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Valorizzare la diplomazia culturale in politica estera: uno strumento fondamentale per stabilità, sicurezza, sviluppo e pace

di Mirella Emiliozzi

Il contributo dell'On. Mirella Emiliozzi, Presidente dell'Unione Interparlamentare Italia-Corno D’Africa

“Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace”. Il preambolo costitutivo dell’UNESCO, nata all’indomani del triste capitolo della Seconda guerra mondiale, evidenzia bene quanto la costruzione di una pace duratura non possa passare soltanto per accordi politici o economici, ma debba essere fondata su educazione, collaborazione tra nazioni, cultura. E sembra così indicarci una via in un’epoca particolarmente complessa come quella che stiamo vivendo ora: la via della diplomazia culturale.

La diplomazia culturale esiste da sempre in ogni contesto di relazioni internazionali. E non può che rivestire un ruolo fondamentale per un paese come il nostro, che si fonda sulla cultura, elemento essenziale della nostra identità a cui attingere per affrontare le sfide della contemporaneità. Fondamentale nella politica estera, la diplomazia culturale rappresenta al tempo stesso sia uno strumento di soft power per intessere e consolidare relazioni con altri Stati, sia un modo per promuovere e raccontare la nostra nazione. Terra universalmente riconosciuta come “superpotenza della bellezza e della cultura”, l’Italia è in grado di parlare a tutti con la sua arte, il fascino e la bellezza dei suoi luoghi, i prodotti artigianali e di design, la moda, il cibo, la lingua, la musica e il bel canto ed è apprezzata in tutto il mondo per questo. E anche perché la dimensione della cultura in Italia non è confinata nei musei o comunque nei luoghi tradizionalmente deputati ad essa come accade nelle altre nazioni, ma, al contrario, è pervasiva, e riguarda la realtà di ogni giorno, invade le piazze, le strade, le chiese dei nostri innumerevoli centri storici, fino a divenire tutt’uno con il nostro paesaggio, come riconosce la Costituzione nel suo articolo forse più particolare tra quelli presenti nei primi dodici principi fondamentali che sono alla base della nostra convivenza democratica. E non potrebbe essere altrimenti per un popolo che ha trovato la sua prima forma di unità non in un ordinamento amministrativo statale, ma dentro un fattore culturale, ossia una lingua comune, l’italiano, che è stato nei fatti la prima forma di unità nazionale che ha conosciuto il nostro popolo, come per primo intuì visionariamente Dante. Quale altra nazione al mondo può dire di essere nata in principio dal sogno di un poeta? Anche per questo è così affascinate conoscere l’italiano, che non a caso è tra le lingue più studiate a livello globale, spesso per il solo piacere di impararlo e poter entrare in questo modo in contatto con l’anima più profonda di un popolo così unico al mondo come il nostro.

La cultura diventa così anche un potente strumento di dialogo tra popoli, eredità del passato e ponte verso il futuro, che crea integrazione e inclusione sociale e permette un approccio simmetrico e win-win con gli altri popoli. Perché la cultura di una nazione ne riflette l’anima ed è anche un veicolo formidabile per coniugare la vitalità dell’economia creativa di un Paese e la forza attrattiva del suo patrimonio immateriale, attraverso il coordinamento armonico di valori, espressioni culturali e scelte di politica estera.

Non a caso la Farnesina ha recentemente messo al centro della sua riorganizzazione l’ufficio per la diplomazia pubblica e culturale, che di fatto è la declinazione di quanto e come la cultura sia il più potente strumento di relazioni internazionali improntate al dialogo e alla pace, concetti oggi più che mai fondamentali.

A questo si aggiungono le attività portate avanti attraverso una “rete culturale diffusa” fatta di 128 Ambasciate, 81 Consolati e 82 Istituti Italiani di Cultura, ai quali si aggiungono le Scuole italiane nel mondo, le Cattedre e i Lettorati in Università straniere e le missioni archeologiche italiane all’estero.

Ma gli attori coinvolti nella diplomazia culturale sono ancora più numerosi: da organizzazioni internazionali impegnate in ambito culturale, a soggetti pubblici e privati, Ong, che insieme esprimono la ricchezza e il dinamismo del tessuto nazionale e che possono contribuire in modo rilevante alla complessa opera di posizionamento del nostro paese in ambito geopolitico rispetto alle altre potenze globali. Si tratta di attori che sviluppano una cooperazione fondamentale, che crea di fatto le premesse e le condizioni per la pace: perché quando si coopera si creano scambi, dialoghi, interconnessioni. Le basi della convivenza pacifica, concetto evidenziato in più occasioni dalla stessa Unione Europea: in linea con l’Agenda 2030, che riconosce la diversità culturale e il dialogo interculturale come principi essenziali dello sviluppo sostenibile, la Commissione Europea ha adottato, ad esempio, una Strategia per le relazioni culturali internazionali per incoraggiare la cooperazione culturale tra l’Unione e i suoi Paesi partner e promuovere così “un ordine mondiale basato sulla pace, sullo stato di diritto, sulla libertà di espressione, sulla comprensione reciproca e sul rispetto dei valori fondamentali”.

Non posso non pensare allora ai legami speciali che l’Italia ha con vari paesi africani, che passano per il fattore culturale e per il settore della tutela del patrimonio culturale, nel quale in più occasioni ci siamo distinti e ritagliati un ruolo di prim’ordine. Relazioni che portano un reciproco arricchimento, creano ponti e rafforzano gli scambi e la conoscenza reciproca.

Ho vividi ricordi dei colori meravigliosi della regione del Corno D’Africa che ho visitato nel 2019 e porto nel cuore i tanti messaggi ricevuti nel mio viaggio e in seguito che mi invitano a rinsaldare lo storico legame culturale con l’Italia.

Ritengo che in un momento storico di grandi difficoltà come quello attuale sia necessario avere stimoli propositivi e positivi. Abbiamo bisogno di seguire gli stimoli di un pensiero divergente per innescare un circolo virtuoso fatto di cambiamenti che abbia come punto di partenza la nostra storia e come obiettivo la costruzione di un futuro che scardini i confini di molte certezze entro cui ci siamo abituati a muovere, e che sono diventate troppo spesso il nostro limite.

Per riuscirci dobbiamo fare nostre le categorie di pensiero dei giovani cresciuti muovendosi nello spazio senza confini del web come cittadini del mondo: per questo non possiamo che fare leva sulla cultura, la solida base costituita dalla nostra storia passata, e sulle nuove generazioni.

Un esempio concreto possono essere due iniziative che mi stanno particolarmente a cuore e a cui ho partecipato attivamente: un progetto della Fondazione Med-Or di promozione e insegnamento in Somalia della lingua italiana, oltre che di sostegno all’alta formazione, attraverso l’erogazione di borse di studio e corsi di formazione professionale. E un’iniziativa del nostro Ambasciatore in Somalia, Alberto Vecchi, che ha permesso di reinserire trasmissioni in italiano nel palinsesto di Radio Mogadiscio.

Proprio di recente, in un clima di forte insicurezza e instabilità, la Somalia ha eletto un nuovo Presidente, Hassan Sheikh Mohamud. Numerose le sfide che lo attendono, a partire dalla minaccia del terrorismo e da una carestia epocale, che mette più di un milione di bambini a rischio di malnutrizione acuta, in Somalia ma anche in altri paesi come Etiopia e Kenya. Sfide che non possiamo ignorare e che hanno un forte impatto nell’intera regione ed oltre.

Promuovendo la diffusione dell’italiano, ci si pone l’obiettivo di ravvivare la connessione tra due realtà apparentemente lontane, ma storicamente ancora molto vicine, con l’auspicio di dar vita ad una sinergia culturale che sia terreno fertile per il progresso reciproco e per incrementare gli scambi, le connessioni, le relazioni tra gli studenti, che giocano un ruolo importante per facilitare il dialogo e rinsaldare un’amicizia, oggi ancora di più, strategica. Tutto questo permette di immaginare un domani diverso, riprendendo in qualche modo lo spirito del programma Erasmus, che tanto ha contribuito alla creazione di una coscienza europea nei nostri giovani.

E se l’Africa rappresenta un interesse strategico per tutti noi, ma anche un partner naturale, ritengo che nel più ampio contesto europeo il nostro paese, tradizionalmente protagonista nell’area, possa fare la differenza proprio per la sua capacità di soft power, di attrarre e di dialogare, per la sua diplomazia culturale appunto, fondamentali per la stabilità, la sicurezza e lo sviluppo anche economico del continente africano. Sono questi i presupposti indispensabili anche per intraprendere l’unica strada che può condurre alla soluzione della spinosa questione delle migrazioni, ma che rimane di estrema urgenza.

Valorizzando le sue capacità di soft power, l’Italia può e deve tornare a ricoprire un ruolo centrale nel Corno d’Africa, e nel continente africano più in generale, mantenendo l’attenzione massima su quanto vi accade, e promuovendo uno sforzo ulteriore nella regione che deve essere necessariamente congiunto e auspicabilmente coordinato. Uno sforzo che è fatto sì di programmi, di fondi, di cooperazione allo sviluppo, di collaborazione economica e politica, ma che passa anche per scambi culturali e connessioni interpersonali, comprese quelle tra i parlamentari, magari anche attraverso l’Unione Interparlamentare Italia-Corno d’Africa, che ho l’onore di presiedere.

Mi sono chiesta a lungo cosa si potesse pensare di una politica che, come me, prima in piena crisi, poi in piena pandemia e infine in piena guerra, parli di diplomazia culturale. Eppure, davanti alle tante sfide che dobbiamo affrontare, continuo a credere che sia proprio questa la strada maestra per vincere ogni crisi, ogni pandemia, ogni guerra e per gettare le basi per costruire un futuro diverso, insieme.

Come ha ripetuto più volte Papa Francesco, “chi innalza muri ne resta prigioniero, i costruttori di ponti vanno avanti”, ed è questo in definitiva il senso, la missione e la visione di ogni forma di diplomazia culturale: avere il coraggio di costruire ponti tra popoli diversi e lontani attraverso cui porre le basi di una conoscenza reciproca e necessaria per stabilire un futuro comune di pace.

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