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Restituire il passato

L'articolo di Pietro del Re

L’ostacolo giuridico maggiore risiedeva in quella parola,"inalienabilità", secondo cui i musei francesi non potevano in alcun modo separarsi dalle loro collezioni, neanche quelle di oggetti trafugati nel corso dei secoli nelle ex colonie. Un drastico impedimento che è stato finalmente superato il 7 maggio scorso, quando le due camere del Parlamento di Parigi hanno votato all’unanimità un provvedimento legislativo inimmaginabile fino a pochi anni fa. Basti pensare che negli ultimi decenni ai paesi africani erano stati riconsegnati meno di una trentina di oggetti tra Senegal, Costa d’Avorio e Benin, sempre dopo estenuanti peripezie burocratiche. Nulla, rispetto agli oltre 150 mila manufatti provenienti dall’Africa subsahariana, conservati in gran parte al museo parigino del Quai Branly.

Con la nuova legge la Francia legittima il principio di restituzione, sia pure senza alcun riferimento al saccheggio sistematico del suo passato coloniale. È vero, le possibili riconsegne riguardano soltanto il periodo compreso tra il 1815 e il 1972, il che esclude le ricchissime razzie napoleoniche in numerosi paesi. A richiederle, inoltre, non può essere un gruppo etnico, ma solo uno Stato, con una procedura che va affrontata per ogni singolo oggetto. Ma questo testo, innovativo quanto doveroso, sancisce una volta per tutte che un’opera d’arte entrata in Francia illegalmente, e quindi o rubata o saccheggiata, dovrà essere restituita al suo proprietario, senza che nessuna istituzione pubblica o privata, compreso il Parlamento, possa porre il proprio veto.

La legge è arrivata al termine di un lungo e tortuoso cammino ed è stata possibile grazie a un profondo cambiamento di mentalità, sia tra i rappresentanti politici di ogni schieramento sia tra i direttori dei musei, non solo d’Oltralpe ma di tutta Europa. Molte altre ex potenze coloniali si stanno muovendo infatti nella stessa direzione, anche perché il furto del novanta per cento dei manufatti africani di pregio, operato soprattutto da Belgio e Francia, ha privato il continente della sua memoria e di gran parte della sua identità. Grazie alla consapevolezza, finalmente acquisita, della necessità di risarcire quel saccheggio, si è accelerata la ricerca sulla provenienza delle opere d'arte, alcuni musei africani sono stati restaurati per accoglierle e sono stati firmati accordi affinché le restituzioni possano avvenire più in fretta possibile.

Curiosamente, il record di chi ha riconsegnato il più gran numero di beni culturali appartiene a una nazione che non figurava tra le grandi potenze coloniali africane: i Paesi Bassi, che nel giugno 2025 hanno restituito 119 oggetti alla Nigeria, appartenenti a una collezione di bronzi saccheggiati nel 1897, durante una spedizione punitiva britannica contro il re del Benin. L’Aia ha anche restituito centinaia di oggetti all'Indonesia, dove per secoli la Compagnia olandese delle Indie Orientali ha governato con ferocia e avidità. La Germania ha recentemente restituito parte della stessa collezione di bronzi alla Nigeria, che a sua volta li ha consegnati alla famiglia a cui erano stati originariamente rubati. Berlino ha inoltre restituito 23 oggetti alla Namibia e ha firmato trattati per future restituzioni con la Tanzania e il Ghana. Tutto ciò è avvenuto grazie agli accordi quadro adottati nel 2019 per la gestione delle collezioni provenienti da contesti coloniali.

Nel 2022, il Belgio ha promulgato una legge che “riconosce la natura alienabile dei beni legati al passato coloniale dello Stato belga” stabilendo un quadro giuridico per la loro restituzione. Sebbene si sia così aperta la strada ad accordi bilaterali con le ex colonie di Bruxelles, e cioè con la Repubblica Democratica del Congo, il Ruanda e il Burundi, non è stata ancora effettuata alcuna restituzione, fatta eccezione per quella altamente simbolica di un dente di Patrice Lumumba, figura di spicco del movimento indipendentista congolese, assassinato nel 1961 con la complicità dei belgi e probabilmente su loro istigazione. In altre parole, se la legge del 2022 ha certamente segnato un passo avanti, appare chiaro che il Belgio sia ancora contrario, almeno in parte, a riconoscere la verità sul proprio passato coloniale.

La questione delle restituzioni delle opere trafugate è stata affrontata anche in Svizzera, sebbene Berna non abbia mai colonizzato nessun territorio. All’inizio di quest’anno è stata infatti istituita una commissione che si occupa di beni saccheggiati durante il nazismo e di manufatti provenienti da contesti coloniali. Per quanto riguarda l’Italia, nel 2021 il Ministero dei Beni Culturali ha istituito un gruppo di lavoro sulle collezioni coloniali, anche per onorare il trattato del 1956 con cui pagammo il debito di guerra all’Etiopia, che includeva un elenco di oggetti e monumenti rivendicati da Addis Abeba. Parecchi furono riconsegnati nel 2005, primo tra tutti l'obelisco di Axum, stele di 150 tonnellate risalente al IV secolo d.C. Nel 2024, Roma ha deciso di restituire anche “Tsehay”, il primo aereo etiope, intitolato a un’omonima principessa locale. Costruito nel 1935, l’aereo era stato confiscato dall’esercito italiano durante l’occupazione fascista e conservato per decenni nel capannone di un museo storico dell’aeronautica militare sul lago di Bracciano.

La situazione appare più complessa nel Regno Unito, dove un sondaggio del 2021 ha però rivelato che più della metà dei britannici è favorevole alla restituzione alla Grecia dei marmi del Partenone, incamerati dal conte Thomas Bruce di Elgin all’inizio dell’Ottocento e da allora custoditi al British Museum di Londra. Ma i grandi musei nazionali inglesi, come il British, non temono “alienazioni”, poiché le loro collezioni sono protette da una legge del 1963. Diverso è il discorso per altri musei non soggetti a questa legge, dove è conservata buona parte degli oggetti rubati nelle ex colonie. A loro è stata richiesta la restituzione di diversi manufatti: alcuni sono già stati rispediti nei paesi d’origine, altri lo saranno presto.

Nel discorso tenuto nel 2017 a Ouagadougou, in Burkina Faso, il presidente francese Macron aveva infranto un tabù, sostenendo che entro cinque anni si dovevano “creare le condizioni per la restituzione del patrimonio africano all’Africa”. La legge appena votata dal Parlamento sembra assecondare quella volontà, tanto più che la restituzione non è subordinata alla presenza in Africa di musei che soddisfino gli standard internazionali. Un ladro non può decidere sul destino dei beni che ha rubato; perciò, lo Stato che è ridivenuto proprietario di un manufatto può farne ciò che vuole, conservandolo dove meglio crede. Può venderlo, perfino regalarlo.

Alcuni temono che i musei di mezza Europa finiranno presto per svuotarsi, ma considerando che sono ancora centinaia di migliaia i pezzi provenienti dalle ex colonie, è facile prevedere che questo non avverrà, anche se l’accelerazione del processo di restituzione di opere d’arte a paesi africani e asiatici sembra ormai irreversibile. Molti musei perderanno oggetti di grande valore, ma le grandi collezioni esposte al Louvre o al British Museum non saranno toccate. Semmai lo saranno soltanto su Relooted, il videogioco sviluppato all’inizio di quest’anno dallo studio sudafricano Nyamakop, dove in ambientazioni futuristiche i giocatori devono recuperare manufatti culturali dai musei occidentali per restituirli al Museo delle Civiltà Nere di Dakar.

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