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Turchia: possibili riflessi dell’attentato di Istanbul

di Daniele Ruvinetti

A pochi giorni dall’attacco terroristico di Istanbul, in attesa di una rivendicazione ufficiale, emergono alcuni elementi sui possibili riflessi dell’attentato. Il punto di vista di Daniele Ruvinetti

tolga ildun / Shutterstock.com

Era dal 2017 che un attentato non colpiva la Turchia, e l’attacco al centro di Istanbul — in una delle vie simboliche, İstiklal Caddesi, vitale per i turchi e per gli interessi turistici di Ankara — conferma il fatto innanzitutto che la minaccia terroristica non si è esaurita.

Le minacce attuali che ricadono sul Mediterraneo allargato — innanzitutto la guerra russa in Ucraina e i suoi effetti a cascata nel bacino — hanno in parte deviato l’attenzione da questa tematica di carattere securitario. Che tuttavia rimane in essere, nella sua completezza, dal Medio Oriente al Nordafrica, dal Levante al Sahel, con potenziali effetti diretti e indiretti riguardanti la generale stabilità della regione.

Quanto successo ha riflessi geopolitici che passano già per l’attribuzione del gesto, segnando la dimensione ibrida delle problematiche terroristiche. Le autorità turche hanno infatti addossato le responsabilità dell’attacco, che non è stato rivendicato, alla componente femminile della milizia combattente dei curdi siriani (la Ypj). L’attentatrice Alham Albashir — catturata e arrestata dopo solo 10 ore di indagine — sarebbe stata addestrata a Kobani dalle milizie curde.

I turchi considerano queste milizie un tutt’uno con il Partito dei lavoratori turchi, il Pkk, storico nemico di Ankara, contro cui il presidente Recep Tayyp Erdogan non ha mai interrotto l’azione militare. L’attentatrice si sarebbe infiltrata in Turchia dal cantone curdo-siriano di Afrin. Nelle intenzioni del presunto architetto dell’attacco (Bilal Hassan, ancora ricercato) la ragazza avrebbe dovuto essere trasferita in Grecia per essere uccisa.

I curdi siriani coinvolti; Afrin, uno dei punti caldi delle tensioni che riguardano il fronte levantino turco e l’esposizione alla problematica migratoria; il passaggio in Grecia, avversario della Turchia nelle dinamiche che riguardano il Mediterraneo orientale: sono, questi, elementi che potrebbero rappresentare il valore sul piano politico di quanto successo. Perché il tema reale al fondo dell’accaduto è la narrazione che ne esce da Ankara, che, peraltro, arriva mentre il presidente Erdogan affronta la sfida interna legata al consenso — in vista delle elezioni presidenziali e parlamentari del 2023 — mentre la condizione economica del Paese non è brillante.

Kobani, dove l’attentatrice avrebbe ricevuto istruzioni/indottrinamento e addestramento, è — con Tall Rifaat, Manbij, e Qamishlo — uno dei territori in cui le attività dell’esercito turco contro i curdi siriani procedono più o meno regolarmente. Che Ankara possa lanciare una nuova (e più ampia) operazione per allargare la buffer zone, che sta strutturando da anni al confine siriano, è possibile. Che la situazione ricada nei rapporti internazionali turchi è altrettanto possibile. O almeno che essa possa venire usata come vettore in alcune vicende aperte: per esempio chiedendo a Russia e Iran, protettori di Damasco, di essere maggiormente coinvolti lungo il confine, vecchia prerogativa del formato diplomatico di Astana.

Malgrado molte riserve, anche della stampa estera, e qualche perplessità interna, non necessariamente dell’area degli oppositori, Ankara accusa gli Stati Uniti di aver armato e supportato i curdi siriani negli scorsi anni. Washington ha usato la joint venture operativa con i combattenti curdi per sconfiggere l’Is: lo Stato islamico si era infatti insediato al nord siriano, e l’apporto dei combattenti alla battaglia contro il Califfato era stato determinante (per dedizione, qualità, efficienza). La questione dei curdi è uno dei punti di tensione nelle relazioni Usa-Turchia.

Il portavoce della presidenza turca, Fahrettin Altun, ha subito messo in evidenza che l’accaduto potrebbe minare le relazioni tra Ankara e i suoi alleati occidentali. Ha scritto infatti su Twitter che l’attentato del 13 novembre è una conseguenza “del supporto di alcuni paesi a gruppi terroristici”. Il ministro dell’Interno Suleiman Soylu ha respinto le condoglianze offerte dagli Stati Uniti, accusati di sostenere i curdi.

E si riflette su un dossier importante: Ankara sostiene che la Svezia sia troppo morbida con quel gruppo politico/armato che i turchi considerano un’organizzazione terroristica, avendo fornito ad alcuni di loro ospitalità come rifugiati (politici). Il tema è tutt’altro che secondario, se si considera che la questione è sul tavolo del dialogo che riguarda l’ingresso di Svezia (e Finlandia) nella Nato. Non proprio una partita di minore importanza, anche (soprattutto) sul fronte del contenimento della Russia.

L’attacco a Istanbul è avvenuto non distante dai consolati russo e svedese, e pone un’ulteriore layer di interesse geopolitico nella vicenda. Anche perché difficilmente le azioni terroristiche pianificate sono casuali. Sono piuttosto pensate come atti per seminare caos, calcare su faglie e cicatrici ancora sanguinanti, e instaurarsi in una zona grigia all’interno della quale si perde l’orientamento.

Potrebbe non essere dunque casuale che quanto accaduto si ponga nelle tempistiche della politica interna turca come una sorta di “inizio” semi-formale della campagna elettorale. Una fase che, per un Paese che sta privilegiando la dimensione geopolitica, sarà caratterizzata da passaggi che riguarderanno la postura e i rapporti esterni di Ankara.

In un editoriale, il quotidiano Cumhuriyet ha chiesto una risposta forte: “Dobbiamo prendere sul serio la lotta contro i fiancheggiatori del terrorismo, in patria e all’estero. E soprattutto dobbiamo rafforzare i controlli alle frontiere e preparare una lista dei terroristi che sono entrati in Turchia travestiti da richiedenti asilo”. L’immigrazione irregolare è un tema sentito anche tra i cittadini turchi; questione da cui raccogliere consenso politico mentre si cerca — faticosamente — di rimettere in ordine l’economia e riprendere lo sviluppo del Paese.

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