Approfondimenti

Vox clamans in deserto

La prudenza di Papa Leone sulla pace, la dottrina della Chiesa cattolica sulla guerra

Le parole ‘prudenti’ di papa Leone XIV sulla guerra.

Cosa sta facendo la Chiesa cattolica nella guerra del Golfo? La Chiesa cattolica si è schierata, subito, contro le ostilità, ma la sua voce appare, a essere onesti, flebile e debole.

Sembra prevalere un mix fatto di ‘prudenza’ e ‘diplomazia’ che si intreccia a una diplomazia vaticana ‘storica’ che ha fatto, per secoli, del Vaticano una potenza mondiale, ma che oggi appare afona, di certo meno rispettata un tempo.

Certo, il Papa si è schierato, e da subito, contro la guerra. Appena scoppiato il conflitto, Leone XIII invoca la pace, nel primo Angelus (I marzo): “La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi voragine irreparabile! La diplomazia ritrovi il suo ruolo”. Nell’Angelus precedente (8 marzo), ribadiva: “Eleviamo la nostra umile preghiera al Signore perché cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi e si apra uno spazio di dialogo in cui si possa sentire la voce dei popoli”. Nell’ultimo Angelus (15 marzo), il Papa manifesta la sua contrarietà “all’atroce violenza della guerra” a “migliaia di persone innocenti” e ammonisce: «mi rivolgo ai responsabili del conflitto, cessate il fuoco!».

Il Papa, però, si mostra moderato e prudente. E, ad oggi, da Leone XIV non si sono ancora ascoltati interventi duri, perentori, espliciti, di condanna agli attacchi contro l'Iran. Non vengono nominati, mai, esplicitamente, aggrediti e aggressori. Il Papa mantiene una posizione equilibrata.

La prudenza, di stampo ‘agostiniano’, del Papa è palese. Il problema sta nella forza di un messaggio poco ascoltato.

Resta evidente che le personalità dei diversi pontefici che si succedono sul soglio di Pietro contano. Un papa ‘mite’, intellettuale e poco propenso a imporre la sua leadership, nel panorama mondiale, fa la differenza. Papa Leone non è Papa Francesco e non è Papa Giovanni Paolo II. La ‘rivoluzione’ che pure sta mettendo in atto, dentro la Curia romana, per segnare il suo pontificato, è assai felpata. Papa Leone non è, né vuole essere, in buona sostanza, un Papa ‘mediatico’ come lo furono sia Papa Francesco che, Papa Giovanni Paolo II (due Papi, peraltro, diversissimi).

La diplomazia vaticana, l’Ostpolitik, e il suo declino.

L’altro problema riguarda la diplomazia vaticana e il suo, evidente, declino. La Santa Sede ha spesso esercitato un importante ruolo diplomatico nella risoluzione dei conflitti, costruendo inediti canali di dialogo e contribuendo a collaudare innovativi meccanismi di arbitrato e mediazione su scala globale. Si parte dall’opera di mediazione di papa Giovanni XXIII, nel corso della ‘Guerra Fredda’, tra USA e URSS, specie durante la crisi dei missili a Cuba (1963). Si passa per l’intervento di Papa Paolo VI all’Assemblea Generale dell’ONU (1967), che chiede “un’ordine giuridico internazionalmente riconosciuto” e inaugura la ‘religione’ dei diritti umani. E si arriva al magistero umanitario e all’idea di ingerenza umanitaria di Giovanni Paolo II.

La diplomazia vaticana conduce un lento e faticoso tentativo di dialogo con i Paesi del blocco comunista: è la Ostpolitik, secondo la terminologia del cancelliere tedesco Willy Brandt, e viene usata nell’attività della Santa Sede.

La diplomazia vaticana assurge, però, a modello politico-diplomatico mondiale quando papa Wojtyla nomina, appena un anno dopo la elezione, mons. Agostino Casaroli Segretario di Stato, per poi elevarlo al rango di cardinale. Già uomo di fiducia di Giovanni XXIII e poi di Paolo VI, ma soprattutto effettivo segretario di Stato (1979-1990) sotto Giovanni Paolo II, Agostino Casaroli (1914-1998) era convinto che le persecuzioni dei cattolici nei paesi comunisti fossero dovute anche alla politica “aggressiva” della Chiesa anticomunista del II Novecento (Pio XII). Egli arriva persino a ‘interpretare’ la sua missione in modo difforme dalla linea del Papa che lo aveva nominato. “Per Casaroli – osservava il politologo Zbigniew Brzezinski - il comunismo era una forma di potere con cui si doveva convivere. Per il Papa il comunismo era un male che non si poteva evitare, ma che si poteva indebolire”. A Casaroli segue mons. Angelo Sodano (1991-2006), che scavalla ben due Papi (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI). A lui mons. Tarcisio Bertone (2006-2013), che serve altri due Papi (Benedetto XVI e papa Francesco). L’attuale segretario di Stato, mons. Pietro Parolin, nominato da Papa Francesco (2013), viene riconfermato in carica da Papa Leone XVI. Ma se, già con il Papa polacco, era vigente una ‘diarchia’, che vedeva il papa seguire una ‘sua’ linea di politica estera e diplomatica del tutto personale, man mano che i papi si succedono la politica estera vaticana perde peso e prestigio. Di fatto, come è già evidente nel papato di Francesco I, la ‘linea’, più che il Segretario di Stato, la indica il Papa.

Certo, i toni di Parolin sono, oggi, lievemente, diversi da quelli del Papa. In una intervista ai media della Santa Sede, Parolin dice: “Il ricorso alla forza va considerato solo come ultima e gravissima istanza, dopo che tutti gli strumenti del dialogo politico e diplomatico sono stati utilizzati. Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla ‘guerra preventiva’, senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme”. Per questo, aggiunge Parolin, “è davvero preoccupante il venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza”. Ma, al netto dei toni, rispetto a quelli di papa Leone, il bilancio resta quello. La diplomazia vaticana segue, di risulta, il pensiero del Papa.

Il risveglio dell’evangelismo patriottico sotto Trump.

Ma Leone è anche il primo Papa ‘nord-americano’ della Storia. Papa Prevost, questa l’opinione comune, ‘non ama’ Trump e ne è, poco cordialmente, ricambiato. Inoltre, suscita una aperta ostilità tra i conservatori del mondo ‘Maga’ dalla sua elezione (8 maggio 2025). Certo, tra i trumpisti, papa Francesco, che definiva Trump come un “non cristiano”, era ‘odiato’. Papa Leone non è amato.

Trump, cresciuto nella professione di fede presbiteriana della madre, si professa cristiano ‘non denominazionale’. In pratica, le Chiese ‘non denominazionali’ del cristianesimo sono congregazioni non affiliate a una denominazione tradizionale e ‘separate’ dal cristianesimo.

Trump, già ai primi di febbraio 2025, aveva voluto e varato l’Ufficio della Fede, un unicum nell’intera storia Usa. Sostenendo di voler rimettere al centro la religione, ha firmato un ordine esecutivo che istituisce un Ufficio apposito, affidandolo alla telepredicatrice Paula White Cain, da anni sua consigliera spirituale. Suonano profetiche, al contrario, le sue parole di allora: “Come dice la Bibbia, ‘Beato chi porta la pace’. Alla fine, spero che la mia più grande eredità, quando tutto sarà finito, sarà essere conosciuto come un pacificatore e un unificatore”.

Poi, particolare scalpore e sconcerto, specie tra i cattolici, suscita la preghiera voluta da Trump nello Studio Ovale con esponenti di varie Chiese, quasi tutte evangeliche, che, il 6 marzo scorso, hanno visto, a favor di foto e telecamera, una corte di predicatori che si raccoglie in preghiera, dietro al Presidente, per invocare la benedizione sul ‘Supreme Commander’ a capo dell’esercito impegnato in una guerra.

Il genere teologico è il nazionalismo o eccezionalismo cristiano che ha la sua radice in una parte nella storia Usa, in cui la religione non è mai stata un puro fatto privato. Non si tratta di un’esplosione lineare della religiosità, che non aumenta, ma dell’utilizzo selettivo della religione come strumento di coesione, legittimazione, mobilitazione. Il richiamo al “risveglio” religioso è funzionale: serve a consolidare la base conservatrice, rafforzare il nazionalismo cristiano e dare senso morale alle scelte di politica estera, specie nell’elettorato conservatore di fede evangelica.

La critica (scoperta) dei vescovi cattolici Usa a Trump.

E, nonostante o forse proprio perché dei pezzi da novanta dell’attuale amministrazione Usa (D. Vance, Marco Rubio) si professino cattolici a pieno titolo, il mondo cattolico – e, in filigrana, anche lo stesso Papa – ne diffidano dall’inizio.

Prima di diventare Papa, il cardinale Prevost critica, in diversi tweet non ufficiali, a febbraio e maggio del 2025, le politiche anti-immigrazione dell’amministrazione Trump. Lo scontro, ovviamente, si è riacceso sulla guerra in Iran. Significativo l’appello, già del 19 gennaio, di tre cardinali statunitensi, Robert McElroy, Blase Cupich, Joseph Tobin, arcivescovi di Washington, Chicago e Newark: “Cerchiamo una politica estera che rispetti e promuova il diritto alla vita umana, la libertà religiosa e la promozione della dignità umana in tutto il mondo, specie attraverso l’assistenza economica” scrivono in una nota congiunta.

E la guerra in Iran? Per McElroy è “non moralmente legittima perché non soddisfa i criteri della Chiesa in materia di guerra giusta”, per Cupich “la guerra non è un videogioco”. L’impressione è che sia l’episcopato Usa che, dall’altra parte dell’Oceano, quello cattolico italiano, reso evidente dalla linea impressa alla CEI da mons. Zuppi, siano e restino più duri, ultimativi e, dunque, anche chiari, rispetto a papa Leone, le cui parole appaiono più sfumate.

Resta il punto. La voce del Papa attuale ‘si sente’ poco. La condanna della guerra c’è, l’indicazione dei responsabili (e dunque la loro eventuale condanna, davanti i cattolici) no o almeno non in modo netto. Non si dice, qui, ovviamente, se la cosa sia un bene o sia un male, si registra solo un tono.

In buona sostanza, la ‘vox clamans in deserto’, come sempre è stata, del Papa, di volta in volta regnante, rispetto alle guerre in corso, oggi appare debole, appannata e flebile, specie se si paragona papa Leone ai suoi carismatici predecessori: papa Francesco e Giovanni Paolo II. Ma è arrivato il momento di analizzare il concetto, storico, della ‘guerra giusta’ e le posizioni di altri Papi in altri

L’evoluzione storica del pensiero cattolico sulla guerra. Sant’Agostino, San Tommaso e l’idea di ‘guerra giusta’.

Per secoli, la Chiesa ha sostenuto, teorizzato e giustificato un principio, la “guerra giusta”, che autorizza e avalla pure fenomeni storici, culturali, sociali negativi (le Crociate). Il nume tutelare del pensiero cattolico sulla guerra giusta è il vescovo di Ippona, Sant’Agostino, non a caso assai caro a papa Leone, agostiniano doc. Agostino non condanna mai, nei suoi scritti, la guerra in modo assoluto, ma la considera, anzi, ‘giustificata’ se è guerra di difesa o per ottenere la pace. La guerra, per Sant’Agostino, non è un male in sé: il suo valore morale dipende dall’intenzione e dal fine per cui è condotta. Davanti all’attacco che i Vandali portano alla sua città, Ippona (430 d.C.) dove muore nell’assedio, Sant’Agostino dice: “Non si cerca la pace per provocare la guerra, ma si fa la guerra per ottenere la pace. Sii dunque ispirato dalla pace – scrive al generale romano Bonifacio – in modo che, vincendo, tu possa condurre al bene della pace coloro che sconfiggi”.

Non sono le armi in sé ad essere malvagie, ma l’odio, la vendetta e la sete di potere che motivano chi provoca la guerra. Si deve a lui la prima elaborazione della dottrina della ‘guerra giusta’, che viene accettata in tre casi: 1) la guerra è lecita se intrapresa per preservare la pace o per ristabilire l’ordine, non per mera aggressione o conquista; 2) la guerra deve essere condotta con l’intento di raggiungere la pace e moderazione, senza crudeltà ingiuste; 3) la pace non è solo assenza di guerra, ma una condizione di ordine e giustizia che può richiedere l’uso della forza.

A questi tre principi, San Tommaso, e poi la Patristica, ne aggiungono altri due: la ‘ultima ratio’ (cioè la guerra fatta solo dopo aver esperito ogni possibile via diplomatica) e il ‘debitus modus’ che riguarda, a sua volta, lo ‘ius in bello’ (uso dei mezzi legittimi e protezione delle vite dei civili). La guerra, dunque, deve rispettare alcuni stretti principi: 1) essere proclamata da un’autorità giusta e competente; 2) essere dichiarata per una causa giusta, cioè per “una colpa da parte di coloro contro cui si fa la guerra”; 3) l’intenzione di chi combatte deve essere retta, al fine di “promuovere il bene e a evitare il male”. Principi chiari.

Il concetto di ‘guerra giusta’, ove necessitata da gravi condizioni resta, da allora, fisso, nel magistero della Chiesa. Ancora nel 1992, quando – sotto papa Giovanni Paolo II – viene licenziato il “Catechismo della Chiesa cattolica”, si riafferma la dottrina tradizionale sulla liceità della guerra giusta, ammonendo che vanno “considerare con rigore le strette condizioni che la giustificano”. Il Nuovo Catechismo chiosa: “Che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo”.

La guerra come “inutile strage”. I Papi del Novecento.

Ma, nel Novecento, la Chiesa radicalizza il suo magistero. Si parte dalla definizione di guerra (in quel caso era la Prima guerra Mondiale) come “inutile strage” di Benedetto XV (lettera apostolica ai capi dei popoli belligeranti, 1917). Si passa per la denuncia delle “illegalità di misure violente e il dovere di permettere la libera manifestazione della volontà contro autorità responsabili” (Pio XII, enciclica ‘Mitt brennender Sorge’, contro la Germania, 1937). E si arriva al magistero di papa Giovanni XIII (enciclica ‘Pacem in terris’, 1963), dove si decreta che “è al di fuori di ogni razionalità, utilizzare la guerra come strumento di giustizia”. Il contesto era quello di una guerra nucleare, ritenuta allora incombente. La Chiesa diventa ‘pacifista’.

L’ingerenza umanitaria per papa Giovanni Paolo II.

Il papa ‘rivoluzionario’ è papa Giovanni Paolo II. Da un lato, tuona contro la Prima e la Seconda Guerra del Golfo, dall’altro conia il principio dell’ingerenza umanitaria (‘armata’) sui massacri perpetrati in Bosnia-Erzegovina.

Giovanni Paolo II invoca il principio della ‘ingerenza umanitaria’ e lo rende pubblico già il 5 dicembre 1992: “La coscienza comune dell’umanità, ormai sostenuta dalle disposizioni del diritto internazionale umanitario, chiede che sia reso obbligatorio l’intervento nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza di popoli e interi gruppi etnici, è un dovere per le nazioni e la comunità internazionale” (discorso alla Fao del 1992).

Il concetto di intervento umanitario viene approfondito nell’ incontro con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il 16 gennaio 1993:il vero cuore della vita internazionale non sono tanto gli Stati, quanto l’uomo. L’emergere dell’individuo è alla base di ciò che viene chiamato il ‘diritto umanitario’. Esistono degli interessi che trascendono gli Stati, quelli della persona umana. L’uomo e le sue necessità sono, purtroppo, minacciati, a dispetto dei testi più o meno vincolanti del diritto internazionale, a tal punto che un nuovo concetto si è imposto, in questi mesi, quello di ingerenza umanitaria”.

La posizione del Papa fa, ovviamente, discutere: viene accusato di interventismo e di avallare l’uso delle armi. Ma le atrocità che le popolazioni civili di Bosnia ed Erzegovina subiscono rendono immorale e antigiuridica una posizione di “indifferenza” sui crimini, agli occhi dell’allora Papa.

Papa Giovanni Paolo II leader del pacifismo mondiale?

Certo è che, sia nella Prima che Seconda Guerra del Golfo, il papa ‘polacco’ diventa, di fatto, il leader ‘morale’ di un’onda (il movimento pacifista mondiale) che si oppone alla guerra, al punto che la sinistra – italiana e mondiale – si pone sotto le ‘bandiere’ del Papa per dire ‘no’ alla guerra.

Ma il Papa polacco, fieramente anticomunista, che non ha mai sposato la ‘religione’ del liberalismo (e del liberismo), inaugura, di fatto, una nuova ‘religione’, basata sul rispetto dei diritti umani e dell’‘ingerenza umanitaria’. Il che, peraltro, fa a pugni con chi lo vuole arruolare come leader del pacifismo antioccidentale. Papa Wojtyla insiste nel collegare la pace al paradigma etico-giuridico dei “diritti umani per tutti”, coniando un ‘nuovo’ Diritto internazionale in cui i diritti trovano pieno riconoscimento.

La sua opposizione frontale alle due guerre in Iraq è netta, ma il ‘pacifismo’ di Giovanni Paolo II è realistico, duttile: condanna le Guerre nel Golfo, ma incita a intervenire nelle guerre balcaniche con interventi (militari) ‘umanitari’.

Una contraddizione che, dopo la parentesi del papato di Papa Benedetto XVI, il quale preferisce concentrarsi nell’opposizione al relativismo culturale, nel richiamare le “radici cristiane dell’Europa” e criticare il rapporto tra Fede e violenza nell’Islam (discorso di Ratisbona, 2006), viene invece riportata a una opposizione ‘senza se e senza ma’ alla guerra, ovunque e comunque condotta, da Francesco.

Papa Francesco e la ‘Terza Guerra Mondiale a pezzi’.

Viviamo in una terza guerra mondiale combattuta a pezzi” sono le parole di Papa Francesco nel famoso discorso tenuto agli Ambasciatori in Vaticano del 13 maggio 2023. Già nel 2014, papa Francesco, in un viaggio di ritorno dalla Corea, utilizzava il concetto di “una guerra mondiale a pezzetti” per descrivere i numerosi conflitti allora in corso. Poi formalizza la sua analisi nella Enciclica “Fratelli tutti” (2020):Guerre, attentati, persecuzioni per motivi razziali o religiosi, e tanti soprusi. Tali situazioni di violenza vanno moltiplicandosi dolorosamente in molte regioni del mondo tanto da assumere le fattezze di quella che si potrebbe chiamare una Terza guerra mondiale a pezzi”.

L’Enciclica “Fratelli tutti” indica due punti fondamentali: la condanna esplicita della guerra, anche quella difensiva, e la “Pace positiva”. Francesco nega espressamente che la guerra possa essere uno strumento della politica poiché spesso ammantata da “ogni tipo di scuse apparentemente umanitarie, difensive o preventive”. Il grido escatologico e profetico diventa uno, definitivo: Mai più la guerra!.

Il problema è che è scoppiata la guerra in Ucraina (2022). Le polemiche travolgono Papa Francesco quando, in un’intervista alla Radio-tv svizzera (20 marzo 2024), lancia un appello a Kiev perché abbia “il coraggio della bandiera bianca” e negozi la pace con la Russia: “È più forte chi pensa al popolo, chi ha il coraggio della bandiera bianca. Quando vedi che sei sconfitto, occorre avere il coraggio di negoziare, una parola che è coraggiosa. Serve negoziare in tempo. Non abbiate vergogna di negoziare, prima che la situazione sia peggiore. Il negoziato non è mai una resa”.

Parole che provocano una durissima reazione dell’Ucraina: un ‘incidente’ diplomatico che travolge la Santa Sede. Di fatto, la posizione ‘senza se e senza ma’ della Chiesa, sotto Francesco, diventa insieme apodittica e irrealistica. Una teoria ‘estrema’ che pone la Chiesa in un cul de sac.

Il grido ‘mai più guerra’ di Francesco mette la Chiesa – e, dunque, anche la diplomazia vaticana – in un imbuto, etico e teologico, di sostanziale impotenza. Se non vale più non solo la dottrina della ‘guerra giusta’, ma anche la teoria dell’ingerenza umanitaria, cara a Giovanni Paolo II, è evidente che la voce del Vaticano è vox clamans in deserto. O esiste la Pace, o esiste la Guerra. Tertium non datur esse.

Papa Leone sembra iscriversi e restare dentro il paradigma. Nel discorso per la Giornata Mondiale della Pace (I gennaio 2026), invoca una “pace disarmata e disarmante, umile e perseverante”, chiedendo ai cristiani di essere “operatori di pace, sentinelle nella notte, testimoni e profeti di una pace disarmata”. La differenza, dunque, sta nei toni. Quelli di papa Francesco erano apodittici, escatologici. Quelli di papa Leone appaiono più timidi, prudenziali, quasi rispettosi di (tutte) le parti interessate dal conflitto. Dal ‘mai più guerra!’ si passa al ‘basta guerre!’. La Chiesa, di fatto, ha ‘perso la voce’. Giudizio forse ingeneroso, ma che si può tradurre, in diplomazia, così: ha una voce flebile.

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