L’ospite inatteso. Il premier canadese Mark Carney si siede a tavola e sconvolge il menù.
Il discorso del premier canadese Carney ‘anti-Trump’. Chi è l’ex banchiere Carney e come è arrivato al Potere. Il punto di vista di Ettore Maria Colombo
“Se non sei seduto al tavolo delle trattative, allora sei nel menù” (così Joerg Wuttke, presidente della Camera di Commercio tedesca in Cina sui crescenti scambi commerciali con la Cina).
Al Word Economic Forum, lo scorso 22 gennaio 2026, il premier canadese, Mark Carney, ha tenuto un discorso la cui eco, nelle cancellerie come nell’establishment occidentale, non si è ancora spento. Carney ha, di fatto, spronato gli alleati ad ‘aprire gli occhi’ sull’era delle Grandi Potenze che vessano i paesi medi - come, ovviamente, i più piccoli - per prendersi ciò che vogliono. Carney ha invitati i Paesi occidentali medi a ribellarsi alla coercizione economica, tanto più se viene esercitata da un Paese alleato: “L’ordine internazionale, per come lo abbiamo conosciuto, è finito”. Ergo, “le potenze intermedie devono cooperare tra loro in modo pragmatico per difendere i valori democratici e per non finire succubi dei Paesi egemoni”.
“Se si negozia in modo ‘bilaterale’ con un egemone” – ammonisce Carney, senza mai citare direttamente Trump – lo si fa da una posizione di debolezza. Nelle sue parole: “finiamo per accettare ciò che ci viene offerto, ma ciò non è sovranità ma subordinazione mascherata da sovranità”.
Dal discorso di Davos in poi, ecco che il leader canadese si staglia come una figura ‘nuova’, nel mondo dei leader e delle leadership internazionali dell’Occidente democratico. Nel suo discorso parla duro ai colleghi di altre nazioni che, a suo avviso, non stanno difendendo i loro veri interessi di fronte alle scelte Usa: “C’è una forte tendenza a adeguarsi, a cercare accomodamenti per evitare guai, sperando che l’obbedienza possa comprare sicurezza. Non lo farà”. Le potenze medie devono agire insieme perché, quando non si è seduti a tavola, allora vuol dire che si è nel menù”.
Le parole di Carney suonano come una vera doccia fredda. Non soltanto cancella tutte le illusioni del vecchio mondo, quello dell’ordine liberal-democratico che faceva capo agli Usa almeno dal Secondo dopoguerra, come pure di una (fino a ieri granitica) certezza, l’alleanza transatlantica, ma osa molto di più. Carney esprime, cioè, l’esigenza di costruire un “mondo nuovo”. Insomma, non solo il Canada, come il Molise (sic), per fare un paragone irriverente, esiste (Trump disse: “il Canada non esiste”), ma si vuole porre pure in qualità di ‘mosca cocchiera’ di equilibri geopolitici nuovi che, in modi inediti, prescindano dalla presenza Usa.
Ma chi è l’uomo, esponente in purezza dell’establishment lib-lab e, dunque, dell’Occidente liberal-democratico, che rompe le uova nel paniere, produce una (notevole) frittata e si staglia come nuovo leader di punta di un mondo anti-Trump e, cioè, di una reazione – per quanto di pancia – delle vecchie elite lib-dem contro il nuovo populismo?
Chi è Mark Carney, premier canadese dal marzo 2025. I Liberali, partito ‘pigliatutto’, e una vittoria inattesa.
Mark Carney, 60 anni (classe 1965), è premier da quasi un anno. Ex governatore delle banche centrali inglese e canadese (non va dimenticato che il Canada, ex storico ‘dominion’ della corona britannica, è formalmente ancora sotto la sovranità del re, oggi Carlo III Windsor), amico di Mario Draghi, è il primo ministro del Canada: ha vinto le elezioni politiche, a capo di un rinnovato Partito Liberale, il 14 marzo 2025 e giurato ad Ottawa il 23 marzo 2025.
Carney succede a Justin Trudeau, con cui non era mai andato d’accordo, dopo che il Partito liberale – definito anche partito ‘pigliatutto’ - lo designa premier a larga maggioranza. Batte il Partito Conservatore di Pierre Poilievre, che pareva ‘predestinato’ a prendere il potere, ma che finirà persino per perdere un seggio dato per sicuro, che questi poi recupererà solo nelle elezioni supplettive. Carney vince le elezioni non solo in modo inaspettato, ma anche con una maggioranza che, all’epoca (aprile 2025) è risicata: 43, 76% (Liberali) contro il 41,31% (Conservatori) che non gli dà una maggioranza assoluta (169 seggi a 144).
Una vittoria inaspettata quanto risicata, dunque, che però presto si consolida in una popolarità che sale subito ai massimi livelli, per il neo-leader e dopo per il neo-premier.
Nei primi mesi del 2025, del resto, erano arrivati, in rapida successione, tre rapidi cambiamenti: Trudeau, premier uscente, si dimette, inizia la seconda presidenza Trump e Carney vince, contro tutti i pronostici, le elezioni politiche.
Un voto elettorale che, di fatto, è bipartitico e che premia i liberali, in funzione anti-Trump. Il quale, già a gennaio del 2025, pubblica, sul social Truth, una mappa che mostra il Canada come parte degli Stati Uniti e scrive: "Oh Canada!". In un altro post di Trump, ecco l'immagine degli Stati Uniti e del Canada ricoperti dalla bandiera americana a stelle e strisce. Insomma, il messaggio è chiaro: il Canada è un’appendice degli Usa. Un intero stato, sovrano, declassato a 51 stato della confederazione. Una ‘grande’ Groenlandia, che presto diventa un’altra mira di Trump, annessa d’imperio. I canadesi, come poi accadrà, nel 2026 anche i groenlandesi, ovviamente, non la prendono bene. E, ovviamente, reagiscono, stringendosi attorno al loro leader.
Il nuovo primo ministro canadese non vanta una lunga carriera politica, ma una pluridecennale esperienza nel mondo della finanza (13 anni li ha passati dentro la banca d’affari Goldman Sachs ed è stato, dal 2013 al 20220, il primo non britannico a guidare la Banca d’Inghilterra), guidando i governi occidentali attraverso crisi globali e periodi di forte instabilità: esperienza, per lui, vantaggiosa.
Il neo-protagonismo del Canada sulla scena geopolitica. Adesione al Safe e il ‘rilancio’ del Cptpp. Il rischio Cina.
Il Canada, un anno fa, al suo insediamento, si trovava a fronteggiare un crescente scontro economico con gli Usa.
La linea anti-Trump di Carney è, da subito, cristallina: “L'America non è il Canada. E il Canada non farà mai, mai, parte degli Stati Uniti, in alcun modo, forma o aspetto”, dichiara già nel suo primo discorso post-elettorale. “So come gestire le crisi, so come si costruisce una economia forte” dice ancora, spiegando che, come premier, risponderà agli Stati Uniti con le stesse tariffe e sfrutterà il suo peso (fornire energia e uranio) per far valere le ragioni e la posizione del Canada. “È importante – spiega allora – distinguere bene ciò che non puoi controllare da ciò che puoi. Non possiamo cambiare Donald Trump, ma possiamo controllare il nostro destino economico”. Parole profetiche.
Insomma, il mandato di Carney sembrava destinato, almeno all’inizio, solo a fronteggiare le tensioni commerciali con gli Stati Uniti, a partire dalla questione dei dazi. Invece, Carney, dosando resistenza e dialogo, inizia a tessere una fitta rete di relazioni internazionali in cui proprio il suo Canada dimostra di non essere una ‘appendice geografica’ degli Usa né la ‘cenerentola’ di Stati occidentali liberal-democratici che, per forza e ambizione, lo sopravanzano.
E così, il Canada diventa, peraltro, il primo Paese extra-Ue a entrare nel “Security Action for Europe” (Safe), il programma che permette ai paesi che vi contribuiscono di di accedere a prestiti agevolati, con gli Usa, per acquistare armi ed equipaggiamenti militari da ‘regalare’ all’Ucraina (NB. L’Italia, ad oggi, non ha ancora deciso di aderirvi…).
Inoltre, come riporta ‘Politico’, Carney vuole accelerare e approfondire la collaborazione tra la Ue e una partnership, quella transatlantica, che sembrava ‘in sonno’ da decenni ma che, ora, potrebbe riconquistare vigore, forza, presenza.
Si tratta del CPTPP (sigla che sta per “Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership”), un accordo di libero scambio che, oltre al Canada, comprende altri 11 Paesi: Australia, Brunei, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam, UK. ‘Erede’ del vecchio, ormai, TPP, firmato nel 2016 ma mai entrato in vigore perché gli Usa (guarda caso, all’epoca, guidati dalla prima presidenza Trump) si erano sfilati all’ultimo miglio, rilanciato nel 2017 e ripreso, nel 2018, sotto forma, appunto, di CPTPP, vede la Gran Bretagna, ma proprio e solo dal 2023, primo Paese europeo firmatario.
Certo, non tutto è oro quel che luccica. I rischi del (nuovo) protagonismo, sulla scena mondiale, di leader come Carney non sono indifferenti. Se, da lato, è giusto e necessario diversificare i mercati e rafforzare le catene logistiche e di approvvigionamento, contrastando il protagonismo – decisamente aggressivo - trumpiano e la dipendenza dal mercato Usa di ‘potenze medie’ – e, dunque, di fatto deboli – la ricerca di nuove alleanze mondiali può diventare sia spericolata che rischiosa. Specie perché, in filigrana, la ‘teoria Canrey’ si poggia, in modo spericolato e, in parte, rocambolesco, sull’altro angolo della Terra, dove comanda la Cina, imperiale e post-comunista, quella di Xi Jinping.
Un calcolo, dunque, che può apparire rischioso, pericoloso e oltremodo fragile, a seconda di quanto la compensazione dell’egemonia Usa può finire per cadere, dalla padella, nella brace. E cioè sostituire, di fatto, l’egemonia Usa – ‘democratica’, almeno ogni quattro anni, quando si vota… - con quella monocratica, dittatoriale, imperialista, dei cinesi.
Per Carney si tratta di un rischio ‘calcolato’, ma che resta, pur sempre, un rischio. Una possibilità, non una certezza, che solo l’evoluzione – oggi, e ogni giorno sempre di più – tumultuosa e caotica del quadro internazionale saprà dire quanto sia realmente realistica e, soprattutto, possibile. Ma se fino ad ora abbiamo parlato del ‘chi è’ Carney, è ora, invece, nella seconda parte, di spiegare che ‘cosa’ ha detto.
Per forza di cose, prima ancora di vederne gli effetti e le – possibili – risposte bisogna ripartire dal discorso di Carney