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Afghanistan: l’antifemminismo del totalitarismo

di Guido Bolaffi

Quale strategia si può nascondere dietro la repressione femminili condotta in Afghanistan dai Talebani. L’analisi di Guido Bolaffi.

La violenza dei Talebani nei confronti delle donne non è solo una perversa crociata ideologico-religiosa, ma lo strumento politico-simbolico di una strategia che mira al controllo totalitario della società. Negare i diritti delle donne è il sine qua non di un regime che non tollera le diversità. Tanto è vero, notava acutamente sul New York Times del 4 ottobre scorso Amanda Taub nell’articolo Why the Taliban’s Repression of Women May Be More Tactical than Ideological:Some Taliban officials, particularly those who conducted peace negotiations and favored international engagement, have suggested that Taliban governance might be less restrictive toward women [but] None of that has seemed to make a difference thus far. Though some Taliban officials continue to say that conditions will improve, women are still being kept from workplaces and schools. Each week seems to bring a new report of restrictions”.

Parole a dir poco premonitrici, visto il contenuto dell’ultimo, ennesimo editto emanato dal Ministero afghano della Promozione della Virtù e della Prevenzione del Vizio. Oltre a vietare film e spettacoli “blasfemi e contrari ai valori del popolo afghano” ha moltiplicato, in base a nuove linee guida religiose, le interdizioni nei confronti delle donne, proibendo la presenza femminile negli sceneggiati televisivi e imponendo il copricapo alle giornaliste del piccolo schermo. Sottolineando però, con la feroce ipocrisia tipica dei regimi tirannici, che si tratta solo di consigli e non già di imposizioni!

Un modo di fare implacabilmente bollato come dittatoriale dal nostro Nicola Mattecci, quando anni addietro alla Voce Stato della Treccani spiegava: “Lo Stato si differenzia dal moderno regime totalitario, dato che essi hanno baricentri diversi, se non opposti: per il primo è lo Stato, tutto incardinato nel suo ordinamento giuridico e nella sua burocrazia legale, che garantiscono certezza e quindi libertà agli individui come ai gruppi sociali; per il secondo è il partito, con la sua ideologia, che pervade ogni momento dell’esistenza individuale per poter poi mobilitare politicamente le masse. Nei regimi totalitari abbiamo, infatti, una burocrazia carismatica, alla quale si accompagna una polizia segreta diretta ad incutere il terrore: si perde il momento della legalità e della prevedibilità, perché il nemico non è soltanto quello reale, dato che può essere inventato un nemico obbiettivo scelto da chi interpreta in modo sovrano l’ideologia”.

Ma perché i Talebani, pur bramando come pochi di essere riconosciuti dalle istituzioni internazionali, continuano ad infierire sui diritti delle donne quando sanno che così facendo non raggiungeranno mai il loro obiettivo? Per la semplice ragione, spiega Dipali Mukhopadhyay della Columbia University di New York, che “Groups like Taliban often struggle to make the transition from violent insurgency to actual governance […] they do not have the experience, funding or personal to deliver sophisticated government services. Instead, their main strength is controlling security -using their status as the country’s most powerful violent group to operate a kind of country-level protection racket, exchanging public safety for obedience […] That’s the cornerstone of understanding what the Taliban is offering. But people, particularly women, know that form of security comes with an ideology attached to it”.

Una analisi condivisa con molta preoccupazione da Metra Maharan, cofondatrice della Feminine Perspective Campaign, secondo la quale: “We shouldn’t buy this narrative that they are an alternative to the previous government because they are providing security […] They’re not providing security, they’ve just stopped killing us”. La verità è che dietro l’argomentazione religiosa usata dai Talebani per imporre la cancellazione della presenza femminile dalla vita attiva del paese, si nasconde un minaccioso segnale a tutto il resto della società: “Viewed through that lens, restricting women’s freedom serve as a powerful demonstration of the Taliban’s power. When women and girls vanish from offices and schools, it shows that the Taliban have enough power – and implicitly, enough capacity and willingness to use violence – to dramatically re-engineer public spaces”. Non a caso, notava Edgar Morin nel libro Per una teoria della crisi: “Gli stati autoritari, soprattutto nelle loro varianti totalitarie, cercano senza sosta di annientare gli antagonismi – attraverso la repressione, i campi di concentramento, la soppressione fisica dei portatori di antagonismi – invece di utilizzare le loro virtualità organizzative nel senso della complessità”.

Che in Afghanistan si colpiscano le donne per mettere in riga, con loro, anche gli altri “sudditi” si è avuta triste conferma lo scorso 25 novembre, quando un gruppo di anziani Hazari, nonostante le indicibili violenze subite dalla loro minoranza negli anni del precedente governo talebano culminate nel 2001 con la distruzione delle gigantesche Bamiyan Buddhas – che da tempo immemorabile simboleggiavano l’autonomia etnico-religiosa degli sciiti Hazari dai sunniti di Kabul –, hanno sfilato a testa bassa sotto gli occhi soddisfatti dei nuovi governanti, promettendo eterna, fraterna amicizia ad Haqqani e compagni con lo slogan: in ogni Afghano c’è un Talebano.

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