News

Pandemia e guerra in Ucraina: le ricadute economiche sul bacino del Mediterraneo

di Domenico Battaglia

Dopo due anni di crisi pandemica, la guerra scoppiata in Ucraina potrebbe avere effetti internazionali rilevanti anche a livello economico. Con particolare importanza per i paesi dell’area del Mediterraneo allargato

Il sistema economico mondiale ha assistito a una notevole crescita negli scorsi decenni, grazie a fenomeni come integrazione economica e globalizzazione. A questo è corrisposta una relativa diminuzione dei conflitti armati, specie tra i Paesi interconnessi economicamente. Le direttrici che hanno guidato questa crescita (cooperazione internazionale nel commercio; miglioramento dei trasporti ed enormi progressi nelle telecomunicazioni) sembrano però oggi indebolite per diverse ragioni. Si pensi all’affermarsi della competizione strategica USA-Cina, che va ormai dagli ambiti economico-commerciali e tecnologici fino a quelli politici. Ad essa si sono aggiunti due eventi dirompenti per il sistema: la pandemia da Covid-19 e la guerra in Ucraina. Insieme, questi fenomeni potrebbero accelerare il processo di trasformazione del sistema verso qualcosa di nuovo. È dunque opportuno valutare le possibili ripercussioni di questi momenti trasformativi per il mondo e – più in particolare – per il bacino del Mediterraneo.

Quanto alla pandemia, le misure adottate dagli Stati in reazione alla crisi sanitaria hanno ripristinato molte barriere allo scambio di beni. In particolare, il rallentamento dei trasporti (specie nel campo navale) ha fortemente danneggiato le catene globali del valore. Anche se la situazione pandemica sembra essere in tendenziale miglioramento, l’enorme arretrato da smaltire nelle spedizioni e la strategia c.d. “zero Covid” cinese (di cui non a caso ora si valuta una revisione) stanno ancora influendo notevolmente su questo versante, mettendo a rischio la ripresa post-pandemica.

La guerra in Ucraina potrebbe essere un nuovo elemento di rottura e di instabilità per il sistema internazionale, con inevitabili ricadute economiche su molteplici settori. Sia la Russia che l’Ucraina sono infatti snodi globali per un’impressionante gamma di materie prime, che toccano quasi tutti i settori. Gas e petrolio dal lato energetico; fertilizzanti, frumento, mais, semi di girasole dal lato agricolo. Ma ancora, metalli imprescindibili per le industrie, come alluminio, palladio, oro, nichel, titanio. Fino ad aspetti forse meno noti, come il ruolo preponderante dell’Ucraina nelle forniture di neon, necessario per produrre microchip. Questo rapido (e parziale) elenco dovrebbe far percepire i rischi che incombono sulla produzione e sulla crescita mondiale post-pandemica. Se questo è vero su un piano generale, particolare preoccupazione suscita però la situazione dei Paesi più fragili del bacino del Mediterraneo.

Di per sé è difficile stimare l’impatto sanitario della pandemia su molti di questi Paesi, a causa della scarsità o della non affidabilità dei dati in materia. Nondimeno, l’urto macroeconomico è stato molto forte su diversi piani: il minor prezzo del petrolio per i Paesi produttori; ma anche l’interruzione del turismo, il rallentamento delle catene globali del valore e l’affievolimento delle rimesse durante la crisi pandemica hanno pesantemente depresso il sistema economico mediterraneo. I governi hanno cercato di rispondere alla pandemia con importanti pacchetti fiscali, nella speranza di attutire le perdite economiche (e quindi il malcontento sociale). Il Fondo Monetario Internazionale ha aiutato alcuni di essi (si pensi a Marocco, Tunisia, Egitto, Giordania) con concessioni e aiuti finanziari; questo aiuto esterno non è stato però possibile lì dove ve ne era più bisogno, come in Libia e in Libano, proprio a causa dell’instabilità politica, che ha impedito il dialogo con le istituzioni internazionali. In ultima analisi, la Commissione economica e sociale delle Nazioni Unite per l’Asia Occidentale stimava che altri 8,3 milioni di persone sarebbero cadute nel 2020 sotto la soglia di povertà nell’area (che già contava più di 100 milioni di persone in tale condizione, nonché 52 milioni in stato di malnutrizione). Ciò anche a causa dell’eccessiva dipendenza di questi Paesi dalle importazioni agricole e alimentari, con i prezzi di tali mercati saliti sia in ragione della pandemia che di eventi meteorologici estremi nel corso degli ultimi anni.

È dunque evidente quale rischio l’azione bellica russa in Ucraina comporti per questi Paesi. L’invasione ha scatenato un robusto aumento dei prezzi di moltissime materie prime, a partire dal settore energetico e da quello agricolo. Un esempio lampante è quello offerto dall’Egitto, il maggiore importatore di grano del mondo: più del 60% del grano necessario alla sicurezza alimentare egiziana proviene dall’estero, e quasi interamente da Russia e Ucraina. In un Paese in cui quasi un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà, e in cui il pane è assicurato dal Governo per mantenere la stabilità politica, le autorità statali saranno inevitabilmente costrette a far gravare l’aumento dei prezzi sulle finanze pubbliche. In tal senso il problema vero e proprio non dovrebbe essere l’approvvigionamento alimentare in sé: esistono altri fornitori nel mondo, pronti a interfacciarsi con questi Paesi. Solo che il costo di queste risorse sarà ben maggiore. E la questione diventa allora il difficile bilanciamento tra crescita della spesa pubblica, aumento dell’inflazione e aggravarsi delle tensioni sociali.

Nei Paesi vicini la situazione non sembra essere migliore. Molti governi si sono affrettati a chiarire che le forniture alimentari saranno assicurate e che le riserve dovrebbero essere sufficienti per diversi mesi. Questo non ha però impedito proteste per l’aumento del costo della vita, ad esempio in Marocco, Tunisia, Sudan, nonché in Iraq. Senza considerare i casi particolari del Libano (che si stima avere riserve di grano per poco più di un mese) e della Siria (la cui economia è fortemente dipendente dal sostegno russo). A undici anni dalle primavere arabe, non si può non pensare agli slogan che in quei giorni chiedevano “pane, dignità e giustizia sociale”.

La crisi ucraina sta avendo effetti anche sul lato del settore energetico. L’isolamento economico della Russia ha fatto impennare i prezzi del petrolio e del gas naturale. Questo costituisce senza dubbio una buona notizia per i produttori, almeno in prima battuta. Paesi come l’Italia hanno ad esempio fatto ricorso ai propri buoni rapporti con Algeria, Qatar e Libia per cercare di ridurre in corsa la dipendenza dal gas russo. Un altro aspetto da considerare è la possibile ripresa di alcuni progetti bloccati, come l’Eastmed, che avrebbe dovuto collegare i giacimenti Leviathan e Aphrodite, attraversando Israele, Cipro, Grecia e Italia (ed escludendo invece una ben contraria Turchia).

Tuttavia, il medesimo aumento dei prezzi comporta difficoltà per i Paesi del Mediterraneo che dipendono dalle importazioni di tali risorse, e che avevano fatto affidamento su stime più ottimistiche al momento della redazione del proprio bilancio annuale. Un diffuso aumento dell’instabilità a causa del maggiore prezzo di petrolio e gas potrebbe non giovare quindi a nessun Paese dell’area mediterranea.

A questo si può aggiungere una considerazione più ampia, circa l’inflazione. L’idea di un’inflazione temporanea e in assestamento, una volta risolti i colli di bottiglia nella produzione mondiale, si è scontrata con il netto aumento dei prezzi agricoli e dell’energia. Questo ha già spinto l’americana FED e la Bank of England ad alzare i tassi di interesse e si stima che il trend verso una politica monetaria restrittiva continuerà nel corso dell’anno; la BCE è stata finora più titubante, per il timore di danneggiare la ripresa economica europea, ma anch’essa dovrà prima o poi intervenire. Semplificando molto, questo aumento dei tassi di interesse nei Paesi più sviluppati potrebbe essere molto dannoso per i Paesi emergenti e in via di sviluppo, ad esempio per la difficoltà nel rifinanziamento del proprio debito pubblico.

In estrema sintesi, la situazione non sembra essere delle più rosee per le economie e le società più fragili del bacino mediterraneo. Un generale peggioramento della sicurezza alimentare nonché della situazione macroeconomica potrebbe mettere a rischio la stabilità di molti tra questi Paesi e dare il via a nuove ondate migratorie. A questo si troverebbe esposta, ancora una volta, l’Unione Europea, che dovrebbe perciò prepararsi per tempo. L’unità europea di fronte all’aggressione russa sembra incoraggiante in questo senso. Le conclusioni del meeting di Versailles dello scorso 11 marzo sono significative, segnando non solo un sostegno politico al cammino verso una difesa europea, ma anche una maggiore attenzione alla sicurezza energetica del continente. Tra le righe delle conclusioni si può rilevare un riferimento implicito all’importanza del Mediterraneo, lì dove si parla della necessità di “migliorare la connettività [energetica] con il nostro immediato vicinato”, a cui si accompagnano alcune righe dedicate al GNL.

Questo potrebbe non essere sufficiente però in caso di crisi dei Paesi del vicinato sud. In tal senso, l’UE dovrebbe fare pieno uso degli strumenti di cui già dispone, come il novello regolamento NDICI, che serve a rafforzare la resilienza economica, politica e sociale (anche) degli Stati vicini all’Unione; l’Unione dovrebbe insomma rilanciare il partenariato nell’area, nel segno della sua nuova Agenda per il Mediterraneo, che mira alla prosperità e allo sviluppo comune. Dovrebbe poi essere pronta a mostrare la propria solidarietà non solo ai profughi ucraini, ma anche a quelli dei conflitti mediorientali; ciò non solo per il rispetto dei valori che segnano la natura dell’Unione stessa, ma anche per la necessità di non mostrarsi incoerente nella propria “diplomazia pubblica” verso il vicinato mediterraneo.

In conclusione, le conseguenze della pandemia e della guerra in Ucraina sembrano mettere profondamente a rischio la stabilità dei Paesi del bacino mediterraneo, tanto sul piano economico quanto su quello socio-politico. L’aumento dei prezzi delle materie prime, il prolungarsi della crisi sanitaria potrebbero incrinare una già fragile situazione per molti Paesi nell’area. A questo dovrebbe rispondere la Comunità internazionale, a partire dall’Unione Europea, che sembra oggi pronta ad affermare non solo il proprio peso economico, ma anche una posizione geopolitica. In tal senso, la pandemia, prima, e l’invasione russa, adesso, costituiranno senza dubbio un momento trasformativo per l’area del Mediterraneo; in base alla forza della risposta che gli attori internazionali daranno diventerà chiaro se tale svolta sarà in senso negativo, verso un acuirsi delle crisi già in corso, oppure in senso positivo, verso una maggiore prosperità comune nella regione.

Approfondimenti

Tensioni in Asia Centrale: l’irrisolto conflitto fra Kirghizistan e Tagikistan

Durante il vertice della SCO, nuovi scontri al confine tra Kirghizistan e Tagikistan. Dal Caucaso all’Asia Centrale, tornano a crescere le tensioni in alcuni paesi dell’area post-sovietica

Leggi l'approfondimento
Approfondimenti

Il discorso di Lapid alle Nazioni Unite e la soluzione dei due stati

Durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il premier ad interim israeliano Yair Lapid è intervenuto pronunciandosi anche sulla complessa questione della soluzione dei due stati. Reazioni e commenti nell’articolo di Anna Maria Cossiga

Leggi l'approfondimento
Approfondimenti

Delhi e Dacca guardano al futuro

India e Bangladesh hanno siglato uno storico accordo di cooperazione che apre nuove prospettive nella regione. L’analisi di Guido Bolaffi

Leggi l'approfondimento