Yerevan guarda a ovest
L'articolo di Ginevra Leganza
Meno di trentamila chilometri quadrati per quasi tre milioni di abitanti. “Il paese di pietre urlanti” – così lo chiamava il poeta russo Osip Mandel’štam – grida al mondo qualcosa di nuovo.
Per anni, il dibattito sull’Armenia si è orientato fra i due poli: Mosca ed Europa. Tuttora Yerevan, sotto la cosiddetta quarta repubblica di Nikol Pashinyan, ha intensificato i rapporti con Bruxelles e Washington suscitando il risentimento moscovita. E però, per mettere a fuoco la politica estera armena, oggi, occorre partire da un altro dato di complessità: il paese ex sovietico, che per decenni ha costruito la propria sicurezza intorno alla Russia, pensa adesso a una possibile adesione all’Unione europea senza tuttavia recidere completamente il legame con Mosca.
In Italia la chiameremmo, forse, “politica dei due forni”. Ma nel paese delle “pietre urlanti” l’espressione sarebbe fin troppo semplicistica – e finanche ridicola – per cogliere la grave importanza del riposizionamento. Yerevan, infatti, membro dell’Unione economica eurasiatica (Uee), apre all’Ue fintantoché cerca di chiudere definitivamente il conflitto con l’Azerbaigian, di normalizzare i rapporti con la Turchia, di trasformare il proprio territorio in uno snodo commerciale transcontinentale.
Non è dunque la storia di un lineare allontanamento dalla Russia, quella che va compiendosi negli ultimi tempi. Quanto il tentativo di costruire, per la prima volta, un sistema di alternative. Un ventaglio di rapporti diversificati per un piccolo stato incastonato tra rivali, nemici, ex nemici.
Non è un caso, in tal senso, che la formula utilizzata da Nikol Pashinyan il 24 agosto scorso – presentando il programma del nuovo governo – fosse incentrata sul tema “alternative”. La cui assenza rappresenterebbe, di contro, una minaccia “per la sovranità e l’indipendenza del prossimo futuro”.
Ed ecco allora come, nello stesso frangente storico in cui un paese isolato e ricco come l’Islanda declina l’ingresso in Ue, l’Armenia dichiari invece di voler presentare la domanda formale. Di voler attendere la risposta di Bruxelles. Di poter vagliare, poi, una tabella di marcia e, solo a quel punto, di essere pronta a sottoporre il tema a quesito referendario. Eppure oggi l’Armenia è membro, oltre che dell’Uee, anche dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (Csto) a guida moscovita. Tanto che la pressione putiniana – sotto forma di aut-aut – non si è fatta attendere: essere fedeli al Trattato, hanno ribadito dal Cremlino, oppure imboccare la strada verso l’Ue, con un referendum nazionale.
La crisi con Mosca
Gli ultimi mesi, quindi, hanno visibilmente squarciato un velo – per quanto il rapporto con la Russia abbia cominciato a incrinarsi ben prima che Pashinyan aprisse apertamente all’Europa.
In una serie di analisi per Carnegie Endowment, a firma di Thomas de Waal, viene sottolineato come l’Armenia abbia difficoltà, oggi, nel divincolarsi dalla Russia economica, ma gioco più facile nell’abbandonare la Russia politica. Il perché è presto detto. Ed è appunto rintracciabile in una data, il 2020, che prelude alle attuali dichiarazioni di Pashinyan.
Fu proprio in quell’anno, con la seconda guerra nel Nagorno-Karabakh, che emersero le fragilità del sistema di sicurezza russo. Sistema sul quale l’Armenia aveva fatto affidamento sin dalla fine dell’Unione Sovietica. La riconquista del Nagorno-Karabakh da parte azera, nel settembre 2023, trasformò la frattura in una crisi strategica. Le cause della sconfitta non esclusero infatti il ruolo della Russia a dispetto del Csto: Mosca, principale garante degli equilibri azero-armeni, nel 2023 concentrò le sue forze sul fronte occidentale ucraino, smarrendo così la vocazione di arbitro nel Caucaso.
In tale cornice, è evidente come l’Armenia abbia un motivo non banale per sganciarsi dal giogo diplomatico russo. E tuttavia Mosca è ben consapevole di come una dichiarazione del presidente in carica non possa annientare il suo peso nell’ambito commerciale, economico, energetico. In altre parole: a Yerevan, come ovunque, la sicurezza non è soltanto un tema strettamente bellico ma anche economico.
A ogni modo, benché l’allontanamento dalla Russia sia stato progressivo, è stato nel corso di quest’anno, il 2026, che la reazione del Cremlino ha battuto là dove il dente ancora duole: gli scambi commerciali. Già prima delle elezioni parlamentari di giugno, Mosca aveva imposto restrizioni all’ingresso di alcune categorie di prodotti armeni sul proprio mercato. Le restrizioni non rispondevano a un embargo generalizzato ma ad alcuni specifici prodotti quali l’acqua minerale Jermuk, gli ortaggi, la frutta secca, i prodotti ittici e non ultime – rilevanti anche sul piano simbolico – le bevande alcoliche. In particolare, il vino e ancor più il brandy di cui la Russia assorbe circa l’83 per cento dell’esportazione armena (leggendario, nel piccolo paese, è il brandy Ararat che Stalin avrebbe fatto spedire durante la guerra a Winston Churchill, suo estimatore).
Il 12 giugno, comunque, all’indomani delle elezioni, Mosca fece un ulteriore salto di qualità. L’ente di sorveglianza federale Rosselkhoznadzor, responsabile del controllo in materia di sicurezza alimentare, annunciò restrizioni a tutti i prodotti soggetti a quarantena fitosanitaria provenienti dall’Armenia, includendo quindi semi, piante, cereali, legname, fertilizzanti e altri prodotti agricoli. In tal senso, si può quindi notare come le restrizioni “per tappe” altro non siano state che una pressione in vista del voto. E poi, appena dopo il voto – è l’interpretazione dell’analista post-sovietico Alexander Atasuntsev – un espediente per colpire i settori economici e territoriali nei quali il premier armeno ha disposto di un ragguardevole consenso. Il torchio di Putin su Pashinyan.
Detto questo, i rapporti con Mosca hanno comunque diversi livelli di lettura. Alle elezioni del 7 giugno scorso il partito di Pashinyan, Contratto Civile, ha infatti sfiorato il 50 per cento contro un’opposizione sì frammentata ma favorevole a mantenere stretto il rapporto con Putin. Russia vs Europa in Parlamento? Non precisamente. Il premier armeno e filoeuropeo – in barba alle restrizioni – ha comunque scelto di non troncare di netto i rapporti con la Russia. E non lo ha fatto perché, seppure una parte del suo elettorato tema il ritorno, per così dire, di un ancien régime – l’ascesa di eredi degli ex presidenti filorussi Kocharyan e Sargsyan – non è stato comunque il solo anti-putinismo a determinare la vittoria. Anzi. La Russia non ha garantito l’Armenia durante la guerra – ed è il motivo per cui il filoputinismo è stato scongiurato – ma è stata la guerra stessa che, più di tutto, hanno voluto rigettare gli elettori di Contratto Civile. È tangibile, in questo quadro, quanto Pashinyan abbia costruito la campagna elettorale del 2026 intorno alla normalizzazione del conflitto con Baku. L’opposizione lo ha naturalmente accusato di avere ceduto troppo all’Azerbaigian. Eppure, una parte significativa dei quasi tre milioni di cittadini armeni sembra avere concluso che la pace sia preferibile alla ripresa dello scontro. Anche al prezzo di concessioni dolorose (non per caso, Reuters ha definito il voto una sorta di “referendum sulla gestione della pace”).
Venendo ora alla triangolazione di Yerevan, Bruxelles e Mosca, quello dell’Armenia, oggi, parrebbe quindi più un orientamento occidentale che una vera e propria scelta. E per comprendere sino in fondo quanto tutto sia ancora in divenire, basterebbe focalizzare gli ultimi fatti messi bene a in fila dall’Armenian Mirror Spectator. Vladimir Putin – è vero – non si è mai congratulato con il primo ministro armeno per la sua rielezione: e questo è il sintomo della crisi. E tuttavia, dopo la vittoria, il primo paese visitato da Pashinyan è stato proprio la Russia; il primo funzionario estero cui Pashinyan ha stretto la mano è stato il premier Mikhail Mishustin. Due elementi che, al di là delle mancate congratulazioni, hanno conclamato l’implicito riconoscimento delle elezioni e dunque del governo.
Sempre in quest’ottica, poi, neppure è risultata trascurabile la telefonata del 27 giugno, allorché – stando alla versione ufficiale – i leader avrebbero discusso del punctum dolens: il rapporto economico tra i due stati. È dunque evidente quanto sarebbe impreciso, oggi, e viziato da logica manichea, considerare la natura della relazione irreversibilmente alterata. Ancora l’Armenian Mirror Spectator sostiene invece che probabilmente i rapporti continueranno “a svilupparsi nell’ambito dell’agenda esistente, ma in un nuovo contesto geopolitico e in un ambiente caratterizzato da un certo grado di tensione”. Da una certa crisi. Amici? Nemici? “Si tratta di una partnership tesa che opera in un quadro vieppiù obsoleto”. Un quadro nel quale un’altra angolazione, poi, è quella del fronte interno.
Se esternamente pesano infatti i rapporti economici, al di qua dei confini – si diceva – pesano quelli politici. Meno ardui da arginare, certo, ma non per questo neutralizzati. In Armenia l’opposizione è largamente filorussa. Ad aver raccolto il lascito dei due ex premier – oggi reclusi – è infatti un uomo, Samvel Karapetyan, associato al partito Strong Armenia. Karapetyan è un miliardario armeno-russo che con suo nipote Narek – formalmente candidato e sconfitto – riesce comunque a garantire una presenza parlamentare significativa e a sottolineare quanto la dipendenza economica del paese non sia compatibile con i processi di integrazione europea.
Ciò detto, l’idea pare chiara: Yerevan, sotto la guida di Contratto Civile, vuole evitare di abbandonare un sistema prima di sapere quale alternativa concreta potrebbe ottenere. Detto altrimenti: l’Armenia non intende affatto sostituire una dipendenza con un’altra dipendenza. Il vento va a ovest, sì, ma il ventaglio è ancora aperto.
Promessa Bruxelles
È a partire da qui allora che, il 24 agosto scorso, il premier Pashinyan sembra aver promesso qualcosa all’Unione europea: alla vecchia Europa cui Yerevan guarda non da oggi ma almeno dal 2021. Anno dell’entrata in vigore del Comprehensive and Enhanced Partnership Agreement che ha avviato il processo di avvicinamento normativo e istituzionale.
Il 24 agosto 2026, Pashinyan ha dunque adombrato l’ingresso tra i paesi europei anche perché, nel frattempo, il rapporto con Bruxelles si è ampliato ben oltre il terreno delle riforme. Il primo vertice UE-Armenia della storia, tenutosi a Yerevan il 4 e 5 maggio 2026, ne è stato in qualche modo l’epitome. In quell’occasione, l’Armenia ha posto al centro la connettività, l’energia, i trasporti, il digitale, la sicurezza. L’Ue, dal canto suo, ha ribadito il sostegno alla sovranità armena e proprio sulla sicurezza ha intensificato la cooperazione. Già nel mese di aprile, del resto, era stata istituita una nuova missione civile europea – EUPM Armenia – distinta dalla missione di osservazione EUMA, con cui Bruxelles destinava 30 milioni di euro per sostenere le forze armate.
Tutto questo, va da sé, non è ancora un sistema di sicurezza alternativo a quello russo (si tratta appunto di una missione civile). Ma è un insieme di puntini che, se uniti, mostrano qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare. Ovvero il fatto che l’Ue sia entrata concretamente nel campo della sicurezza armena. In tal senso, è chiaro quindi come Yerevan stia progressivamente entrando nel campo politico europeo pur senza essere, ancora, parte dell’Unione. Una condizione intermedia che – stando a quanto detto – potrebbe comunque durare anni ma dimostrerebbe che una strada alternativa esiste.
Il turcologo e armenista armeno Baykar Sivazliyan, in dialogo con Med-Or, sottolinea un elemento non trascurabile se parliamo del legame con l’Europa. “Ci sono 2 milioni di armeni – dice – negli Stati Uniti”. Sull’altra sponda dell’Atlantico, in Francia, “dove il presidente risulta eletto con uno scarto anche di soli 100 mila voti, gli armeni sono 800 mila”. Numeri non risibili, s’intende. Anche perché – aggiunge Sivazliyan – “in città come Parigi o Marsiglia, dove approdarono gli armeni durante il genocidio, chi conquista il voto armeno vince la città”. Così dicono i francesi.
E a questo punto è chiaro quanto lo sguardo a occidente – pur non prescindendo da fattori contingenti – trovi una sua legittimazione anche nell’inquadramento storico del nostro rapporto con Yerevan. E dunque nella proiezione secolare del primo paese ad aver adottato il cristianesimo, nel 301 d.C., quale religione di stato. Il piccolo paese che – incastonato nel Caucaso – è giocoforza crocevia di imperi. Confine dell’impero romano che oggi guarda ancora a ovest, rischiando di vedere, in altri paesi indifferenti alle sue sorti, una promessa di fratellanza tradita.
Ma lo stato caucasico non innesta soltanto terre e culti confinanti. Qui, si incrociano infatti passato e presente. Antiche vocazioni – verso occidente – e circostanze tutte da definire a oriente. Sarebbe in tal senso impossibile mettere a fuoco l’avvicinamento dell’Armenia all’Europa senza passare dal Nagorno-Karabakh o, in lingua armena, dall’Artsakh. Sarebbe impossibile non tener conto delle questioni con l’Azerbaigian che il premier Pashinyan ha progressivamente deciso di chiudere. O perlomeno di non tenere aperte nell’ottica di un reciproco e doloroso riconoscimento territoriale dopo il 2023. Il punto politico è semplice: l’Armenia non può costruire un sistema di relazioni stabili con l’Unione europea, gli Stati Uniti – né con la complessa anticamera turca – se rimane dentro un conflitto irrisolto con Baku. Il processo di pace con l’Azerbaigian ha infatti compiuto un salto importante l’anno scorso, nell’agosto 2025, quando Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev hanno partecipato a Washington a un vertice con Donald Trump. Qui, i ministri degli Esteri dei due paesi hanno parafato un accordo che alcuni hanno definito una “svolta” per il Caucaso meridionale. Benché aperte, anche nell’ambito dell’accordo, restino ancora questioni decisive. Tra queste, la richiesta, da parte di Baku, di modificare la Costituzione armena e, in particolare, il riferimento contenuto nel preambolo alla Dichiarazione di indipendenza che richiama la riunificazione con l’Artsakh. Esigenza che, per Yerevan, è ben oltre l’ostacolo di una normale trattativa diplomatica: sarebbe la fine di un’idea centrale nella costruzione dell’identità armena.
L’anticamera turca. Il presente è più forte del passato?
È anche in questo contesto, quindi, che va collocata la nuova cautela di Pashinyan sul genocidio armeno. Un evento che rimane naturalmente fondamentale per la memoria nazionale, ma che il governo ha gradualmente cercato di separare dalla politica estera quotidiana. Ivi compresa la decisione del governo di Israele che – dopo decenni di rinvii – ha deciso di votare, il 28 giugno scorso, in favore del suo riconoscimento. Anche come gesto di forte ostilità nei confronti della Turchia.
Ed ecco allora come la scelta armena, dal canto suo, sia particolarmente importante nella quadratura dei rapporti con Ankara. La cautela e la presa di distanza da Tel Aviv, in questo mosaico, non possono tralasciare i rapporti di Yerevan con Ankara. Oggi, Pashinyan sembra ritenere infatti che la normalizzazione con i turchi richieda di sottrarre la politica estera alla necessità di ottenere, di volta in volta, nuovi riconoscimenti internazionali del proprio passato, a lungo ignorato, accantonato, considerato di minore momento. Logica, questa, che si ritrova altresì nella formula della “Armenia reale”, vale a dire nella concezione della sicurezza fondata non sull’immagine di una patria storica perduta, ma sulla difesa dello stato entro i confini internazionalmente riconosciuti. Senza cancellare il passato, beninteso, ma impedendo che questo determini completamente le scelte dello stato nel presente. In tal senso, si diceva, accanto a Baku occorre decifrare oggi Ankara: l’altro lato della strategia.
La Turchia, sappiamo, è stata per decenni una delle principali cause dell’isolamento geografico armeno. Il confine è rimasto chiuso dal 1993, il rapporto è stato fortemente condizionato dall’alleanza turco-azera, e tuttavia oggi la situazione sfugge a ogni binarismo. L’Azerbaigian ha consolidato la propria posizione nel Caucaso; la Turchia, da par suo, ha aumentato il proprio peso regionale. Ankara ha continuato quindi a considerare Baku un partner strategico, ma ha anche maturato interesse nel trasformare il nuovo equilibrio in una più ampia rete economica e infrastrutturale.
Per Yerevan, riaprire la frontiera significherebbe allora ridurre drasticamente l’isolamento geografico, creare una connessione più diretta con il sistema logistico turco e, attraverso di esso, con l’agognata Europa. La Turchia è dunque un nuovo alleato dell’Armenia? No. La Turchia rimane strettamente legata a Baku, e la normalizzazione con Yerevan è tuttora condizionata dagli sviluppi del processo di pace armeno-azero. Ma è proprio in questa natura, per così dire, anfibia del rapporto che si può leggere oggi il dato più interessante. Ankara, per Yerevan, è forse ancora una moneta che ruota per aria, che è allo stesso tempo testa o croce, che non è ancora atterrata ma che sta cambiando.
È la linea di confine che, aprendosi, può determinare la soluzione all’isolamento economico. Esattamente come l’Europa, del resto, non rappresenta ancora una nuova casa politica e la Russia non è ancora un vicino come gli altri. È questa, in fondo, la trasformazione che forse prende forma: un circuito nuovo di alternative e dunque non la sostituzione di un blocco con un altro, né una definitiva scelta di campo. Piuttosto, la costruzione paziente di uno spazio di manovra che l’Armenia non ha mai avuto davvero. Per un paese piccolo, stretto fra potenze regionali e memorie indelebili, la sovranità passa anche da qui. Dalla possibilità di scegliere.