieri, sulla necessità ed importanza di una concezione che non vedesse più Oriente ed Occidente contrapposti l’un l’altro, ma come due realtà complementari ed inseparabili”.

Tucci lo sottolineò ogni volta che poteva, per esempio nel discorso commemorativo tenuto in Campidoglio nel 1971 per il venticinquesimo centenario di Ciro il Grande: “Asia ed Europa sono un tutto unico, solidale per migrazioni di popoli, vicende di conquiste, avventure di commerci, in una complicità storica che soltanto gli inesperti o gli incolti, i quali pensano tutto il mondo concluso nell’Europa, si ostinano ad ignorare”. Sei anni dopo scrisse: “L’Europa ed i suoi storici hanno commesso un grande errore, considerando l’Asia e l’Europa come due continenti distinti, mentre in realtà si deve parlare di un unico continente, l’Eurasiatico: così congiunto nelle sue parti che non è avvenimento di rilievo nell’una che non abbia avuto il suo riflesso nell’altra”.

Fu questa una convinzione che non confinò negli assunti teorici, ma che permeò tutta la sua azione culturale e si espresse con la fondazione dell’IsMEO (Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente) nel 1933, di cui assunse la presidenza Giovanni Gentile e quindi Tucci stesso dal ’47 al ’78, dopo la triste parentesi dell’epurazione nel ’44. Se è vero che Tucci contribuì al soft power italiano durante gli anni del Fascismo, fu perché sempre reputò che le attività dello studioso andassero calate nel momento storico e la cultura dovesse esercitare una funzione viva, aprendo le porte alla comprensione tra i popoli, ai traffici e ai commerci. L’azione proseguì nel secondo dopoguerra, sostenuta dai politici più illuminati che comprendevano l’importanza di una presenza peculiare nelle aree del mondo dove altri s’erano fatti largo coi cannoni o per puri scopi di profitto, mentre i viaggiatori italiani “furono generalmente mossi da disinteressata curiosità di cultura o di scienza (o, se missionari, da sollecitudine religiosa), solo raramente da esigenze mercantili, mai da mire d’espansione politica”. Fu consistente grazie a quest’approccio, e tuttora lo rimane, il lascito di Tucci nei luoghi in cui portò l’archeologia italiana, dall’Iran all’Afghanistan al Pakistan (dove la Missione nello Swat è ancora attiva). E consistente fu l’apporto che ne trasse conducendo le sue esplorazioni e conservando al mondo testimonianza di testi e manufatti che il tempo o gli uomini hanno intanto travolto, come certi monasteri tibetani di cui persiste traccia grazie ai sette volumi della monumentale Indo-Tibetica, senza contare l’immensa mole di fotografie e i manoscritti che recuperò tra cui quello, nel ’56, del VI secolo dopo Cristo su corteccia di betulla contenente la più antica vita del Buddha scritta in sanscrito.

Percorse a piedi e a cavallo decine di migliaia di chilometri dal 1929, data della prima delle sue otto spedizioni in Tibet cui seguirono, quando il paese fu precluso agli studiosi, sei spedizioni in Nepal. Era in quei viaggi, non tra le algide mura delle università che lui fu più felice, quando “umiliato dall’immensità e dal silenzio”, l’uomo “in ogni luogo immagina o sospetta presenze divine invisibili ma certe”. E sempre lo immalinconiva “tornare in un mondo, che per errore di prospettiva, chiamiamo civile”. Dovunque passò, rispettò la regola di tolleranza e di condivisione ispirata ai dettami del mistico indiano Ramakrishna: “Conviene inginocchiarsi dove gli altri si sono inginocchiati perché, dove gli altri si sono inginocchiati, là è la presenza di Dio”.

Eppure sbaglierebbe chi vedesse Tucci come un sognatore, al pari di chi lo riducesse ad avveduto coprotagonista della politica nelle forme più contingenti, laddove dei politici mal sopportò la “vanità ed improntitudine e vuotezza” e loro contrappose “i santi e gli eroi, i poeti e gli uomini di scienza”. In lui convissero le due declinazioni: la prima di chi apprezza in sommo grado il sogno come nobile gioco, “perché gioco pur resta la vita, se non vuol essere una tristissima, o angosciata brama di ombre inafferrabili”; la seconda fu la natura del realizzatore, che trovando nell’università una “penosa e moritura sopravvivenza di consuetudini d’insegnamento infiacchito e sorpassato”, creò un Istituto agile e moderno, capace di tradurre nella pratica l’ardore della scoperta, l’attuazione della conoscenza e la comunicazione con culture e civiltà lontane ma vicine, perché figlie di quel continente eurasiatico “dove per misterioso privilegio o mirabile accadimento del caso, l’uomo elevò le architetture più solenni del pensiero, le fantasie più nobili dell’arte, il lento tessuto della scienza, quei tesori di cui oggi l’umanità tutta partecipa, arricchendoli o corrompendoli”.

Malgrado il rigore delle sue ricerche, giudicò come “la più boriosa delle superstizioni” una visione meramente razionalista delle cose “di cui la scienza mi vuole far certo e che oggi sono in un modo e domani in un altro”. Ammonì: “Togli all’uomo l’imprevisto ed il mistero ed il vivere si riduce a un noioso transito di cibo”. Non guardò alla Storia come a un messianico percorso lineare improntato al magnifico progresso. Piuttosto fece sua la concezione indiana di un Tempo ciclico e circolare. Lo affermò sin dagli anni Trenta, dopo il quinquennio trascorso da insegnante in India, a Shantiniketan e a Calcutta: “Non penso che noi possiamo più oltre applicare alla monotona varietà del divenire quell’idea di evoluzione cui le scienze naturali ci hanno educato”. “Non parliamo dunque di progresso, ma di mutazione, l’unica cosa che possiamo notare in ogni organismo che vive – un fenomeno di autocreazione in virtù del quale così si trapassa dal vecchio al nuovo, che questo quello in sé contiene anche quando lo neghi e lo superi”. Espresse tale idea in modo più esplicito negli ultimi anni di vita, in un mondo frattanto rapidamente cambiato, dove l’accresciuta facilità delle comunicazioni e dei trasporti rifrangeva più sfumate le sue peregrinazioni nelle terre incognite della gioventù, ma per paradosso distanziando i popoli anziché avvicinarli, perché “la differenza ed il sospetto chiudono le frontiere e l’uniformità dei modi e dei costumi, la monotonia che ci incatena, il livellamento che tutto sommerge rendono desolati i nostri giorni, inceneriti dappertutto dalle medesime presunzioni”. Perciò Tucci al suo tramonto, non soltanto per lo scemare delle forze fisiche, preferì spostarsi nel tempo più che nello spazio: “Viaggiare quando il mondo sta diventando uniforme – constatava – è come un aggirarsi in un ospedale di moribondi; lampeggiamenti di antiche abitudini che si dissolvono in un uragano di scintille che si spengono”. Più non resta perciò che “scendere nel tempo, resuscitare i morti”, ravvivare il dialogo con i grandi maestri del passato.

Il 27 aprile del ’74, in un discorso agli allievi dell’Orientale di Napoli, consegnò il viatico: “Mai come in questa vigilia del Kaliyuga, la creatura umana, quale che ne sia la lingua o la discendenza, ha bisogno per sopravvivere di comprendersi in una koiné di affettuosa collaborazione. A tu per tu, da pari a pari, come crociate di innocenti. Niente di ufficiale. Tutto ciò che è ufficiale è caduco. Pensate a tutti i reggimenti che si sono succeduti dai tempi dei Faraoni: effimere bolle di sapone di varie rifrangenze e di diversa resistenza alle folli vicende della storia”. E suggellò il discorso con il verso di un poeta bengalico: “Sopra a tutte le cose è l’uomo: niente è al di sopra di lui”. Una professione valevole anche per l’uomo contemporaneo che (come aveva scritto ne La via dello Swat) “malgrado la continua professione di carità e di amore, si annuncia come il meno cavalleresco e il più crudo che mai sia nato sotto il sole”.

Poche settimane dopo quell’incontro all’università, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, Tucci si avventurò in una escursione solitaria sul Monte Gennaro, nel paesaggio circostante San Polo dei Cavalieri che gli rievocava il Tibet della giovinezza. Nel cammino si ruppe una gamba e lo ritrovarono i carabinieri alcune ore dopo. Confidò poi a Raniero Gnoli che quello fu “il suo più bel compleanno”.

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