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A due anni dalla firma degli Accordi di Abramo

di Francesco Meriano, Denise Coco

Due anni fa la storica firma degli Accordi di Abramo. Cosa è cambiato in questi anni nei rapporti tra i paesi coinvolti e che riflessi positivi si sono registrati nella regione.

Il 15 settembre si celebra il secondo anniversario della firma degli Accordi di Abramo. Progettati e voluti, nel 2020, dall’allora presidente americano Donald Trump, vi hanno aderito per primi gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, seguiti dal Marocco e dal Sudan. Gli Accordi sono stati ideati per il raggiungimento della pace regionale e mondiale -grazie alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e alcuni stati a maggioranza musulmana-, in una cornice interreligiosa di fratellanza basata sulla comune derivazione da Abramo di ebraismo, islam e cristianesimo. L’ideale che ne è il punto di partenza, affermato sia nella Dichiarazione generale, sia nei singoli accordi tra Israele e gli altri firmatari, si è poi concretizzato in collaborazioni di rilevante portata, soprattutto nel campo economico e in quello della difesa. Trump, subito dopo la firma iniziale, aveva annunciato “Ci sarà la pace in Medio Oriente”[1]. Anche se la dichiarazione non si è ancora avverata, le nuove relazioni tra alcuni paesi, un tempo avversari, hanno certamente attenuato le tensioni regionali.

Come già sottolineato, gli Accordi sono stati fortemente sostenuti dagli Stati Uniti, e per alcuni dei paesi firmatari hanno rappresentato un’occasione preziosa sia sul piano politico ed economico, sia per formalizzare relazioni stabili con Israele insieme alla possibilità di rilanciare i propri rapporti anche con gli stessi Stati Uniti. Infatti, per esempio nel caso del Marocco, aderire ha significato vedersi riconosciuta la sovranità sul Sahara Occidentale, conteso dal Fronte Polisario, appoggiato dall’Algeria. Il Sudan, invece, ha ottenuto la cancellazione dalla lista americana degli stati sponsor del terrorismo, ha ottenuto un pacchetto di aiuti di $1,5 miliardi da parte della Banca Mondiale e un prestito ponte da parte degli USA di $1,2 miliardi per rimborsare gli arretrati alla stessa Banca Mondiale, rientrando così nel sistema bancario internazionale[2]. Israele, da parte sua, ha “pagato un prezzo” congelando gli insediamenti nel West Bank e lasciando sul tavolo la soluzione dei due stati, ma soprattutto con i due paesi del Golfo, entrare negli Accordi ha anche significato trovare nuovi alleati nell’arginare l’Iran e le sue mire nella regione.

Del resto, i rapporti “non ufficiali” tra Israele e gli EAU durano ormai da molti anni, ma la normalizzazione ha portato molti frutti e sono numerosi gli accordi già in atto e i protocolli d’intesa tra i due paesi. L’accordo più rilevante è quello di libero scambio, firmato il 31 maggio 2022, il primo tra lo stato ebraico e un paese arabo, che contribuirà all’esenzione dalla dogana – sia immediata che graduale – di circa il 95% dei prodotti commercializzati[3]. Grazie ad esso, si potranno avviare relazioni significative tra realtà imprenditoriali israeliane ed emiratine in settori quali quelli delle energie rinnovabili e dell’alta tecnologia. Va inoltre rilevato che, tra il 2020 e il 2022, il volume commerciale tra Israele e EAU ha superato i $2,45 miliardi ed è previsto che, nei prossimi anni, raggiungerà i 5 miliardi di dollari[4]. Sul versante militare e della difesa, è stato firmato, tra gli altri, un accordo di cooperazione per lo sviluppo di competenze anti-drone. La Edge emiratina e le Israel Aerospace Industries collaborano, infatti, per la creazione di un sistema anti-UAV completamente autonomo[5]. Particolarmente importante, anche perché coinvolge la Giordania, che nel 1994 ha firmato la pace con Israele, è l’accordo per la costruzione, nel regno hashemita, di un impianto per l’energia solare da parte di un’azienda emiratina. L’energia così ottenuta verrà trasferita in Israele che, a sua volta, fornirà alla Giordania l’acqua ottenuta da un impianto di desalinizzazione in loco[6].

L’esempio più rilevante della normalizzazione dei rapporti tra Israele e Bahrein, invece, è la firma di un MOU nel settore della sicurezza, ancora una volta il primo del suo genere tra Tel Aviv e un paese arabo[7]. Il protocollo viene presentato da entrambe le parti come un importante tassello per supportare la cooperazione bilaterale tra le rispettive industrie di difesa in settori strategici comuni: dalla sicurezza marittima attraverso la promozione di esercitazioni navali congiunte[8], fino al rafforzamento della collaborazione nella sfera militare e dell’intelligence. Inoltre, un ufficiale della marina israeliana sarà di stanza a Manama come liaison con la 5° flotta americana, che ha base a Bahrein. Inoltre, questi accordi hanno permesso al Barhein di poter rafforzare i propri rapporti con Washington.

Per quanto riguarda il Marocco, nell’agosto del 2021, la storica visita dell’allora ministro degli Esteri israeliano Lapid a Rabat ha accompagnato la riapertura delle tratte aeree tra Tel Aviv e Marrakesh, preceduta, nel luglio, da un accordo di cooperazione nel settore della cybersecurity. Nel novembre del 2021, a seguito di un periodo di relativa quiescenza delle relazioni, la visita del ministro della Difesa israeliano Gantz nella capitale marocchina ha prodotto un memorandum sulla cooperazione militare e di intelligence, nonché l’acquisto da parte di Rabat del sistema di difesa missilistico Skylock Dome. A giugno, i ministri degli Interni dei due Paesi hanno annunciato l’apertura di un’ambasciata marocchina a Tel Aviv: a luglio, Rabat ha ricevuto, per la prima volta nella sua storia, la visita dell’allora capo di Stato maggiore di Tzaha, Kochavi. Il riavvicinamento tra Tel Aviv e Rabat, si inserisce nel solco di una cooperazione ufficiosa che precede gli Accordi di Abramo e si è mantenuta nei vent’anni intercorsi dall’interruzione delle relazioni diplomatiche, nell’ottobre 2000, sulla scia della seconda Intifada.

Il Sudan è stato l’ultimo ad aderire agli Accordi il 6 gennaio 2021 e, fino ad ora, ha firmato soltanto la Dichiarazione generale. La partecipazione, almeno all’inizio, sembra essere stata dettata principalmente dalla possibilità di costruire un nuovo rapporto con gli USA e di rientrare nel sistema bancario internazionale, tanto che solo nell’aprile 2021 è stato abrogato l’articolo della Costituzione sudanese del 1958 che proibiva qualsiasi relazione con Israele.

Gli Accordi sono stati accolti due anni fa con entusiasmo dalla comunità internazionale. L’esito più rilevante è che gli Accordi, oltre ad aver rafforzato la cooperazione tra i paesi che si sentono minacciati dall’Iran e dai suoi proxy, è stato il pieno riconoscimento di Israele da parte di paesi arabi che, pur non avendo combattuto contro lo stato ebraico, ne erano stati storicamente avversari. E insieme al riconoscimento, è stata stretta un’alleanza di cui beneficerà tutta la regione, e non solo dal punto di vista della difesa e della sicurezza. Secondo la Rand Corporation, per esempio, la normalizzazione rappresenta “un possibile nuovo capitolo per lo sviluppo della regione. (…) Se queste nuove relazioni si evolveranno in una maggiore integrazione economica, si stima che i benefici per i partner di Israele (…) potrebbero essere particolarmente significativi, creando circa 150 mila nuovi posti di lavoro solo per gli attuali firmatari. Tale numero, in dieci anni, potrebbe raggiungere i 4 milioni di posti di lavoro e più di $1 trilioni in nuove attività se agli Accordi si uniranno 11 paesi (compreso Israele)”[9].

A due anni dalla firma, il tempo trascorso è ancora troppo breve per dare un giudizio esaustivo sul risultato degli Accordi, soprattutto dopo gli eventi e i cambiamenti emersi nel mondo nel corso dell’ultimo anno, ma vi sono stati segnali indubbiamente importanti. Infatti, con le parole dell’Institute for National Security Studies dell’Università di Tel Aviv, “ci sono ancora molte questioni da affrontare e c’è ancora una lunga strada da percorrere prima che il potenziale degli Accordi si realizzi pienamente”[10]. In conclusione, i passi sin qui compiuti e gli effetti sul Medio Oriente sono incoraggianti, come dimostrano il numero sempre crescente di scambi commerciali nella regione e il rinnovato clima di distensione tra attori firmatari degli Accordi e non.


[1] https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2020/09/winners-losers/616364/.

[2] https://www.voaafrica.com/a/africa_sudan-signs-abraham-accords-normalizing-relations-israel/6200455.html; https://www.reuters.com/article/us-sudan-usa-mnuchin-idUSKBN29B2J3 .

[3] https://www.gov.il/BlobFolder/news/israel-uae-to-sign-historic-free-trade-agreement-30-may-2022/en/English_Documents_Israel-UAE%20Free%20Trade%20Zone%20Agreement.pdf.

[4] https://www.jpost.com/business-and-innovation/all-news/article-707837.

[5] https://www.mei.edu/publications/how-tech-cementing-uae-israel-alliance.

[6] https://www.timesofisrael.com/...

[7] https://www.aljazeera.com/news/2022/2/3/israel-bahrain-sign-security-cooperation-agreement-in-manama.

[8] https://www.defenseone.com/ideas/2022/04/security-dimension-abraham-accords/366147/

https://www.aa.com.tr/en/middle-east/large-us-led-maritime-drill-kicks-off-in-bahrain/2491367

[9] https://www.rand.org/pubs/perspectives/PEA1149-1.html.

[10] https://www.inss.org.il/publication/abraham-accords-two-years/.

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