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Tra energia, economia e geopolitica. La Turchia e il suo ruolo nel Mediterraneo

di Denise Coco

Come politica estera, economia e politica energetica turche sono legate alle ambizioni geopolitiche del paese nel Mediterraneo allargato. Quale ruolo sta giocando Ankara negli equilibri della regione e con quali interlocutori?

L’attivismo turco nel Mediterraneo allargato può essere interpretato attraverso varie chiavi di lettura: la volontà di Ankara di porsi come principale hub energetico tra il Mar Caspio, il Mediterraneo Orientale, i paesi del Golfo e l’Europa centrale; l’ambizione di rappresentare un polo di riferimento per il mondo sunnita cercando quindi di aumentare il proprio peso politico e negoziale; e, infine, usare l’attivismo in politica estera per distrarre l’opinione pubblica interna dalle difficoltà economiche che sta vivendo il paese.

Lo scorso 24 novembre 2021 il Presidente turco Tayyip Erdoğan ha ricevuto l’Erede al Trono di Abu Dhabi, Sheik Mohammed Bin Zayed al-Nahyan (MBZ). Dopo la ripresa dei colloqui diplomatici con l’Arabia Saudita, la Turchia si proietta ora verso gli Emirati manifestando un apparente e potenziale allentamento delle tensioni che hanno visto opposti due dei principali attori in Medio Oriente, Nord Africa e nel Corno d’Africa.

A distanza di 9 anni dal loro ultimo incontro, il tono cordiale del summit sembra essere giustificato da una serie di accordi di investimenti che prevedono una spesa da parte degli Emirati Arabi Uniti di circa 10 miliardi di dollari in Turchia, orientati soprattutto alla costruzione di infrastrutture come oleodotti, gasdotti e ferrovie per il trasporto di merci. Il concordato prevede decine di accordi minori di cooperazione riguardanti lo sviluppo tecnologico di armi cyber, energia, commercio, ambiente e la costruzione di porti e logistica navale, in grado di consentire il flusso di investimenti diretti e la cooperazione tra le borse e le banche centrali dei due paesi. L’accordo, volto a rendere Ankara e Abu Dhabi due pivot strategici nel Medio Oriente, avrebbe lo scopo di rafforzare le relazioni tra la Turchia e i Paesi del Golfo – ricordiamo gli interessi derivanti dalla base militare turca in Qatar – precedentemente incrinate durante il conflitto libico.

Nonostante le divergenze strategiche dei due paesi nella regione, sotto un profilo economico la loro collaborazione sembra necessaria. L’avvicinamento della Turchia agli Emirati Arabi e ad altri attori regionali evidenzia l'insostenibilità dell’isolazionismo turco dovuto anche alle attuali pesanti difficoltà economiche, che hanno avuto inizio nel 2018 e sembrano destinate a peggiorare. La crisi valutaria del debito caratterizzata dal crollo del valore della lira turca, un’elevata inflazione, l’aumento dell’insolvenza sui prestiti e gli ingenti dazi imposti nel 2018 dal Presidente statunitense Donald Trump su acciaio e alluminio sono gli elementi strutturali che hanno portato la Turchia a modificare la propria politica estera e a ricercare un’alleanza con i paesi vicini per uscire dall’impasse economica; è quindi in questo contesto che si inserisce il vertice tra Emirati Arabi Uniti e Turchia. Quest’ultima, proprio a causa della sua debolezza e instabilità economica, considera una priorità diversificare gli investitori esteri nella regione trovando un ottimo supporter anche negli Emirati Arabi Uniti e non solo. Durante l’interruzione delle relazioni diplomatiche con gli Emirati, la Turchia si è proiettata anche verso un altro partner commerciale di rilievo, il Qatar. La politica estera di Erdoğan mirava a fornire supporto politico e assistenza militare a questo paese, nel periodo di massima tensione con i paesi del Golfo, ottenendo in cambio ingenti finanziamenti per la costruzione di infrastrutture e pipeline. Tuttavia, oggi il Qatar non sembra essere più in grado di garantire quegli alti standard finanziari, costringendo la Turchia a fare un passo indietro e a orientarsi maggiormente verso gli Emirati. D’altro canto, anche l’interesse emiratino sembrerebbe muoversi verso una diversificazione del mercato sempre maggiore. Dopo il Covid-19 che ha duramente colpito l’economia del mondo intero, compresa quella degli Emirati Arabi basata anche sul turismo europeo e statunitense, la Corona di Abu Dhabi ha intravisto delle opportunità di crescita investendo proprio in Turchia, laddove la drastica diminuzione del prezzo della lira potrebbe aprire delle porzioni di mercato per investimenti emiratini sempre più consistenti. Anche per gli Emirati Arabi è necessario continuare ad intessere relazioni diplomatiche ed economiche con i paesi della regione. Dopo i colloqui ripresi con l’Iran per trovare un modus vivendi nell’area, che vada oltre agli sforzi dell’amministrazione americana necessari per riattivare gli accordi sul nucleare, gli Emirati puntano a sviluppare una diplomazia regionale muovendosi in più direzioni: verso la Turchia e verso l’Iran. Lo sforzo congiunto tra le diplomazie emiratine, qatarine e saudite avrebbe l’obiettivo di dimostrare all’Iran che un complessivo miglioramento delle relazioni tra i paesi del Golfo e del Medio Oriente non richiede solo una risoluzione della questione nucleare, ma soprattutto una cooperazione per la risoluzione dei conflitti regionali. Inoltre, gli Emirati costituiscono un hub strategico per l’Iran per quanto riguarda la logistica dei trasporti commerciali via mare, con uno scambio complessivo di merci che nell’anno 2021-2022 dovrebbe essere pari a 12 miliardi di dollari.

Tutto questo fermento nell’area del Golfo e del Medio Oriente trova una sua ragion d’essere anche a seguito della politica estera adottata dal Presidente statunitense Joe Biden, che ha sostenuto sin dai primi momenti della sua campagna elettorale una ricalibratura della presenza nella regione, portando a una de-escalation delle ostilità e della minaccia militare. Nell’agenda del Presidente Biden è evidente lo sforzo di voler riportare la diplomazia ad un livello multilaterale, rispetto alla linea politica del precedente Presidente Trump che sosteneva la necessità di coltivare delle relazioni bilaterali ad hoc. Secondo il nuovo Presidente “gli Stati Uniti sono concentrati sull’intenso impegno diplomatico per porre fine alla violenza e non intendono sostenere azioni in grado di minare gli sforzi per rallentare le tensioni. Anche dalla stabilità in Medio Oriente, dipende la coesione interna del paese”. Parallelamente però, la manifesta indisponibilità da parte della Presidenza francese – da gennaio 2022 a guida del Consiglio Europeo – ad accogliere il Presidente turco nell’Unione Europea, a causa di incomprensioni riguardanti i diritti umani, la questione dei kurdi, Cipro e la politica aggressiva di Erdoğan nei mari del Mediterraneo Orientale non sembrerebbero aprire la possibilità a una fase distensiva dell’Unione Europea nei confronti di Erdoğan, allontanando così le sue prospettive di inserimento nell’Unione Europea nel breve periodo.

Pertanto, di fronte alle ritrovate relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, ma contestualmente a una divergenza di vedute con l’Unione Europea, a una crescente competizione con i paesi del Golfo e a una crisi economica sempre maggiore, la Turchia sta tentando in ogni modo di modificare la propria immagine sia all’interno che all’esterno. È importante ricordare che il paese, proprio per scongiurare questa politica isolazionista in cui si trovava da anni, da un lato ha cominciato a riallacciare i rapporti anche con il Primo Ministro israeliano Naftali Bennett e con il Presidente dello Stato di Israele Isaac Herzog, e dall’altro con il Qatar e il Quartetto arabo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto), non dimenticando tuttavia il ruolo di mediatore del Re di Giordania. Il graduale ridimensionamento della competizione tra l’asse Qatar-Turchia e il Quartetto arabo mette in luce le fragilità della politica estera turca che ha bisogno di ricalibrare le relazioni con i suoi competitor arabi per garantire una stabilità interna. Il crollo della lira turca del 15,65% rispetto al dollaro e del 13,86% rispetto all’euro negli ultimi due mesi ha aumentato la fascia di dissenso nella popolazione. L’inflazione turca ha subìto una notevole accelerazione nell’ultimo semestre, raggiungendo il livello più alto degli ultimi tre anni, e gli analisti economici prevedono un ulteriore crollo del valore della lira per il mese di febbraio che “potrebbe essere devastante per l’economica turca”. Sul piano interno, la politica adottata dal Presidente Erdoğan prevede un tentativo di stabilizzazione dei prezzi abbassando i tassi di interesse. Questa manovra finanziaria, però, ha mostrato nell’ultimo bimestre tutte le sue criticità. Secondo il Presidente turco la debolezza della lira è un fattore endogeno e necessario per trasformare la Turchia in una potenza industriale, liberando così il paese dalla dipendenza del denaro estero a breve termine, fondamentale quando i tassi di interesse sono molto alti. Questa politica monetaria e finanziaria, che rimanda ai principi dell’austerity tedesca, sembra portare però ad effetti diametralmente opposti rispetto a quelli attesi. Il rincaro dei prezzi sui beni di prima necessità ha aumentato il disagio tra gli elettori. I prezzi dell’energia sono aumentati di più del 30%, nonostante la Turchia tenti di ridurre l’onere finanziario sovvenzionando la costruzione di oleodotti e gasdotti. Sono evidenti allora le opportunità che si stanno aprendo per gli investitori esteri grazie anche alla crescente svalutazione della lira turca.

In questo contesto l’East Mediterranean Gas Forum sembra essere una delle possibili soluzioni ai molteplici problemi dell’area. Dopo una prima esclusione di Ankara dal progetto (e dall’accordo siglato nel 2020 tra Israele, Cipro e Grecia per la costruzione dell’EastMed la cui infrastruttura dovrebbe passare dalle coste greche a quelle italiane, bypassando volutamente il territorio turco), durante i lavori del Forum Egitto e Turchia sembrano aver trovato un compromesso nelle loro dispute bilaterali. Non sono ancora noti i dettagli e l’entità dell’accordo, ma il 27 novembre dello scorso anno il Presidente turco ha pubblicamente annunciato che “d’ora in poi potrebbero esserci degli sviluppi differenti nelle relazioni tra Ankara e Il Cairo. […] C’è un potenziale significativo per la cooperazione tra la Turchia, l’Egitto e i paesi del Golfo. Le nostre economie sono complementari le une con le altre. Vediamo dei possibili progetti per una nuova cooperazione basata su benefici reciproci e opportunità di investimento”. L’Egitto è sia un mercato florido, composto da 100 milioni di persone in grado di rappresentare uno sbocco di accesso verso i mercati africani, che un attore utile per diversificare la fornitura di gas (GNL) e ridurre la dipendenza turca dalla Russia. Le trattative bilaterali tra Turchia ed Egitto sono solo un aspetto della più complessa ridefinizione dei confini marittimi che vede la Turchia aumentare il proprio peso politico e negoziale nell’area strategica del Mediterraneo e del Medio Oriente di cui questo accordo sembra essere l’elemento principale.

Tuttavia, per comprendere appieno il quadro internazionale in questione, è opportuno sottolineare anche il crescente ruolo della Turchia in tutto il Corno d’Africa, soprattutto a seguito del suo inserimento nel mercato energetico del Sudan, della Somalia e dell’Etiopia. Il contesto geopolitico all’interno del quale si muovono le relazioni diplomatiche ed economiche tra la Turchia e il Sudan è peculiare. Dopo il rovesciamento del governo di Omar al-Bashir, i membri della Fratellanza Musulmana hanno tentato di riaccreditarsi sia agli occhi della popolazione locale sia presso i nuovi vertici del governo. Gli Ikhwan, che un tempo rappresentavano una delle prime organizzazioni politiche anti-ottomane, oggi sembrerebbero voler istituire un paese a forte identità musulmana come sostenuto in più occasioni anche dal Presidente Erdoğan. Il supporto politico ricevuto recentemente dal leader turco, pone però l’accento sulle possibili criticità che ne potrebbero derivare, come un disaccordo con l’élite economica e con la leadership militare tradizionalmente ostile alla presenza islamista al governo.

L’Egitto sembrerebbe sostenere la linea politica sudanese, consapevole anche dei disordini che i Fratelli Musulmani hanno portato – e potrebbero ancora portare – all’Egitto stesso.

Differente è invece la posizione della Turchia, che sin da subito si è mostrata favorevole all’inserimento di una forza politica spiccatamente musulmana nel governo sudanese. Il disegno di Erdoğan vuole accentuare l’elemento musulmano per la ridefinizione degli equilibri di potere in Medio Oriente e in Africa, oltrepassando l’identità araba che storicamente rappresenta un argine per la penetrazione turca al di fuori della propria sfera d’influenza. Il dialogo tra Ankara e Khartum sembrerebbe quindi orientato non solo verso una direzione diplomatica e politica ma anche economica, manifestando il desiderio di cooperare in diversi settori economici come l’agricoltura, la costruzione di ferrovie, le estrazioni, oleodotti ed elettricità con l’obiettivo turco di assumere il ruolo di stabilizzatore dell’area. Il Vicepresidente Fuat Oktay ha sostenuto in una conferenza con Mohamed Mahdam Dagalo “Hemedti”, Vicepresidente del Consiglio di Sovranità Nazionale, che la Turchia avrebbe continuato il suo sforzo di contribuire alla prosperità della regione utilizzando una strategia win-win sul modello cinese. Ad avvalorare la necessità di questa partnership economica con la Turchia per il Sudan sono inoltre da considerare il periodo di transizione politica che continua a frammentare e indebolire il paese e il Covid-19.

Anche per Somalia ed Etiopia si è aperta la strada della cooperazione economica con la Turchia, come sostenuto nel Turkey-Africa Economic and Business Forum svoltosi lo scorso 22 ottobre a Istanbul. Durante i lavori del summit è emerso il bisogno etiope di cercare un sostegno maggiore nell’alleato turco, necessario per controbilanciare il peso politico di Egitto e Sudan nella controversia sulla GERD – la grande diga del Rinascimento etiope – e sulle acque del Nilo Azzurro. L’Etiopia rappresenta per la Turchia la principale porta di accesso verso la regione africana, fondamentale per ricercare una sfera d’influenza turca oltre i confini statuali. Inoltre, la normalizzazione dei rapporti tra Egitto e Sudan potrebbe dipendere anche da quanto la Turchia vorrà stringere collaborazioni economiche e militari con l’Etiopia, soprattutto a seguito dell’accordo turco-etiope per la fornitura di droni turchi all’Etiopia volti a contrastare l’offensiva delle milizie del TDF (Tigray Defence Forces).

Ciò che sembra emergere da queste collaborazioni con diversi paesi africani, però, non è solo la volontà della Turchia di espandere il proprio mercato energetico, ma anche quella di sfruttare, attraverso un approccio di soft power, la posizione geografica di alcuni paesi africani che potrebbero rappresentare dei nuovi sbocchi nel mercato turco.

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