Sud-Est Asiatico
Di seguito l’approfondimento di Manfredi Martalò e Alessandro Riccioni, pubblicato nel nostro Report Annuale 2026
Il 2025 ha confermato il Sud-est asiatico come un contesto geopolitico di estrema complessità, caratterizzato dalla simultanea presenza di opportunità economiche rilevanti e di rischi securitari persistenti. La regione, comprendente gli undici paesi membri dell’ASEAN, Associazione delle Nazione del Sud-Est asiatico, — Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Singapore, Thailandia, Vietnam e Timor Est — rappresenta un crocevia strategico globale, con una popolazione complessiva di circa 678 milioni di abitanti e un prodotto interno lordo aggregato di 3,9 trilioni di dollari. La posizione geografica privilegiata, che collega Oceano Indiano e Pacifico, unita alla ricchezza di risorse naturali critiche — la regione possiede, infatti, circa il 46% delle riserve mondiali di nickel, 22% di bauxite, il 20% di terre rare ed il 6.9% di cobalto con un mercato minerario che entro il 2040 dovrebbe toccare 110 miliardi di dollari[1] — rende il Sud-est asiatico un nodo centrale per il commercio internazionale, le catene di approvvigionamento e la transizione energetica globale.
Tuttavia, il quadro politico e di sicurezza resta fragile e complesso. Nel corso del 2025 sono emersi focolai di tensione in più aree: la guerra civile in Myanmar, il conflitto tra Thailandia e Cambogia e le rivendicazioni della Repubblica Popolare Cinese sul Mar Cinese Meridionale hanno alimentato attriti con diversi paesi dell’ASEAN, mettendo in luce l’asimmetria di potere nella regione e la difficoltà di un coordinamento efficace all’interno dell’organizzazione multilaterale. In questo contesto, l’ASEAN ha mantenuto un ruolo centrale quale piattaforma di dialogo e mediazione, sebbene con limitata capacità vincolante sulle decisioni regionali.
Parallelamente, la dimensione economica e infrastrutturale ha continuato a rappresentare un elemento strategico fondamentale. La Cina ha consolidato la propria influenza attraverso la Belt & Road Initiative e investimenti mirati in porti, ferrovie e parchi industriali, rafforzando la dipendenza economica e la proiezione geopolitica nella regione. L’Unione Europea, pur operando su un modello differente, ha sviluppato strumenti di soft power, standard tecnologici elevati e iniziative di sostenibilità come il Global Gateway, proponendosi come attore alternativo e complementare nella competizione strategica regionale. Contestualmente, gli Stati Uniti hanno continuato a influenzare le supply chain regionali attraverso politiche di reshoring e programmi di sicurezza industriale, mentre le dinamiche di friendshoring e diversificazione dei flussi produttivi hanno reso la regione un terreno cruciale per la competizione tra grandi potenze e per la resilienza economica globale.
In sintesi, il 2025 ha confermato il Sud-est asiatico come una regione al contempo ad alto rischio e ad alto potenziale, in cui conflitti storici, pressioni geopolitiche esterne e opportunità economiche si intrecciano in modo strutturalmente complesso, richiedendo strategie multilivello di cooperazione, mitigazione dei rischi e gestione delle interdipendenze globali.
Le dispute territoriali intorno al Mar Cinese Meridionale
Tra le principali incognite per il sud-est asiatico vi è la questione del Mar Cinese Meridionale che anche nel 2025 ha confermato la propria centralità nel dibattito regionale. Sull’area gravano, infatti, diverse rivendicazioni territoriali e marittime, che hanno portato la Repubblica Popolare cinese (RPC) ad adottare un atteggiamento sempre più assertivo verso i paesi della regione. Seguendo la dottrina che prende il nome di Linea dei Nove Tratti o Nine-Dash-Line (diventati dieci nel 2023 in modo da includere Taiwan e le isole Spratly), Pechino ha proclamato la propria sovranità sul 90% del South China Sea (o Mar Cinese Meridionale). Contrariamente a quanto stabilito dalla Convenzione di Montego Bay sul diritto del Mare (ratificata dalla RPC nel 1996), tale dottrina adotta metodi di calcolo delle zone marittime ampiamente estensivi, tramite, ad esempio, l’utilizzo di linee di base rette, l’inclusione di zone sommerse o la rivendicazione di presunti “diritti storici”. La formulazione cinese renderebbe l’area sottoposta alla sua sovranità ben più ampia delle 12 miglia nautiche di Mare Territoriale, le 24 di Zona Contigua e le 200 della Zona Economica Esclusiva previste dalle norme del diritto del mare, andando ad includere aree di competenza di Taiwan, Vietnam, Malesia, Brunei e Filippine. Nonostante il Tribunale Permanente di Arbitrato abbia sancito, nel 2016, l’illegalità di tali pretese – in particolare quelle ai danni di Manila –, Pechino ha rigettato in toto la sentenza emessa dall’organo giurisdizionale internazionale. Dopo aver riformulato le proprie rivendicazioni marittime, pur senza modificarne la sostanziale illegittimità, la RPC ha quindi intensificato le proprie attività nell’area, quali la costruzione di isole artificiali, la creazione di avamposti militari e l’utilizzo di pratiche intimidatorie contro le imbarcazioni e gli aerei passanti per i territori contesi, che comprendono l’uso di cannoni ad acqua da parte della Guardia Costiera contro le navi mercantili e i pescherecci, manovre pericolose, esercitazioni militari, sconfinamenti aerei, e attività di ricognizione e spionaggio. Di fronte a tale comportamento e preoccupati anche dal crescente potere militare della Repubblica Popolare, i player del South China Sea (Mar Cinese Meridionale) negli ultimi anni si sono avvicinati – politicamente e sotto il profilo securitario – a Washington, pur rimanendo legati da una profondissima relazione di interdipendenza economica con Pechino. Tra i paesi in questione si rilevano, comunque, numerose differenze di approccio, emerse anche durante il 2025.
Le Filippine sono senza dubbio il paese più esposto alle minacce di ordine securitario, in particolare per quanto riguarda l’aperta contesa con la RPC per l’arcipelago delle Spratly e, in particolare, per gli atolli Second Thomas, Scarborough, Sabina e il Mischief Reef. Durante l’anno si è registrato un numero crescente di episodi di tensione e incidenti, spesso successivi al crescere delle tensioni politico-diplomatiche tra i due paesi o esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti. Dall’elezione del presidente Ferdinand Marcos Jr nel 2022, le relazioni bilaterali con Washington si sono rafforzate notevolmente, soprattutto in ambito securitario. Infatti, oltre ad essere stato ampliato il trattato di mutua difesa esistente dal 1951 con ulteriori ambiti di cooperazione militare e l’estensione del numero di basi utilizzabili dagli USA da 5 a 9, vi sono state numerose esercitazioni militari congiunte. Significativo citare in tal senso la Balikatan 25 (tra le più grandi per numeri, che ha visto nell’edizione 2025 la simulazione, per la prima volta, di scenari realistici di guerra ad alta intensità), la Salaknib 25, nonché la seconda edizione dell’esercitazione aerea Cope Thunder.
Il Vietnam, al contrario, ha portato avanti una politica di binary manoeuvre. Da un lato, pur restando ancorata al principio dei “quattro no” (assenza di alleanze militari, nessuna base straniera sul territorio nazionale, nessun accordo volto a contrastare un paese terzo, nessun ricorso alla forza), e coerentemente con i canoni della cosiddetta bamboo diplomacy, Hanoi ha consolidato i rapporti con Pechino. Nonostante rimangano aperte le dispute sia sulle isole Spratly sia sulle Paracelso – dove il Vietnam ha avviato negli anni un forte processo di espansione –, i due paesi sono alleati. Ne sono indicazione la partecipazione vietnamita alle celebrazioni organizzate a Pechino nel settembre 2025 per l’ottantesimo anniversario della vittoria della Seconda Guerra Mondiale, la presenza – su invito cinese – al successivo Shanghai Cooperation Organisation Summit 2025, nonché l’ottenimento da parte di Hanoi dello status di partner nation presso il blocco BRICS. Dall’altro, Hanoi ha proseguito nel processo di riavvicinamento a Washington. Infatti, dal 2023 il rapporto bilaterale è stato elevato al rango di partenariato strategico, e nel 2025 sono stati celebrati i trent’anni di relazioni. Nonostante la politica dei dazi statunitense, nell’ottobre 2025 i due paesi hanno raggiunto un primo accordo sull’Agreement on Reciprocal, Fair, and Balanced Trade, avviando negoziati finalizzati alla riduzione dei dazi (fissati al 20%) e all’incremento degli investimenti statunitensi nel paese[2].
In modo analogo, l’Indonesia appare più interessata ad emergere come attore in ascesa del Global South, che non a schierarsi con una delle due superpotenze. Giacarta sembra infatti intenzionata a proseguire secondo la sua storica politica di bilanciamento, che prende il nome di “Active and Free Foreign Policy”. Nonostante le incursioni di Pechino nelle acque intorno alle isole Natuna, l’Indonesia mantiene relazioni solide con la RPC, anche in ragione della tutela dei legami economici. Nel 2025, infatti, la Cina si è confermata primo partner commerciale dell’Indonesia e secondo investitore nel paese (dopo Singapore), con un focus su minerali critici ed energie rinnovabili. In questo quadro si colloca il primo forum 2+2 ospitato a Pechino, nell’aprile 2025, con la partecipazione dei ministri degli Esteri e della Difesa di entrambi i paesi. Al contempo, Giacarta intrattiene rapporti con Washington, elevati nel 2023 a Comprehensive Strategic Partnership, con iniziative anche in ambito securitario. Tra agosto e settembre 2025 si è svolta l’esercitazione congiunta Super Garuda Shield 2025 caratterizzata, quest’anno, da maggiore complessità e dalla più ampia partecipazione dei partner like-minded della regione[3].
Per quanto concerne gli altri paesi dell’area, il 2025 ha sostanzialmente confermato la collocazione politica dei diversi attori. La Thailandia e Singapore rappresentano i due principali partner di Washington. Come Manila, anche Bangkok è un major-non NATO Ally dal 2003 e firmatario di un trattato di alleanza sin dagli anni 60’, esteso e rinnovato nel 2022. In modo analogo, Singapore ha in vigore con Washington diversi accordi che prevedono l’utilizzo di alcune facilities della città-stato da parte delle Forze Armate americane, periodiche esercitazioni congiunte, cooperazione sul versante tecnologico-industriale e un cospicuo volume di vendite di armamenti, comprendenti anche il caccia multiruolo stealth F-35. Tutto ciò non ha comunque impedito a Thailandia e Singapore di intrattenere stabili relazioni con Pechino, con la quale vengono regolarmente condotte esercitazioni militari. Un discorso simile riguarda la Malesia e il Brunei. Entrambi i paesi sono, infatti, parte della contesa per le isole Spratly e vantano diversi accordi di cooperazione con gli Stati Uniti, con cui regolarmente organizzano esercitazioni militari. Al tempo stesso persistono solidi legami con Pechino, soprattutto di natura economica. Pur avendo avviato un dialogo con gli USA negli ultimi anni, il Laos e la Cambogia sono, invece, molto più vicini alle posizioni della RPC. Con Phnom Penh, in particolare, vi sarebbe anche un accordo per l’utilizzo della base navale di Ream da parte della marina militare di Pechino.
Lo scontro tra Thailandia e Cambogia
Nel 2025 è riemerso con forza lo storico contenzioso tra Thailandia e Cambogia, legato alla complessa eredità della delimitazione dei confini in epoca coloniale e alle dispute territoriali successive alla spartizione dell’area tra Indocina francese (comprendente oggi Cambogia, Vietnam e Laos) e Siam (odierna Thailandia). Riattivatosi ciclicamente nel tempo (con fasi acute tra il 2008 e il 2011), il dossier resta irrisolto e continua a costituire un potenziale fattore di destabilizzazione per la sicurezza del Sud-Est asiatico. Nello specifico, la crisi del 2025 è stata innescata da un primo scontro armato verificatosi il 28 maggio nella zona del “Triangolo di Smeraldo”, al confine tra Cambogia, Laos e Thailandia. L’incidente, che ha causato la morte di un soldato cambogiano, ha portato le due capitali ad accusarsi reciprocamente della responsabilità dell’episodio e, a partire da quel momento, a rafforzare la presenza militare nelle aree più sensibili del confine. A giugno 2025, si è assistito a una rapida escalation diplomatica. Phnom Penh ha annunciato misure economico-finanziarie restrittive nei confronti della Thailandia (tra cui il blocco delle importazioni di carburante e gas). Parallelamente, Bangkok ha irrigidito la gestione dei transiti e delle procedure alle frontiere, alimentando un clima di crescente sfiducia reciproca. Il clima si è fatto ancora più teso a fine giugno con l’emergere del cosiddetto “caso Paetongtarn”. Una telefonata registrata il 15 giugno tra la prima ministra thailandese Paetongtarn Shinawatra e l’ex premier cambogiano Hun Sen, resa pubblica da Phnom Penh, ha mostrato la leader thailandese in un atteggiamento di critica verso l’esercito del proprio paese. Le forze nazionaliste e i vertici militari thailandesi hanno interpretato la conversazione come un atto di debolezza e slealtà aprendo così una profonda e delicata crisi politica a Bangkok[4].
La situazione è degenerata in scontri ad alta intensità tra il 23 e il 28 luglio 2025, lungo il confine conteso tra la provincia thailandese di Surin e la provincia cambogiana di Oddar Meanchey. Almeno quattro province thailandesi sono state raggiunte da razzi cambogiani, spingendo Bangkok a dichiarare lo stato di emergenza locale. In risposta, l’aviazione thailandese ha condotto raid su obiettivi militari cambogiani. Il 28 luglio, grazie alla mediazione della Malesia (presidente di turno dell’ASEAN) i leader dei due paesi belligeranti hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco, entrato in vigore dalla mezzanotte dello stesso giorno[5]. Sono stati poi creati meccanismi dedicati di monitoraggio della tregua, tra cui il Comitato generale per le frontiere (Gbc). Il 26 ottobre 2025, si è giunti alla firma di una dichiarazione congiunta, facilitata da Malesia e Stati Uniti, tra il primo ministro cambogiano, Hun Manet, e quello thailandese, Anutin Charnvirakul, con cui le parti si sono impegnate a portare avanti misure di distensione delle tensioni, a risolvere le controversie e soprattutto la questione relativa alla demarcazione dei confini attraverso i meccanismi bilaterali preposti, oltre a cooperare nella repressione dei crimini transnazionali[6]. Nel mese di dicembre 2025 si è assistito, però, ad una ripresa degli scontri seguiti, il 27 dicembre, da un nuovo cessate il fuoco[7]. Tuttavia, rimangono irrisolte le principali questioni di scontro per un conflitto che, nella sola ultima fase (da luglio 2025) ha provocato oltre un centinaio di morti e più di 500,000 sfollati[8].
La perdurante guerra civile in Myanmar
Nel 2025 la stabilità del Sud-Est asiatico ha continuato a essere compromessa dalla guerra civile in Myanmar, in corso dal 2021 e ancora priva di una traiettoria credibile di pacificazione. Il quadro umanitario e dei diritti umani è rimasto estremamente grave. Secondo il Rapporto Speciale ONU di ottobre 2025, il conflitto ha prodotto circa 3,6 milioni di sfollati, 18,6 milioni di persone bisognose di assistenza (di cui 13,3 milioni in condizioni di emergenza), oltre 5.800 civili uccisi, circa 100.000 strutture civili distrutte e oltre 21.000 prigionieri politici, a fronte di ripetute e sistematiche violazioni dei diritti umani. A questi dati drammatici si aggiungono gli ingenti danni dal punto di vista economico, con il Pil del paese che, secondo i dati delle Nazioni Uniti, è sceso del 9% dal 2020. Inoltre, la drammaticità di tale quadro è stata aggravata anche dal terremoto (di magnitudo 7.7 della Scala Ritcher) che il 28 marzo 2025 ha colpito il paese provocando oltre 3600 morti, più di 4000 feriti e 400 dispersi, oltre ad ingenti danni infrastrutturali[9]. Sul piano politico-militare, nel 2025 è proseguito lo scontro tra la giunta militare o State Administration Council (SAC), il governo in esilio del National Unity Government (NUG) – supportato militarmente dalle People’s Defense Force (PDF) –, oltre le varie milizie etniche (EAOs), che nella storia del paese si sono scontrate più volte con il governo centrale. Proprio il coinvolgimento di questa varietà eterogenea di attori, che agiscono per l’autonomia delle rispettive regioni sin dall’indipendenza del paese nel 1948, ha continuato a rendere il quadro operativo altamente complesso. Nelle quattordici divisioni amministrative del paese (sette stati e sette regioni) hanno operato più di venticinque gruppi armati che nel tempo hanno assunto posizioni diverse, spesso in contrasto tra di loro a causa delle proprie differenze etnico-religiose. Il Myanmar ospita, infatti, ufficialmente 135 etnie di cui però, ad esempio, non ne fa parte la minoranza islamica Rohingya considerata dall’ONU “the world’s largest stateless population” ed oggetto di persecuzione da parte del governo centrale per il quale il generale Min Aung Hlaing (capo dell’esercito dal 2011) risulta essere sotto mandato di arresto internazionale della Corte Penale Internazionale[10]. Sul terreno le dinamiche sono rimaste volatili. Dopo l’inversione di tendenza avviata a fine 2023 con l’Operazione 1027 e i successivi avanzamenti delle forze anti-giunta (in particolare la coalizione Three Brotherhood Alliance, composta da alcune delle EAOs, con il supporto anche delle PDF) ha mostrato un andamento alterno, con conquiste e controffensive e un controllo territoriale frammentato. Secondo stime di fine 2025, il Tatmadaw avrebbe recuperato parte delle posizioni perse, anche se i gruppi di resistenza manterrebbero una quota significativa del territorio nazionale[11]. Tra dicembre 2025 e gennaio 2026 si sono tenute le prime elezioni generali per la nomina del nuovo Parlamento bicamerale nazionale dal 2021. La tornata elettorale, svoltasi, secondo quanto previsto dalla Costituzione, in tre distinte fasi (28 dicembre 2025, 11 gennaio 2026, 25 gennaio 2026), ha confermato, secondo già quanto ampiamente previsto, la maggioranza agli esponenti della giunta militare al potere. L'Union Solidarity and Development Party (USDP), partito sostenuto dai militari, ha, infatti, ottenuto la stragrande maggioranza dei seggi, contrariamente agli esigui risultati dei principali partiti di opposizione, che, sciolti da tempo, non hanno, di fatto, preso parte ad alcuna reale forma di competizione elettorale. Secondo le stime ufficiali l’USDP ha conquistato 232 seggi sui 263 totali della camera bassa (Pyithu Hluttaw) e 109 sui 157 della camera alta (Amyotha Hluttaw), consolidando la possibilità per il nuovo Parlamento di formare, nei mesi seguenti, un governo espressione della giunta militare che attualmente guida il paese. Vi è inoltre da considerare come, secondo il sistema politico attuale, questi ultimi manterranno comunque il 25% dei seggi rendendo la transizione da potere militare a potere politico ancor meno trasparente. La partecipazione al voto, secondo i dati ufficiali, si è attestata intorno al 55% e ha riguardato esclusivamente le aree controllate dalla giunta (263 su un totale di 330 municipalità), con vaste zone escluse per motivi di sicurezza, rendendo l’effettività dei risultati altamente discutibile[12].
Influenza economica e diplomatica della Cina nel Sud-est asiatico
Dal punto di vista economico, nel 2025 il Sud-est asiatico si conferma come una delle aree più strategiche del globo, con economie emergenti che risultano essere cruciali per il commercio internazionale. La regione rappresenta, infatti, uno snodo chiave tra Oceano Indiano e Pacifico, rendendola centrale per le rotte marittime globali. In questo contesto, la Repubblica Popolare Cinese emerge come attore dominante grazie a investimenti infrastrutturali, iniziative commerciali, accordi multilaterali e strumenti di soft power, consolidando la propria influenza economica e diplomatica. Conseguentemente, gli investimenti cinesi generano interdipendenze economiche e finanziarie, rafforzando la posizione di Pechino nei confronti dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) e modificando progressivamente gli equilibri regionali. In questo quadro, l’Unione Europea mantiene un ruolo rilevante, basato su strategie differenti rispetto a quelle cinesi. Bruxelles privilegia, infatti – attraverso strumenti come il Global Gateway – cooperazione commerciale, diplomazia multilaterale, sostegno allo sviluppo sostenibile e promozione di standard tecnologici, ambientali e sociali elevati.
Crescita regionale, supply chain e friendshoring
Nel 2025 il Sud-Est asiatico continua a rappresentare un hub strategico per la produzione globale e le catene di approvvigionamento, grazie alla combinazione di crescita economica sostenuta, popolazione giovane e urbanizzazione crescente. L’area ospita circa 678 milioni di abitanti e registra tassi di crescita del PIL medi tra il 4% e il 6% per i principali paesi membri dell’ASEAN[13]. Le dinamiche globali di “friendshoring” e diversificazione delle supply chain, spinte da tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, hanno indotto molte imprese a localizzare attività produttive o di assemblaggio nel Sud-Est asiatico, secondo il modello China+1[14], riducendo la dipendenza diretta dalla Repubblica Popolare. Questa trasformazione coinvolge sia settori ad alta intensità tecnologica (componentistica elettronica, semiconduttori, batterie) sia manifattura tradizionale (tessile, automotive). L’integrazione in catene globali resilienti rende l’area un terreno di competizione tra Cina e UE, con il vantaggio competitivo derivante dalla combinazione tra costo del lavoro competitivo, infrastrutture portuali e logistica integrata.
RCEP e architettura commerciale regionale
Il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) è entrato in vigore il 1° gennaio 2022, con l’obiettivo di creare una zona di libero scambio integrata nell’Asia-Pacifico. L’accordo comprende 15 membri: gli undici paesi ASEAN (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia, Vietnam e Timor Est) e cinque partner esterni (Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda). Il RCEP riduce progressivamente dazi e barriere non tariffarie su beni e servizi, armonizza regole sugli investimenti e sulla proprietà intellettuale e facilita la circolazione di lavoratori qualificati e professionisti. Secondo dati WTO (2023), l’RCEP copre circa il 30% del PIL mondiale e il 28% del commercio globale, rendendo l’area un sistema economico integrato. Per la Cina, l’accordo rafforza la posizione commerciale e crea interdipendenze regionali, mentre per l’UE rappresenta un incentivo a sviluppare strategie di investimento alternative e a offrire tecnologie e standard competitivi per mantenere l’influenza nell’area.
Il ruolo cinese: Infrastrutture e investimenti (Belt & Road Initiative)
Nel 2025 la Belt & Road Initiative (BRI) – lanciata dal Presidente Xi Jinping nel 2013 – rappresenta lo strumento principale con cui la Cina continua a consolidare la propria influenza economica e politica nel Sud-est asiatico. Gli obiettivi strategici, declinati per paese, includono:
- Myanmar: consolidare la presenza cinese nel porto strategico di Kyaukphyu e nei corridoi logistici interni, garantendo rotte marittime alternative e accesso a risorse naturali;
- Laos: integrare il paese nella supply chain cinese attraverso la ferrovia Boten–Vientiane e l’interconnessione elettrica 500 kV;
- Cambogia: sviluppare zone industriali e logistiche, come la Sihanoukville Special Economic Zone (SSEZ), per aumentare il commercio marittimo e la dipendenza economica dalla Cina;
- Vietnam: rafforzare cooperazione industriale e collegamenti portuali, integrando il paese nelle catene del valore cinesi;
- Indonesia: consolidare hub industriali come Morowali Industrial Park per materie prime critiche, supportando le industrie high-tech cinesi;
- Thailandia: potenziare i corridoi ferroviari e logistici transnazionali, integrando il paese nei corridoi economici regionali sostenuti dalla Cina.
La Cina – rafforzando la propria proiezione di potenza marittima e consolidando i corridoi terrestri diretti verso il Sud – mira così a creare uno spazio economicamente interconnesso, combinando sviluppo infrastrutturale, leva politica e diplomazia commerciale, con investimenti BRI nel 2025 stimati a circa 12,7 miliardi USD nel Sud-est asiatico.
Tipologie e distribuzione degli investimenti infrastrutturali – dettagli paese per paese
Ai fini della comprensione della portata – economica e infrastrutturale – degli investimenti cinesi, è opportuno analizzare brevemente alcuni dei progetti che la RPC sta sviluppando nella regione. Di seguito:
Myanmar: Kyaukphyu Deep-Sea Port. Avviato nel 2011, il porto è finanziato dalla China Communication Construction Company e supportato da prestiti bilaterali cinesi per circa 1,3 miliardi di USD. Strategicamente posizionato per garantire un accesso diretto all’Oceano Indiano e ridurre la dipendenza dallo Stretto di Malacca, il porto ha una capacità iniziale di 4,9 milioni di TEU all’anno (Twenty-foot Equivalent Unit, ossia unità equivalente a un container da 20 piedi), espandibile fino a 7 milioni. L’iniziativa ha generato circa 15.000 posti di lavoro diretti e contribuisce a rafforzare l’influenza politica cinese e la sua proiezione marittima nella regione.
Laos: Ferrovia Boten–Vientiane (China–Laos Economic Corridor). Avviata nel 2016, la ferrovia è stata finanziata principalmente dalla Exim Bank of China, con contributi dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), per un investimento totale di circa 5,9 miliardi di USD. Il progetto riduce i tempi di trasporto merci del 50%, integra il Laos nella supply chain cinese e facilita le esportazioni di energia e materie prime. L’impatto economico stimato include un incremento di circa +2% del PIL locale e la creazione di circa 20.000 posti di lavoro diretti. Il progetto rafforza inoltre la connessione infrastrutturale del Laos con la Cina, aumentando il ruolo del Paese come corridoio logistico strategico nel Sud-est asiatico e consolidando la presenza economica e politica cinese nella regione.
Cambogia: La Sihanoukville Special Economic Zone (SSEZ), operativa dal 2008, rappresenta uno dei principali progetti cinesi di industrializzazione e commercio in Cambogia. Nel 2025 ospita 217 imprese e genera circa 35.000 posti di lavoro diretti, con investimenti cumulativi cinesi superiori a 10 miliardi di USD, destinati a infrastrutture, impianti industriali e logistica portuale. La SSEZ è strategica per il commercio marittimo e l’industrializzazione orientata all’export, collegando la Cambogia alle principali rotte commerciali e integrandola nella supply chain cinese. Inoltre, funge da leva diplomatica, rafforzando le relazioni bilaterali con la Cina e aumentando l’influenza politica cinese nel Sud-est asiatico. Attualmente, circa un terzo del commercio totale cambogiano è con la Cina, evidenziando il ruolo della SSEZ sia come polo economico sia come elemento della strategia geopolitica cinese nella regione.
Vietnam: Zone industriali e collegamenti portuali. Il Vietnam ha visto investimenti cinesi significativi in zone industriali e infrastrutture portuali, per un totale di circa 3 miliardi di USD, gestiti da banche cinesi e società di costruzione. Particolare attenzione è stata data ai parchi elettronici situati vicino a Ho Chi Minh City e Hanoi, dove le joint venture cinesi hanno integrato produzione e tecnologia. L’impatto economico include un aumento di circa +4% delle esportazioni verso la Cina e la creazione di circa 18.000 posti di lavoro. Strategicamente, questi progetti mirano a consolidare la cooperazione industriale e rafforzare l’influenza commerciale cinese nel paese e nella regione del Sud-est asiatico.
Indonesia: Morowali Industrial Park. Il Morowali Industrial Park, operativo dal 2012, ha raggiunto la piena capacità produttiva nel 2025. Gli investimenti cinesi ammontano a circa 4,5 miliardi di USD, finanziati da Exim Bank of China e da aziende cinesi, con focus sul settore del nichel e dei metalli rari, fondamentali per la produzione di batterie e tecnologie high-tech. Il progetto ha generato circa 40.000 posti di lavoro diretti e indiretti e rafforza la supply chain cinese per i materiali critici destinati all’industria globale, consolidando la presenza economica cinese in Indonesia e nel Sud-est asiatico.
Thailandia: Corridoi ferroviari transnazionali. In Thailandia, i corridoi ferroviari transnazionali verso Laos e Cina, attivi dal 2017 e completati parzialmente nel 2025, rappresentano un investimento strategico di circa 2 miliardi di USD, finanziati da Exim Bank of China in collaborazione con partner locali. Questi corridoi mirano a creare collegamenti terrestri diretti con la Cina, integrando la Thailandia nei principali corridoi economici regionali. L’impatto include la creazione di circa 10.000 posti di lavoro e una maggiore connettività per le esportazioni agroindustriali e manifatturiere, rafforzando il ruolo della Thailandia come nodo logistico strategico nel Sud-est asiatico.
Complessivamente, oltre 150.000 posti di lavoro diretti e indiretti sono generati dai progetti BRI, e il commercio intra-ASEAN con la Cina supera i 230 miliardi USD. La presenza cinese, dunque, continua a ridefinire gli equilibri geopolitici, aumenta la dipendenza infrastrutturale e pone sfide strategiche per gli altri attori globali come Stati Uniti d’America e Unione Europea.
Il ruolo dell’Unione Europea nel Sud-est asiatico
L’Unione Europea mantiene un ruolo rilevante nel Sud-est asiatico, basato su strategie differenti rispetto a quelle cinesi. Mentre Pechino punta su investimenti infrastrutturali massivi, Bruxelles privilegia cooperazione commerciale, diplomazia multilaterale, sostegno allo sviluppo sostenibile e promozione di standard tecnologici, ambientali e sociali elevati. Questa strategia mira a offrire un’alternativa al modello cinese e a rafforzare la presenza europea attraverso strumenti di soft power.
Il Global Gateway – strategia dell’Unione Europea che mira a mobilitare fino a 300 miliardi di euro per promuovere connessioni intelligenti, pulite e sicure e rafforzare sanità, istruzione e ricerca nel mondo, in linea con l’Agenda 2030 e l’Accordo di Parigi – funge da cornice strategica per gli investimenti e la cooperazione europea a livello globale, fornendo strumenti e finanziamenti che rendono possibili progetti concreti sul terreno. Nello specifico, nel 2025 il commercio UE‑ASEAN ha superato i 300 miliardi di USD, con esportazioni europee principalmente in macchinari, prodotti chimici, beni ad alto contenuto tecnologico e servizi digitali. Parallelamente, gli investimenti diretti esteri (IDE) dell’UE nella regione hanno raggiunto circa 45 miliardi di USD, concentrandosi su infrastrutture sostenibili, energie rinnovabili, logistica avanzata e tecnologie digitali, realizzati attraverso iniziative multilaterali e partenariati integrati all’interno della strategia Global Gateway.
Vietnam. La cooperazione tra UE e Vietnam si concentra principalmente sulla transizione energetica sostenibile, nell’ambito del Vietnam Just Energy Transition Partnership (JETP), un quadro di investimenti volto ad accelerare la decarbonizzazione e a costruire un sistema energetico più resiliente. Tra i principali progetti rientrano il Bac Ai Pumped Storage Hydropower Project, un impianto idroelettrico di accumulo con una capacità di circa 1.200 MW che garantisce stabilità alla rete elettrica e facilita l’integrazione delle energie rinnovabili, sostenuto dall’UE con circa 430 milioni di euro nell’ambito del Global Gateway e della Team Europe Initiative. Accanto a questo, il programma JETP include l’espansione dell’impianto idroelettrico di Tri An, con un incremento di 200 MW, e la fase 2 del parco eolico near-shore di Tra Vinh, da 48 MW, entrambi finalizzati a rafforzare l’infrastruttura energetica verde e a incrementare la capacità di adattamento climatico del Paese. Complessivamente, questi interventi fanno parte di un pacchetto di oltre 2,8 miliardi di euro mobilitati da UE, Stati membri e istituzioni finanziarie europee, contribuendo a rafforzare la connettività regionale e la sostenibilità del Vietnam nel contesto ASEAN.
Indonesia. In Indonesia, l’UE sostiene la transizione energetica e la resilienza della rete elettrica attraverso la strategia Global Gateway e l’applicazione del Just Energy Transition Partnership, mobilitando investimenti pubblici e privati. I progetti principali comprendono il supporto alla transizione energetica pulita in collaborazione con partner come l’Agence Française de Développement (AFD) e la compagnia nazionale PLN, con l’obiettivo di potenziare l’infrastruttura per la generazione di energia rinnovabile e di migliorare l’efficienza della rete elettrica. Parallelamente, sono stati sviluppati programmi per il potenziamento delle reti e la diffusione di energie solari ed eoliche, in vista dell’integrazione nel ASEAN Power Grid, un progetto regionale per connettere i sistemi elettrici transfrontalieri, con supporto tecnico e finanziario avanzato annunciato dall’UE durante il Global Gateway Forum 2025. Queste iniziative sostengono gli obiettivi nazionali di decarbonizzazione e permettono una cooperazione continua con istituzioni europee e partner multilaterali, rafforzando la sostenibilità energetica e la resilienza infrastrutturale in Indonesia.
Thailandia e Cambogia. In Thailandia e Cambogia, la presenza europea nelle infrastrutture si concentra sullo sviluppo di porti moderni, sulla logistica sostenibile e sulla cooperazione urbana ed energetica. Tra le iniziative principali vi sono progetti di smart cities e decarbonizzazione urbana, come il programma Support for the Global Covenant of Mayors for Climate and Energy (GCoM in Asia), che ha promosso azioni di efficienza energetica e riduzione delle emissioni in città come Bangkok, in Thailandia, e Hue, in Vietnam, con piani pilota replicabili anche in Cambogia e in altri Paesi ASEAN. Il contributo della ASEAN Catalytic Green Finance Facility (ACGF), sostenuta dalla European Investment Bank e da altri partner europei, mira ad accelerare lo sviluppo di infrastrutture verdi e resilienti in tutta la regione, creando strumenti finanziari capaci di attrarre capitale privato per modernizzare le supply chain e la logistica sostenibile. In Cambogia, sebbene i progetti non sempre siano identificabili con nomi univoci come in Vietnam o Indonesia, la cooperazione europea include iniziative di connettività energetica e sostenibilità urbana integrate negli strumenti del Global Gateway e dell’ACGF, finalizzate al miglioramento di porti, logistica e riduzione delle emissioni, con benefici diretti sull’economia locale e sull’efficienza della supply chain.
L’UE sfrutta, inoltre, piattaforme multilaterali come ASEAN–EU Dialogue e RCEP observer collaboration, puntando su governance trasparente, rispetto dei diritti umani e assistenza tecnica in digitalizzazione e cybersecurity. La diplomazia europea rafforza le competenze locali e offre alternative sostenibili rispetto al modello cinese basato su infrastrutture fisiche e debito bilaterale.
Competizione strategica con la Cina
La presenza europea viene percepita come complementare ma anche competitiva rispetto a quella cinese. In Vietnam, le joint venture europee nei settori high-tech rappresentano un’alternativa ai parchi industriali cinesi; in Indonesia, l’UE sostiene energie rinnovabili e diversificazione tecnologica. In Cambogia e Thailandia, la modernizzazione portuale europea compete con i porti e le zone economiche finanziate dalla Cina. L’UE si conferma quindi come attore di soft power, capace di offrire standard tecnologici, ambientali e sociali elevati, creando un terreno di competizione economica e diplomatica che influenza le scelte politiche e commerciali dei governi locali.
Analizzando il 2025, emerge chiaramente una competizione strategica tra Cina e UE nel Sud-est asiatico. La Cina concentra la propria influenza attraverso investimenti infrastrutturali massivi, porti, ferrovie, parchi industriali e corridoi logistici, generando interdipendenze economiche e leve politiche dirette nei paesi ospitanti. L’UE, invece, privilegia soft power, commercio avanzato, standard sostenibili e diplomazia multilaterale, creando alternative per i governi ASEAN che cercano diversificazione e resilienza. Nel complesso, la Cina definisce la dimensione infrastrutturale e industriale della regione, mentre l’UE costruisce opzioni strategiche sostenibili e tecnologicamente avanzate, costringendo i governi locali a bilanciare tra dipendenza economica, opportunità tecnologiche e pressione diplomatica. Questa dinamica crea un quadro di competizione multipolare che modella le decisioni economiche e politiche del Sud-est asiatico nel 2025 e per gli anni successivi.
USA: reshoring, transizione green e materie prime
Gli Stati Uniti, con le politiche di reshoring industriale e il CHIPS Act (2022), cercano di riportare nel territorio nazionale produzioni strategiche di semiconduttori e componentistica tecnologica. Queste iniziative influenzano indirettamente il Sud-Est asiatico, incentivando le imprese a spostare produzioni secondarie nell’area, creando nuovi flussi di investimenti e rafforzando segmenti di supply chain alternativi alla Cina (Fonte: U.S. Department of Commerce, CHIPS Act Implementation Report, 2025). Parallelamente, la regione è soggetta a pressioni derivanti dalla transizione energetica globale: la domanda di materie prime critiche per batterie e tecnologie green (nichel, cobalto, terre rare) è in crescita. L’Indonesia, principale esportatore mondiale di nichel, ha progressivamente introdotto politiche di esportazione controllata per privilegiare la lavorazione interna e incentivare investimenti in filiere di batterie e veicoli elettrici. Queste dinamiche condizionano la strategia di Cina e UE: Pechino cerca di assicurarsi l’accesso diretto a risorse critiche e infrastrutture industriali, mentre l’UE punta a garantire forniture sostenibili, promuovendo standard ESG e investimenti in tecnologie verdi, cercando di consolidare la resilienza delle supply chain regionali.
Conclusione
l quadro politico e di sicurezza del Sud-est asiatico al termine del 2025 evidenzia la persistenza di fragilità strutturali, tensioni storiche irrisolte e sfide emergenti in un contesto di crescente proiezione di potere esterno. Le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale, l’escalation tra Thailandia e Cambogia e la perdurante guerra civile in Myanmar rappresentano elementi di instabilità che influenzano non solo la sicurezza regionale, ma anche la gestione economica e diplomatica dei paesi dell’ASEAN. La difficoltà dell’organizzazione multilaterale nel coordinare azioni efficaci dimostra i limiti intrinseci dell’approccio consensuale, pur sottolineando l’importanza di piattaforme di dialogo e mediazione nella prevenzione di escalation incontrollate. Sul piano economico, la regione conferma la propria centralità strategica grazie alla combinazione di popolazione giovane, crescita sostenuta e posizione geografica favorevole, fungendo da hub per la produzione globale e le catene di approvvigionamento. L’influenza cinese, rafforzata da progetti infrastrutturali e dalla Belt & Road Initiative, ha creato interdipendenze significative che consolidano la proiezione geopolitica di Pechino. Contestualmente, l’Unione Europea, attraverso il Global Gateway e iniziative multilaterali, offre alternative basate su governance, standard tecnologici e sostenibilità, mentre gli Stati Uniti continuano a orientare le supply chain globali verso la resilienza e la sicurezza industriale. Queste dinamiche delineano un contesto di competizione strategica multipolare in cui i governi ASEAN devono bilanciare dipendenza economica, opportunità tecnologiche e pressioni geopolitiche. Guardando al futuro, la regione appare destinata a restare un terreno cruciale di interazione tra grandi potenze, con sfide complesse legate alla sicurezza, all’integrazione economica e alla gestione delle risorse critiche. La capacità dei paesi locali di negoziare, diversificare alleanze e promuovere cooperazione multilaterale sarà determinante per la stabilità politica, la crescita economica e la resilienza infrastrutturale. In questo contesto, il Sud-est asiatico si conferma un laboratorio globale di diplomazia, strategie di sviluppo e competizione geopolitica, la cui evoluzione continuerà a influenzare le scelte economiche e di sicurezza a livello regionale e internazionale.
[1] https://asean.org/our-communities/economic-community/asean-minerals-cooperation/
[2] https://www.whitehouse.gov/bri...
[3] https://id.usembassy.gov/unite...
[4] https://it.euronews.com/2025/08/30/thailandia-premier-licenziata-dopo-telefonata-con-leader-cambogiano
[5] https://www.reuters.com/world/china/ceasefire-takes-effect-between-thailand-cambodia-after-five-day-border-battle-2025-07-28/
[6]https://www.reuters.com/world/asia-pacific/cambodia-thailand-sign-expanded-ceasefire-alongside-truce-broker-trump-2025-10-26/
[7] https://www.bbc.com/news/articles/c0q5je8048xo
[8] https://www.who.int/publications/m/item/public-health-situation-analysis---cambodia---thailand-border-conflict
[9] https://www.bbc.com/news/articles/crlxlxd7882o
[10] https://www.unrefugees.org/news/rohingya-refugee-crisis-explained/
[11] https://myanmar.iiss.org/analysis/war-to-nowhere
[12] https://www.chathamhouse.org/2026/01/myanmar-election-shows-military-regime-here-stay-how-should-world-respond
[13] Asian Development Bank, Asian Development Outlook 2025
[14] è una strategia aziendale di diversificazione della supply chain (catena di approvvigionamento) in cui le multinazionali, pur mantenendo una parte sostanziale della loro produzione o sourcing in Cina, decidono di espandere le loro attività in almeno un altro paese.