Trump e la nuova America Latina
La strategia di Washington accelera il riallineamento politico dell'America Latina e apre un nuovo confronto con il Brasile di Lula.
È un “comunista”. Un “corrotto”. Un “ladro”. Anzi: “un avanzo di galera”. Quando parla di Ignacio Lula da Silva, Javier Milei non risparmia sugli insulti. E in genere – su indicazione pare del presidente brasiliano in persona - le autorità di Brasilia fanno finta di non sentirli. Ma il 25 luglio - fuori da qualunque protocollo e senza il minimo contatto con le autorità centrali – l’ex “candidato con la motosega” è andato a ripeterli in pubblico in Brasile: intervenendo in un comizio a San Paolo al fianco di Flavio Bolsonaro, il figlio dell’ex presidente Jair (agli arresti domiciliari per aver tentato di rovesciare il risultato del voto del 2022) che in autunno proverà a rilanciare la sfida della destra al carismatico presidente brasiliano. Stavolta, anche al governo di Lula è sembrato che Milei avesse passato il segno: Julio Bitelli, l’ambasciatore in Argentina, è stato “richiamato per consultazioni” dal ministro degli Esteri Mauro Viera, che definendo “estremamente grave e inaccettabile” il gesto del presidente argentino ha aperto la più grave crisi diplomatica degli ultimi anni tra i due pesi massimi del Cono Sud.
Sembra un paradosso, vista la mole dell’interscambio commerciale tra due paesi che non solo hanno firmato insieme solo pochi mesi fa lo storico accordo tra Mercosur e Unione Europea, ma di fatto, dal punto di vista economico, non possono fare a meno l’uno dell’altro. Il Brasile è la principale destinazione dell’export argentino e vende ai vicini del Sud gran parte dei suoi prodotti industriali, con il risultato che nel 2025 i due paesi si sono scambiati beni e servizi per oltre 31 miliardi di dollari: è il dato più alto degli ultimi 13 anni, e a sostenerlo è una crescita del 30 per cento dell’export brasiliano che è almeno in parte una partita di giro, perché – per dire - le auto costruite a San Paolo montano motori fabbricati a Cordoba. Ma un paradosso non è: perché Milei e Lula sono i massimi corifei delle due fazioni in cui ora tutta l’America latina è spaccata. Una spaccatura che attraversa i singoli paesi, visto lo scarto esiguo con cui tutti i nuovi vincitori si sono imposti sugli avversari. Ed è figlia della chiamata alle armi dell’America Latina che fin dai primi giorni del suo secondo mandato è stata la cifra forse più costante – e quella che finora gli ha garantito i maggiori successi - della politica estera di Donald Trump.
In Venezuela, per cambiare le cose c’è voluto l’intervento dei Navy Seals, con la cattura di Nicolas Maduro e di sua moglie e la nascita di un governo ancora formalmente “bolivariano” ma così allineato ai desideri e agli interessi di Washington che la presidente ad interim Delcy Rodriguez – ha raccontato il New York Times - chiede il permesso a Marco Rubio anche per rilasciare interviste ai giornali americani.
Altrove, l’allineamento con i desiderata della Casa Bianca è passato però dalla prova delle urne, spesso con un notevole sforzo americano – su tutti, quello del prestito garantito a Milei nell’immediata vigilia del voto – a sostegno dei candidati in sintonia con le politiche di Trump. In poco più di un anno e mezzo, la geografia politica del continente è cambiata radicalmente: e al netto delle tre superstiti dittature “narcosocialiste” (Cuba, Nicaragua e appunto Venezuela) solo il Brasile di Lula, il Messico di Claudia Sheinbaum e l’Uruguay di Yamandú Orsi – tutti non per caso target tra i più importanti dell’offensiva americana sui dazi – sono oggi nella scomodissima posizione di antagonisti di Washington.
Uno dopo l’altro - sulla scia di El Salvador e Cost Rica - Panama, Honduras, Argentina, Bolivia, Ecuador, Cile, Colombia e Perù hanno voltato pagina, eleggendo presidenti di destra apertamente benedetti da Trump. Cuba vive ormai nel più completo isolamento la gravissima crisi che sta mettendo in ginocchio il regime, e appare un obiettivo relativamente alla portata della Casa Bianca, una volta chiusa in qualche modo la complicatissima partita iraniana. E tutto lascia pensare che Donald Trump lancerà tutto il suo peso sulla scena politica brasiliana per liberarsi, in ottobre, dello scomodissimo Lula: salvo gli effetti boomerang che a volte il tycoon produce mettendo troppo il naso in paesi che non gradiscono attenzioni non richieste.
È indiscutibilmente un successo, quello di Trump, che premia la sua volontà di chiudere con i tre decenni di “benevola noncuranza” che gli Usa hanno esercitato in Sud America dopo trent’anni di interventi diretti e golpe militari che con Kennedy, Nixon e Reagan la Casa Bianca ha promosso a tutela del “giardino di casa” dal tracimare della guerra fredda anche nell’emisfero occidentale, dopo il successo della rivoluzione cubana e l’abbraccio di Castro con l’Urss.
Trump ha messo in chiaro fin dalle prime settimane di mandato che l’America Latina sarebbe tornata ad essere una priorità. Alzando subito i toni con Venezuela, Colombia e Messico, ma soprattutto affidando la segreteria di Stato e poi anche il Consiglio di Sicurezza nazionale a un latino hispanohablante come Marco Rubio, un cubano che dà del tu ai capi a L’Avana ma vanta solidi legami nelle classi dirigenti di mezzo continente. Con l’occhio al dilagare della presenza cinese nella costruzione di infrastrutture strategiche e dell’estrazione di minerali (sono ventidue su 33 i paesi che hanno aderito a vario titolo alla Via della Seta), il presidente ha messo nei radar Brasile e Perù per la ferrovia transamazzonica tra Chancay e Santos, e ottenuto con le maniere forti da Panama lo stop all’ampliamento del Canale ad opera di una compagnia cinese.
Con Trump alla Casa Bianca, il Pentagono ha rovesciato anche il baricentro delle politiche Usa di sicurezza globale, mettendo in primo piano la difesa dell’emisfero ovest. È nato così lo Us Southern Command, affidato all’ex generale dei marines Francis Donovan. E a marzo, nel suo resort di Doral in Florida, Trump ha tenuto a battesimo lo Scudo per l’America, un’alleanza che traduce in termini militari e di sicurezza interna un’intesa anzitutto politica sulla linea di Trump e dei suoi maggiori alleati nel continente, dal salvadoriano Nayib Bukele all’honduregno Nasry Asfura. Con un ruolo importante per Fernando Carimedo, lo spin doctor argentino di estrema destra, legato a Steve Bannon, che è considerato l’architetto della vittoria di Milei in Argentina e poi di Rodrigo Paz in Bolivia, e l’unico non militare incriminato in Brasile per il suo ruolo nel golpe che avrebbe dovuto ribaltare la sconfitta di Jair Bolsonaro.
Oggi, dell’intesa fanno parte 17 paesi, tra cui Ecuador, Perù, Bolivia, Paraguay e Cile. Ma non è tutto merito di Trump. Ad orientare larghi settori delle opinioni pubbliche latinoamericane sono gli stessi fattori che in tutto l’Occidente stanno gonfiando le vele alla destra radicale, aprendole in molti casi la strada del governo. Anzitutto, la percezione diffusa dell’insicurezza nelle città, e un livello di violenza che fa segnare nuovi record ogni anno. E poi la reazione a una immigrazione illegale di massa che tracima verso gli Usa ma soprattutto stravolge un tessuto sociale già fragile nelle periferie di paesi come Ecuador, Perù, Brasile e Argentina: spesso esportando criminalità, sempre esasperando la convivenza nelle aree più depresse delle metropoli, da Quito a Lima, da Santiago a Buenos Aires a San Paolo.
Abbandonato a sé stesso dalla fine degli anni ‘80, si legge in un lungo saggio su Foreign Affairs di uno degli studiosi statunitensi più attenti all’America latina, il subcontinente è cresciuto meno di quanto avrebbe potuto, tra pulsioni rivoluzionarie e corruzione. Con i paesi più piccoli immersi in una povertà apparentemente senza speranza e quelli più grandi piagati da un’inflazione a due o anche a tre cifre – spiega Will Freeman, del Council on Foreign Relations - il fiorentissimo traffico di cocaina è rapidamente diventato il motore potentissimo di un’economia illegale, che dal Messico al Cono Sud ha visto i narcotrafficanti assicurarsi il controllo militare di intere comunità e in qualche caso ampio accesso al potere politico. Intere città si sono trasformate nel campo di battaglia di gang pronte a tutto, che arruolano piccoli eserciti mettendo mitra e pistole in mano a diseredati giovanissimi. Mentre altre volte, dalle favelas e dalle comunas di periferia, si riversano nei centri urbani e sulle spiagge bande di ragazzini disposte ad uccidere per il cellulare o gli occhiali da sole di un turista, o per sottrarre a un pensionato i soldi appena ritirati al bancomat. Il risultato, è che un continente che ospita solo l’8 per cento della popolazione mondiale è il teatro ogni anno del 30 per cento degli omicidi commessi sulla Terra.
Su milioni di sudamericani che non riconoscono più il quartiere in cui sono cresciuti, gli uomini forti che promettono di riportare a tutti i costi l’ordine nelle strade, tenere in galera chi ci deve andare e sigillare le frontiere esercitano una attrazione irresistibile. L’America MAGA è la sponda obbligata, e Milei in Argentina, José Antonio Kast in Cile, il giovane Daniel Noboa in Ecuador e Abelardo de la Espriella in Colombia promettono di seguire la stessa strada. El Salvador è già andato oltre, con il presidente Bukuele che si è attribuito la presidenza a vita, ha sospeso i partiti e chiuso i giornali. Ma in tutto il Sud America si parla del suo regimen de exception, la sospensione dei diritti costituzionali che oggi tiene chiuso nelle sue carceri-inferno - aperte finalmente alle telecamere solo per l’arrivo di centinaia degli indocumentados deportati dall’Ice negli Stati Uniti - quasi il 2 per cento della popolazione: il tasso di detenzione più alto del mondo. Degli oltre ottantamila detenuti – stimano le organizzazioni umanitarie - almeno un quarto non ha nessun legame con le gang o altre attività criminali. Ma da quando nel 2019 ha preso il potere, dicono le statistiche, il tasso di omicidi nel paese è crollato del 90 per cento. E secondo i sondaggi è più che sufficiente, nel Sud America del 2026, a farne di gran lunga il personaggio più popolare del continente.