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Pashinyan chiama Putin. Cosa c’è dietro gli auguri di compleanno

L'articolo di Ginevra Leganza

Lo scorso sette ottobre, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha telefonato al presidente della Federazione Russa Vladimir Putin. L’occasione, leggera, era il compleanno dell’autocrate russo. La ragione, dietro il pretesto, è stata la discussione sui rapporti tra la potenza e l’ex repubblica sovietica.

Un rapporto in bilico, il loro – come già abbiamo scritto – ma che non rinuncia a una cordialità, perlomeno apparente. Già a settembre, infatti, durante il bilaterale in Kirghizistan, Putin e Pashinyan si erano parlati seguendo un doppio registro, pubblico e privato. Al cospetto della stampa, Putin aveva censurato l’ambizione armena di aderire all’Unione europea; Pashinyan, di rimando, aveva cassato l’idea di una rottura inesorabile con Mosca, pur sostenendo che il contesto regionale esige oggi una “nuova prospettiva”. Le porte, in seguito, si erano chiuse. E la discussione tra i due era rimasta quasi del tutto ignota.

Secondo Massis Post, il giornale di orientamento socialdemocratico con sede a Los Angeles, il primo pomo gettato sul tavolo, a settembre, era stata la “Trump Route” (Tripp). La “rotta trumpiana per la pace e la prosperità internazionale” che è oggi il progetto di collegamento commerciale, attraverso Syunik, tra Baku e la sua exclave del Nakhchivan. Un progetto finalizzato ad agevolare peraltro il rapporto con la Turchia, e promosso da Trump nel 2025. Per intenderci: una società di sviluppo che, secondo il quadro attuativo del 2026, dovrebbe essere partecipata per il 74 per cento dagli Stati Uniti e per il 26 per cento dall’Armenia.

Sempre secondo Massis Post, il problema a settembre era stato concepito come “un nodo urgente” dall’Armenia visto che l’attuale gestione, affidata a una società russa, potrebbe ostacolare la rotta per via delle sanzioni. Anche per questo, quindi, Yerevan avrebbe proposto di trasferire i diritti di gestione a un paese che per Mosca fosse un boccone meno amaro. L’Armenia individuava la strategia d’uscita nel Kazakistan: membro del Csto, dell’Uee nonché del Csi, e tuttavia non sufficiente a smussare la contrarietà putiniana. Anzi. Tripp l’aveva riaccesa proprio sul fronte militare. “Se l’Armenia ritenesse inefficace la base militare russa a Gyumri – erano state le parole di Putin al termine dell’incontro – potremmo andarcene anche domani”.

A fronte delle ultime evoluzioni pubbliche, è dunque evidente come il Cremlino abbia aumentato la pressione su Yerevan. E come stia puntando, ancora, a rinfocolare la questione nel dibattito con un messaggio semplice: senza la protezione russa, l’Armenia si troverebbe esposta ad ambizioni territoriali di Azerbaigian e Turchia. Una tesi, questa, che l’opposizione filorussa ha già cominciato a sostenere, e alla quale, però, si contrappone quella di chi ricorda come l’esercito azero sia avanzato alle soglie di Jermuk. E lo abbia fatto esattamente in presenza delle forze russe. All’epoca poco sollecite.

Resistere o diversificare

Il confronto, dunque, riguarda in questi mesi anche l’efficacia della protezione offerta da Mosca nonché il peso che la sua presenza continua ad avere nelle scelte strategiche di Yerevan – senza considerare le pressioni economiche sulle forniture di gas russo, i cui negoziati sono previsti a dicembre.

Ma se il Cremlino sembra puntare sull’amalgama di disinformazione, pressioni economiche e militari per ricondurre il paese a una cieca lealtà verso Mosca, le dichiarazioni di Nikol Pashinyan indicano una direzione diversa. In un’intervista del 12 ottobre, a Radio France Internationale, il primo ministro ha sì escluso che il suo paese possa interrompere o addirittura peggiorare i suoi rapporti con la Russia. Ha sì precisato che l’obiettivo del governo è di rafforzarli. Ma – è qui il punto – ha detto che deve farlo con una politica estera equilibrata. Con una maggiore diversificazione delle partnership economiche. Le relazioni bilaterali, ha spiegato, non possono rimanere identiche a quelle del passato, perché il quadro politico regionale è mutato. Pashinyan ha indicato come perno il processo di pace con l’Azerbaigian.

Quello stesso giorno, il 12 ottobre, l’Unione europea ha poi rivendicato un proprio ruolo nel contrasto alle interferenze straniere in Armenia. In Lussemburgo, l’Alta rappresentante Kaja Kallas ha sostenuto il ruolo di Bruxelles nel contrasto ai tentativi di ingerenza di giugno, nel corso della campagna elettorale. E benché l’intervento europeo sia inserito in un programma contro la disinformazione esteso a 65 paesi, esso è altresì la spia di un’evoluzione. Di un cambiamento progressivo che, tornando all’intervista a Pashinyan, si riflette oggi nel mercato delle importazioni di prodotti petroliferi, dove ad esempio la Turchia – marginale fino al 2024 – ha ampliato secondo Finport la propria quota, fino a diventare il principale fornitore dell’Armenia e superare così la Russia. Secondo il primo ministro, quindi, la maggiore pluralità ha permesso all’Armenia di resistere meglio alle perturbazioni internazionali. Per quanto ci sia un salto, a questo punto, che sarebbe ancora indebito fare. Ovvero quello nel bacino europeo. E non solo per gli standard istituzionali ed economici da raggiungere. Ma altresì perché è ai cittadini che Nikol Pashinyan vuol parlare. È a loro che si rivolge. Sono loro – ha detto a Radio France – “chiamati a decidere democraticamente” se mantenere l’appartenenza attuale, se virare verso l’Europa, o se scegliere di non scegliere in senso binario.

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