Usa e Nigeria contro lo Stato Islamico. L’uccisione di Abu-Bilal al-Minuki
L'articolo di Ginevra Leganza
È un’attenzione particolare quella che il presidente degli Stati Uniti riserva alla Nigeria. Uno spazio, allargatosi nella difesa dei “fratelli cristiani”, che trova ampia eco sulla sua piattaforma: Truth. Ed ecco allora come egli rivendichi, qui, l’uccisione di Abu-Bilal al-Minuki. L’eliminazione, avvenuta nella notte tra 15 e 16 maggio, del coordinatore africano dello Stato Islamico. Lui che sia Washington sia Abuja individuano, oggi, quale “numero due mondiale” dell’Isis.
L’annuncio di Trump, diffuso congiuntamente dall’amministrazione statunitense e dal presidente Bola Ahmed Tinubu, segna così il rafforzamento della cooperazione militare tra Usa e Nigeria contro le cellule affiliate dello Stato Islamico attive nel bacino del lago Ciad. Fonti americane ritengono Al-Minuki svolgesse qui un ruolo centrale nel coordinamento dell’Iswap (Islamic State West Africa Province, la formazione nata dalla scissione di Boko Haram nel 2016). Considerato stratega della logistica e del finanziamento delle operazioni regionali, il leader jihadista avrebbe così consolidato i collegamenti tra le varie sigle attive tra Nigeria, Niger, Ciad e Camerun. Un filo rosso dell’organizzazione terroristica subsahariana spezzatosi, pochi giorni fa, con la sua morte.
Abu-Bilal al-Minuki era infatti considerato un asse nell’architettura internazionale dello Stato Islamico tantoché, secondo il Comando statunitense per l’Africa (Africom), sembrava svolgesse funzioni legate non solo alla pianificazione operativa, ma pure al finanziamento e allo sviluppo tecnologico delle reti affiliate all’Isis nel continente. Within Nigeria sottolinea, poi, il suo ruolo nella modernizzazione tattica delle cellule jihadiste attraverso il potenziamento di sistemi di comunicazione, l’utilizzo di droni nonché il perfezionamento degli ordigni improvvisati. Un ruolo che accresce l’impatto strategico della sua eliminazione, per quanto la morte di un leader raramente coincida con il collasso della struttura armata. A maggior ragione se le organizzazioni jihadiste contemporanee funzionano secondo modelli decentralizzati: reticolati dove i vertici locali godono di un’ampia autonomia operativa.
L’epicentro africano del jihadismo. I dati
Reuters e Associated Press osservano, a tal proposito, come l’Isis appaia sempre meno organizzazione centralizzata e sempre più rete transnazionale composta da province regionali. E sarà dunque anche per questo che l’Africa subsahariana, oggi, è il principale spazio operativo dello Stato Islamico e, più in generale, del jihadismo. L’ultimo report dell’Africa Center for Strategic Studies, per esempio, nota come il continente ne sia ormai il principale teatro. Solo nel 2025 gli episodi di violenza legati ai gruppi islamisti armati hanno toccato i picchi mai raggiunti degli oltre 8.300 attacchi e delle quasi 24 mila vittime. Dove a trainare la degenerazione sono stati Sahel, Somalia e bacino del lago Ciad. Aree che – spiega il report – concentrano da sole la quasi totalità delle morti attribuite ai movimenti in Africa. In tale quadro, poi, il Sahel rappresenta il cuore della crisi. Mali, Burkina Faso e Niger raccolgono oltre il 40 per cento delle vittime. Il centro studi fotografa ancora la crescita esponenziale delle attività del Jnim, la coalizione affiliata ad al-Qaeda, fintantoché anche il Corno d’Africa e il lago Ciad registrano un logoramento della sicurezza. In Somalia, Al-Shabaab e le rivali cellule locali dello Stato Islamico hanno intensificato gli attacchi attraverso l’uso di droni, ordigni improvvisati e operazioni coordinate, mentre la branca somala dell’Isis viene descritta come “uno snodo logistico e finanziario” cruciale per l’organizzazione globale. Nel nord-est della Nigeria, Boko Haram e soprattutto Iswap hanno ripreso a colpire con maggiore intensità dopo anni di relativa flessione della violenza. L’utilizzo di droni da ricognizione e sistemi esplosivi avanzati contro le forze armate nigeriane è la spia nonché l’esito dello sforzo. Per l’Africa Center, insomma, questi sviluppi confermano una mutazione del jihadismo contemporaneo che dai bastioni mediorientali vede nell’Africa subsahariana il nuovo centro gravitazionale. Il nuovo e assai più ampio teatro che rafforza la vulgata anti-statale dei gruppi armati
Chirurgie militari
In tale cornice, gli Stati Uniti hanno così intensificato il loro supporto in Nigeria. La difesa dei “fratelli cristiani”, com’è facile immaginare, s’innesta con l’ultima operazione condotta nell’ottica dell’attacco mirato. Eppure, già alla fine del 2025 – e dunque all’indomani del bombardamento statunitense avvenuto il giorno di Natale – il Council on Foreign Relations analizzava le ragioni politiche e strategiche che avevano portato l’amministrazione Trump a condurre attacchi aerei nel paese. Il Cfr li iscriveva in un’ampia strategia anti-jihadista. Una visione caratterizzata dall’approccio “America First”, certo, che perciò ha privilegiato e privilegia operazioni militari limitate, mirate e a basso impegno rispetto a interventi terrestri prolungati o a una presenza stabile in loco. In tal senso, l’approccio era descritto come uno degli strumenti ricorrenti nella gestione delle minacce in Africa occidentale. In particolare, nei contesti in cui le organizzazioni affiliate allo Stato Islamico mantengono una capacità operativa regionale. Ed ecco allora come proprio in questo schema si possa forse collocare l’eliminazione di Abu-Bilal al-Minuki. Un’azione condotta secondo il modello di intervento chirurgico che pure riflette, stando alle analisi strategiche citate, la crescente centralità del continente africano nella politica di contenimento dello Stato Islamico.