Per lo Yemen, guardando al Mar Rosso: riparte il dialogo Riyadh-Houthi
L’articolo di Eleonora Ardemagni
L’Arabia Saudita riapre il dialogo con gli Houthi sullo Yemen, con un obiettivo implicito e immediato: prevenire possibili attacchi alla navigazione commerciale nel Mar Rosso, nello specifico agli interessi sauditi, nel contesto della crisi fra Stati Uniti e Iran nello Stretto di Hormuz. Lo snodo marittimo del Mar Rosso ha infatti acquisito grande centralità energetica e commerciale a seguito del blocco nello Stretto: esso rappresenta, al momento, l’unico collegamento marittimo di Riyadh.
Il 19 e 20 aprile scorso, una delegazione saudita e una degli Houthi si sono incontrate a livello tecnico ad Amman, Giordania, per il Comitato di coordinamento militare facilitato dalle Nazioni Unite: si tratta del primo incontro reso pubblico dopo il 7 ottobre. Alla presenza dell’Inviato Speciale del Segretario Generale per lo Yemen, il Comitato si è soffermato sulla de-escalation militare in Yemen. La tregua nazionale del 2022 (tecnicamente terminata ma ancora osservata dagli attori coinvolti), che aprì la strada ai colloqui prima indiretti e poi diretti fra sauditi e Houthi, non si è mai trasformata in un cessate il fuoco, anche se le parti si sono impegnate a definire una “roadmap” per la fine del conflitto.
Durante l’incontro fra sauditi e Houthi le istituzioni riconosciute yemenite, ovvero il governo rilocato ad Aden e il Consiglio della Leadership Presidenziale (PLC), non erano presenti al tavolo. Da un lato, ciò ripropone l’esclusività di un formato bilaterale che alimenta il malcontento delle regioni del sud del paese con aspirazioni separatiste, regioni in cui l’Arabia Saudita esercita ora forte influenza (anche militare, mediante il Comitato militare supremo incaricato di riorganizzare unità militari e milizie) dopo gli scontri del dicembre 2025 con i secessionisti filo-emiratini del Consiglio di Transizione del Sud (STC). Dall’altro, questa soluzione consente di far proseguire almeno la distensione tra Sanaa e Riyadh, focalizzando il dialogo sulla sicurezza del confine saudita-yemenita invece che sulla pacificazione dell’intero Yemen.
Mentre la crisi blocca il Golfo, né i sauditi né gli Houthi hanno infatti interesse a interrompere il processo negoziale iniziato con la tregua e congelato dal 7 ottobre e dalla successiva guerra di Israele a Gaza, fino a ora. Ed entrambi fanno leva sulle reciproche necessità per ottenere il massimo dalla trattativa.
Per l’Arabia Saudita, il Mar Rosso è diventato l’alternativa alla chiusura di Hormuz: per geografia, tutti i porti sauditi si trovano a ovest dello Stretto, dunque prima del choke-point. Pertanto, Riyadh sta ora convogliando il greggio da esportare sul terminal di Yanbu, punto di sbocco e di export della East West Pipeline, che ora esporta circa 4 milioni di barili al giorno. Greggio che risale via Suez verso il Mediterraneo ma, soprattutto, prosegue per lo Stretto del Bab el-Mandeb destinazione Asia. La costa occidentale è divenuta ancora più centrale anche per i traffici commerciali sauditi, con epicentro il porto di Jedda, che registrava il 64% delle navi in ingresso nel paese già prima della guerra e che ha poi raggiunto il 76% dopo un mese di conflitto.
Inoltre, l’Arabia Saudita sta lavorando al rebranding di NEOM, per trasformare il porto della città in costruzione in un hub infrastrutturale in grado di collegare Europa e Golfo. Il progetto di un corridoio multimodale Europa-Egitto-NEOM-monarchie del Golfo è stato da poco annunciato, con l’obiettivo di aprire un’altra rotta alternativa a Hormuz. Un corridoio che, in teoria, potrebbe aggirare anche un eventuale instabilità/blocco del Bab el-Mandeb ma che avrebbe solo da guadagnare da un Mar Rosso navigabile, catalizzando ulteriori volumi commerciali in uscita da Hormuz.
Anche gli Houthi, però, non hanno interesse a rovesciare il tavolo negoziale con Riyadh. Pur esprimendo solidarietà all’Iran con discorsi e manifestazioni, il movimento armato yemenita ha scelto di intraprendere finora un’escalation controllata nel quadro della guerra di Stati Uniti e Israele a Teheran. Marcando così la propria appartenenza all’asse della resistenza e, al contempo, la propria autonomia decisionale dalla Repubblica Islamica. Dopo un mese di conflitto, gli Houthi hanno infatti ripreso a lanciare missili e droni verso Israele, fermandosi quando gli Stati Uniti hanno annunciato il cessate il fuoco temporaneo con Teheran.
Così facendo, gli Houthi si sono allineati all’alleato Iran -che peraltro è in grado di colpire direttamente la costa saudita del Mar Rosso come fatto il 19 marzo (Yanbu) e il 9 aprile (East West Pipeline)- minacciando di alzare ulteriormente i costi regionali e globali della guerra.
Tuttavia, il gruppo yemenita ha scelto, per sé, l’opzione politicamente meno rischiosa: gli Houthi hanno colpito l’unico attore con il quale non abbiano accordi di tregua o di cessate il fuoco in vigore come invece con Arabia Saudita e Stati Uniti, rispettivamente. Una mossa che permette al movimento armato sciita zaidita del nord di aumentare la pressione politica sui sauditi senza, tuttavia, invitarne la reazione diretta.
Durante la guerra fra Washington e Teheran, i vertici politici e militari degli Houthi, a cominciare dal leader Abdelmalek Al Houthi, hanno più volte accusato Riyadh per la fallimentare situazione economica nel nord ovest dello Yemen, sotto il loro governo non riconosciuto dal 2015, compresi i mancati pagamenti ai dipendenti pubblici. Tra politica e propaganda, gli Houthi hanno così reiterato la richiesta di compensazioni all’Arabia Saudita per l’embargo posto sul nord ovest del paese (allentato con la tregua del 2022), provando a capitalizzare economicamente l’accresciuta indispensabilità della rotta del Mar Rosso di fronte al blocco di Hormuz.
Tra sauditi e Houthi, è quindi in atto un delicato gioco di equilibri politici in cui lo Yemen diventa il terreno negoziale di una partita più ampia che guarda, in realtà, al Mar Rosso e al Bab el-Mandeb. Un equilibrismo tra nemici obbligati a coesistere, almeno fino a quando non vi saranno (se vi saranno) radicali sconvolgimenti nel quadrante mediorientale. Di certo, l’operazione statunitense “Project Freedom” per riaprire la navigazione nello Stretto di Hormuz senza il consenso iraniano rende ancora più difficile per gli Houthi astenersi dagli attacchi alla navigazione commerciale, specie se “Project Freedom” dovesse poi combinarsi a una ripresa delle ostilità, magari con operazioni americane mirate alle isole militarizzate iraniane lungo lo Stretto. Più volte, il movimento armato yemenita ha equiparato il destino di Hormuz a quello del Bab el-Mandeb, concetto sintetizzato dall’espressione “unità delle arene”, spesso utilizzato dall’asse della resistenza.
Al momento, tuttavia, calcoli interni di convenienza politico-economica sembrano prevalere rispetto a mosse di rottura, tanto a Sanaa quanto a Riyadh.