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Pakistan-Afghanistan: la guerra dell’ambiguità strategica

Dal sostegno strategico al confronto armato: le contraddizioni strutturali che stanno ridefinendo i rapporti tra Islamabad e Kabul.

Pakistan e Afghanistan si trovano oggi in una fase che può essere definita, senza eccessi retorici, una “guerra aperta”. Alla fine di febbraio 2026, l’esercito pakistano ha lanciato l’Operazione Ghazab lil-Haq (“Ira per la Verità”), colpendo diverse aree afghane – tra cui Kabul, Kandahar, Paktia, Paktika, Khost e Laghman – e provocando vittime civili e militari. I raid aerei del 22 febbraio, che secondo la Missione ONU in Afghanistan hanno causato almeno 13 morti civili, hanno segnato un salto di qualità nello scontro. Washington ha sostenuto il “diritto del Pakistan a difendersi”, confermando come la crisi si inserisca in una cornice regionale e internazionale più ampia.

Per comprendere la portata dello scontro attuale occorre però collocarlo in una traiettoria storica più ampia. Il paradosso strategico è evidente: Islamabad sta combattendo un attore che ha contribuito in modo determinante a creare e sostenere. Durante gli anni Ottanta, sotto il regime del generale Zia-ul-Haq, il Pakistan divenne la retrovia della jihad anti-sovietica in Afghanistan. Con il sostegno statunitense e saudita, il Paese fu trasformato in un hub del jihad globale contro l’URSS. In quel contesto, l’Inter-Services Intelligence (ISI) costruì relazioni organiche con i mujahidin afghani, tra cui la rete guidata dal mullah Mohammad Omar, nucleo originario dei Talebani.

Dopo il ritiro sovietico (1989) e la fine della Guerra Fredda (1991), Islamabad non abbandonò la leva afghana. Al contrario, la trasformò in uno strumento di “profondità strategica” contro l’India, sostenendo l’ascesa dei Talebani, che nel 1996 conquistarono Kabul e proclamarono l’Emirato islamico. Il Pakistan fu tra i tre soli Paesi – insieme ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – a riconoscerne formalmente il governo.

L’11 settembre 2001 segnò una brusca riconfigurazione. Sotto pressione diretta degli Stati Uniti, il Pakistan si allineò alla nuova campagna americana in Afghanistan. Tuttavia, la rottura con i Talebani non fu mai totale. Tra il 2001 e il 2021, mentre Washington combatteva l’insurrezione, parti dell’establishment pakistano mantennero canali aperti con la leadership talebana. Islamabad oscillò tra cooperazione formale con gli Stati Uniti e ambiguità strategica, nel tentativo di preservare leve di influenza sul futuro assetto afghano.

Nel 2018, quando l’amministrazione Trump avviò il dialogo con i Talebani per negoziare il ritiro americano, il Pakistan tornò a essere un interlocutore chiave, contribuendo all’avvio dei negoziati intra-afghani nel 2020. Il ritorno dei Talebani al potere nel 2021 sembrava, in teoria, coronare decenni di investimento strategico pakistano. Molti analisti prevedevano una fase di riallineamento stretto tra Kabul e Islamabad.

La realtà si è rivelata diversa. Dal 2021 si sono registrati circa 75 scontri tra forze afghane e pakistane. Le relazioni bilaterali sono oggi dominate da tre dossier critici.

Il primo riguarda la Linea Durand, il confine tracciato in epoca coloniale britannica e mai pienamente accettato dai Talebani, che lo considerano una divisione artificiale della comunità pashtun. La disputa territoriale rimane una fonte strutturale di tensione.

Il secondo nodo è il Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), movimento jihadista pakistano che Islamabad accusa Kabul di ospitare o tollerare. Se in passato i Talebani hanno mediato tra il TTP e il governo pakistano, oggi una repressione diretta contro il gruppo potrebbe generare fratture interne al fronte talebano e favorire defezioni verso l’ISIS-K (Stato Islamico – Provincia del Khorasan), già responsabile di attentati sanguinosi, incluso quello contro una moschea sciita a Islamabad nel febbraio 2026. Kabul si trova quindi stretta tra la necessità di non alienarsi Islamabad e il rischio di destabilizzare il proprio fragile equilibrio interno.

Il terzo elemento è la dimensione indo-pakistana. Islamabad accusa Delhi di colludere con gruppi anti-pakistani in Afghanistan, mentre l’India respinge tali accuse e condanna i raid pakistani come violazioni della sovranità afghana. Il teatro afghano rischia così di riattivare dinamiche di competizione indiretta tra le due potenze nucleari dell’Asia meridionale.

In questo quadro, i tentativi di mediazione internazionale appaiono finora marginali rispetto alla dinamica bilaterale. La de-escalation dipenderà soprattutto dalla capacità di Pakistan e Talebani di ridefinire i termini del loro rapporto: gestione della frontiera, neutralizzazione del TTP e delimitazione delle rispettive sfere di sicurezza.

Il nodo di fondo resta strategico: l’Afghanistan è per Islamabad uno spazio funzionale alla propria sicurezza nazionale, soprattutto in funzione anti-indiana; per i Talebani, uno Stato sovrano da sottrarre a ogni forma di tutela esterna. Finché questa divergenza non verrà ricomposta, il rischio è che la relazione tra i due Paesi rimanga strutturalmente instabile, oscillando tra cooperazione tattica e confronto armato.

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