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Scenari politici nella Serbia di Vučić tra elezioni, rapporti con l’UE e tendenze verso i BRICS

Il percorso di adesione della Serbia di Vučić all’Unione europea rischia di rimanere una annosa illusione. L’ombra delle elezioni parlamentari nell’ottobre del 2026 e le presidenziali anticipate per gli inizi del 2027: le possibilità di nuovi scenari

Sembra tuttora in salita la via di Belgrado verso Bruxelles. L’adesione della Serbia all’Unione europea ha difatti cozzato contro un nuovo ostacolo: il governo serbo non è infatti riuscito a ottenere un nuovo round di negoziati lungo quella roadmap che dovrebbe portare la nazione balcanica a divenire il ventottesimo Stato membro dell’Ue. Il motivo di tale stallo sarebbe da imputare alle criticità riguardanti l’ordinamento giudiziario e più in generale le condizioni di democraticità dello Stato balcanico. A risultare in sospeso è stato il Cluster 3, riguardante competitività e crescita inclusiva. In particolare, la politica estera serba risulta disarmonica rispetto ai parametri UE, in virtù del fatto che Belgrado sembrerebbe intendere il dialogo con Bruxelles come una delle possibili opzioni in un valzer geopolitico tutto balcanico che, in un coacervo di stimoli in contrapposizione tra loro, guarda ora alla Federazione Russa, ora alla Repubblica Popolare Cinese, talvolta agli Stati Uniti.

Tecnicamente, secondo l’Ue, la Serbia, almeno dal 2021, sembra soddisfare i parametri necessari al proseguimento del percorso di integrazione. Tuttavia, nella sostanza, permangono tensioni di fondo che ostacolano un percorso rettilineo. Prova di ciò è il rifiuto opposto da otto Paesi UE all’adesione: Belgio, Bulgaria, Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Svezia. In questo stallo si può intravedere un dibattito tutto interno all’ambito comunitario. L’intransigenza di alcuni Stati membri si scontra infatti con la posizione della Commissione UE, secondo cui l’apertura di un nuovo cluster negoziale potrebbe rappresentare uno strumento di pressione sul governo serbo, favorendo politiche correttive e dimostrando ai ministeri serbi che, nel medesimo tempo, le riforme producono risultati. Diversamente, ogni rifiuto a nuovi negoziati che impedisce il raggiungimento dell’unanimità in seno all’UE, rischia di alimentare la narrativa politica del presidente serbo Vučić, secondo cui, Bruxelles, non avrebbe in realtà una seria intenzione di ammettere la Serbia. D’altro canto, per quanto riguarda il processo di riforme in generale - in particolare la riforma giudiziaria introdotta da Belgrado nel 2026 - vengono lette da alcuni Stati membri come misure adottate obtorto collo, solo dopo reiterate pressioni europee. Questo aspetto tende a rafforzare in diverse capitali europee l’idea secondo cui le riforme serbe siano unicamente la conseguenza di input esterni piuttosto che un autentico impegno politico interno portato avanti dal governo serbo. Il rischio, e lo scenario, si profila dunque simile allo stallo che ha interessato negli anni la Turchia nel suo dialogo politico con Bruxelles. Le date sembrano del resto confermarlo. La Serbia aveva presentato la sua domanda di adesione nell’oramai lontano 2009, candidandosi formalmente nel 2012, aprendo i relativi negoziati due anni dopo.

La questione della politica estera serba sul cammino d’integrazione europea

In questo senso, la politica estera di Belgrado appare come uno se non il principale ostacolo. Vučić, come noto, da quando è esploso il conflitto in Ucraina si è infatti opposto alle sanzioni UE contro Mosca - tradizionalmente considerata un alleato di Belgrado - facendo così venire meno un prerequisito essenziale per l’adesione ossia l’allineamento alle linee di politica estera comunitaria in difesa di Kiev, e questo benché la Commissione abbia comunicato che la conformità della Serbia alla Politica Estera e di Sicurezza Comune dell'UE era salita al 63% nell’ottobre 2025. Da qui la volontà serba di procacciarsi migliori offerte sulla scena internazionale, svincolandosi gradualmente dalle condizioni poste da Bruxelles. È il caso, ad esempio, di Pechino, che può garantire investimenti infrastrutturali e sostegno politico senza esigere le condizioni di governance previste dall'adesione all'UE. Per quanto concerne Mosca invece, potrebbe offrire supporto diplomatico su dossier riguardanti il Kosovo, la questione bosniaca e la sicurezza regionale. Una volontà di diversificazione, quella serba, che comprende altresì intese militari con Israele - come l’alleanza sulla produzione di droni insieme alla azienda israeliana Elbit - o ancor più rilevante, la collaborazione con Pechino che ha portato Belgrado ad armare i propri caccia F-16 con missili ipersonici cinesi, fatto che ha messo in allarme i confinanti Stati membri dell’Alleanza[1]. Ma il tentativo serbo di ricercare un’autonomia strategica ha un prezzo. E questo si registra nella costatazione che nessuna opzione alternativa (sia essa russa, cinese o statunitense) può sostituire l'accesso al mercato unico europeo o paragonarsi ai volumi del commercio, degli investimenti e dell'assistenza finanziaria dell'UE. L’indipendentismo multilaterale geo-economico di Belgrado deve così fare i conti con il dato prettamente geografico: se Mosca è lontana, Pechino e Washington lo sono ancora di più.

Le criticità interne e le elezioni all’orizzonte

La situazione è ancor più complessa ove si consideri che a queste disarmonie registrabili nell’ambito esterno se ne accompagnano alcune anche in quello domestico. Persistente crisi politica, scontento sociale giovanile, instabilità e divisione tra i partiti politici sono solo alcune di queste disarmonie interne. La Serbia si sta infatti avviando verso elezioni presidenziali anticipate sul finire del 2026 o inizi del 2027. A fine giugno, il presidente serbo aveva infatti dichiarato l’intenzione di lasciare l'incarico dichiarandosi però disposto a candidarsi per la carica di Primo Ministro, ipotizzando una sorta di turn over con l'attuale premier Đuro Macut. Oltre a ciò, esiste anche il nodo delle elezioni parlamentari, previste per ottobre. Questa accelerazione verso il voto segue oltre un anno di forti proteste di massa e mobilitazioni della società civile e dei movimenti studenteschi, nate originariamente dopo il tragico crollo della stazione di Novi Sad a fine 2024. Taluni sondaggi recenti, mostrerebbero un forte avanzamento dei movimenti di protesta (con la Lista Studenti data in netto vantaggio nei sondaggi rispetto al partito di governo, vantaggio che l’esecutivo nega o minimizza).

Se questi dati fossero confermati dalle urne la musica che sino ad oggi ha alimentato il valzer balcanico di Vučić potrebbe interrompersi o, cambiare di spartito.

Riassumiamo ora singolarmente ciascuna delle questioni più di rilievo sul piano diplomatico e di politica internazionale sin qui descritte:

  • Nonostante i progressi registrati permane uno stallo lungo la roadmap per l’adesione di Belgrado all’UE
  • Contemporaneamente ciò produce uno scontro all’interno della stessa UE: da un lato la Commissione, che vuole sostenere gli sforzi serbi, dall’altro i singoli Paesi che leggono le riforme di Belgrado come frutto di un’imposizione e non di autentico cambiamento
  • Questo cortocircuito tutto interno all’ambito comunitario impedisce il raggiungimento dell’unanimità richiesto dalle regole UE, bloccando ulteriormente il processo di adesione di Belgrado, e bloccando quindi, conseguentemente, la fondamentale proiezione a oriente dell’Unione Europa
  • A sua volta questa situazione alimenta la narrativa del presidente serbo Vučić secondo cui Bruxelles non sarebbe davvero intenzionata ad accogliere Belgrado
  • Da ciò conseguono due linee d’azione dell’establishment serbo: uno esterno, con il perseguimento di una forma di autonomia strategica che strizza l’occhio ad attori statuali extra-UE; uno interno, rappresentato da una narrativa a tratti polemica con Bruxelles che si lega, nei fatti, ad allineamenti filo BRICS
  • Le elezioni all’orizzonte costituiranno verosimilmente un passaggio politico nel quale i nodi di tutte queste issues verranno plausibilmente al pettine


[1] S. Giantin, La Serbia arma i propri caccia con missili supersonici cinesi, Il Nord Est, https://www.ilnordest.it/oltre...

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