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Tensioni in Asia Centrale: l’irrisolto conflitto fra Kirghizistan e Tagikistan

di Antonio Stango

Durante il vertice della SCO, nuovi scontri al confine tra Kirghizistan e Tagikistan. Dal Caucaso all’Asia Centrale, tornano a crescere le tensioni in alcuni paesi dell’area post-sovietica

Al di là di qualsiasi retorica di circostanza, il vertice della SCO (Shanghai Cooperation Organization) svoltosi il 15 e 16 settembre a Samarcanda non ha mostrato particolare coesione fra i capi di Stato o di governo dei suoi Stati membri: l’Uzbekistan presidente di turno e Kazakistan, Kirghizistan, Federazione Russa, Tagikistan, Repubblica Popolare Cinese, India e Pakistan. Né la SCO è sembrata utile nel favorire l’auspicabile trattato di pace dopo la guerra per il Karabakh fra Azerbaigian e Armenia – invitati, come la Turchia, in quanto Stati partner. Il presidente iraniano Raisi (imposto a quella carica dalla ‘Guida Suprema’ Khamenei) ha invece visto approvare la domanda della Repubblica Islamica di passare dallo status di osservatore a quello di membro effettivo dell’Organizzazione, puntando a giocare un ruolo maggiore sull’asse est-ovest che collega la Cina all’Europa attraverso il Mar Caspio ed il Caucaso e su quello nord-sud, che dal Golfo Persico arriva fino al Baltico attraverso la Russia; ma poco dopo il suo ritorno a Teheran si è trovato di fronte a una rivolta diffusa in tutti i settori della società iraniana.

Durante il vertice è apparso evidente soprattutto il fatto che in questa fase la Federazione Russa non è in grado di esercitare un’influenza determinante nelle vicende dell’Asia centrale e del Caucaso meridionale. Dopo la ritirata delle forze russe da diverse aree del Donbas per la controffensiva ucraina, messo in difficoltà per la situazione economica, sociale, diplomatica e ora militare, Vladimir Putin è stato apertamente invitato a porre fine alla guerra dal primo ministro indiano Narendra Modi e non ha trovato appoggi né in Xi Jinping né in Erdoğan. Quest’ultimo, così come il presidente del Kazakistan Tokayev, ha poi detto con chiarezza che non riconoscerà mai l’annessione di territori ucraini alla Russia; e pochi giorni dopo il portavoce del ministro degli Esteri cinese Wang Wenbin ha affermato nettamente che “la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i Paesi devono essere rispettate, così come la Carta e i princìpi dell’ONU”. Da parte sua, Xi Jinping il giorno prima di recarsi in Uzbekistan era passato da Astana per un incontro bilaterale con Tokayev, dichiarando il proprio sostegno all’integrità territoriale del Kazakistan: il riferimento era alle eventuali rivendicazioni del Cremlino, accennate in passato sia da Putin che da Dmitrij Medvedev, sulle province del Kazakistan settentrionale dove ancora rimane una consistente minoranza etnica russa.

Proprio negli stessi giorni del vertice, in cui si sono incontrati anche il presidente tagiko Emomali Rakhmon (che occupa quella posizione fin dal 1994) e il suo omologo kirghiso Sadyr Japarov, violenti scontri di confine erano in atto fra i loro due Paesi, con uso di mortai, artiglieria missilistica, carri armati e droni d’attacco che hanno causato oltre cento morti, migliaia di feriti, la distruzione di centinaia di edifici residenziali e lo sfollamento di decine di migliaia di persone. Il cessate il fuoco poi concordato non può essere sufficiente a risolvere una disputa che riemerge frequentemente: l’ultima volta era stato nell’aprile 2021 e dopo di allora entrambe le parti avrebbero dovuto ritirare le armi pesanti dalla zona, ma sembra essere avvenuto il contrario. In un continuo potenziamento dei propri armamenti, negli ultimi anni il Kirghizistan ha acquistato droni Bayraktar TB2 dalla Turchia, mentre il Tagikistan ha annunciato un piano per la produzione di droni militari iraniani. Entrambi – che peraltro ospitano basi militari russe – fanno parte, oltre che della SCO, dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa e dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva ad egemonia russa; ma nessuna di queste è attualmente in grado di svolgere efficaci operazioni di peace keeping in una regione in cui i confini, anche con il contiguo Uzbekistan, furono stabiliti artificialmente in epoca sovietica. Le enclaves così create suscitano forti contrasti nell’intreccio fra uno Stato e l’altro di gruppi etnici e linguistici che si contendono terreni agricoli, pascoli, risorse idriche e scarse opportunità di lavoro.

Appena rientrato a Bishkek da Samarcanda, il 17 settembre il presidente kirghizo Japarov ha dichiarato in un discorso alla nazione che il Kirghizistan non rinuncerà mai a nessuna terra contesa. Il 25, intervenendo a New York all’Assemblea Generale dell’ONU, il ministro degli Esteri tagiko Sirojiddin Muhriddin ha invece affermato che il Kirghizistan stava violando i termini del cessate il fuoco e che avrebbe avuto la totale responsabilità di un’eventuale ripresa degli scontri. Lo stesso giorno i capi dei servizi di sicurezza dei due Paesi hanno firmato un protocollo secondo il quale le rispettive forze armate dovrebbero ritirarsi da quattro posti di frontiera vicini ai luoghi degli ultimi scontri; molti abitanti dei villaggi kirghizi coinvolti hanno però contestato l’accordo, temendo che possa offrire la possibilità di incursioni da parte tagika.

Ad aggravare la situazione, con circa un terzo della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà, è stato nei mesi scorsi, a causa della guerra e delle relative sanzioni sull’economia russa, il ritorno nei Paesi di origine in Asia centrale di un numero imprecisato, ma nell’ordine di decine di migliaia, di persone che avevano trovato un qualsiasi lavoro in Russia. Le rimesse dall’estero costituiscono, infatti, probabilmente il 30% del PIL del Kirghizistan e il 50% di quello del Tajikistan. Nel 2021 lavoravano in Russia – che ha, fra gli altri, il problema di un forte calo demografico – circa 2.000.000 di cittadini del Tajikistan (almeno un quinto della popolazione), 750.000 kirghizi e 2.000.000 di uzbeki; fra loro, soprattutto negli ultimi giorni dopo l’annuncio da parte di Putin di una “mobilitazione parziale”, a molti uomini viene proposto l’arruolamento con le forze armate russe in cambio di un salario relativamente alto e della possibilità di ottenere la cittadinanza russa. I governi e le ambasciate a Mosca di Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan hanno quindi diffuso comunicati ricordando ai propri cittadini che “partecipare ad ostilità sul territorio di Stati esteri” sarebbe un reato, punibile con anni di carcere.

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