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Così gli Stati Uniti rilanciano le proprie relazioni con Tunisi

di Alessandro Giuli

Si intensificano le attività degli Stati Uniti in Tunisia con l’obiettivo di rafforzare le relazioni tra i due Paesi. L’analisi di Alessandro Giuli

Il dinamismo statunitense nel quadrante euromediterraneo si arricchisce di ulteriori capitoli, in coerenza con la rinnovata strategia dell’attenzione lungo la nuova cortina di ferro (o “di ferro e di fuoco”, per arieggiare qui una celebre espressione coniata da Carlo Rosselli) che, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, separa il mondo libero dalle ombre del dispotismo orientale. Sul versante maghrebino, attraversato a sua volta dall’annoso clivage tra Marocco e Algeria in relazione alle spinte autonomistiche nel Sahara occidentale, si registrano importanti movimenti di Washington in Tunisia che dovrebbero culminare nella “intensificazione delle esercitazioni militari congiunte” e nella “fornitura di assistenza tecnica, materiali e equipaggiamenti adatti alle minacce e alle sfide con le quali la regione si sta confrontando”, come recita il comunicato del ministero della Difesa tunisino a corredo dell’incontro del 9 settembre scorso tra il titolare Imed Memmich e il sottosegretario aggiunto agli Affari esteri americano Kelli L. Seybolt. Obiettivo principale: “Rafforzare le relazioni storiche e privilegiate tra i due Stati”.

Intanto, a Palazzo Cartagine, la controversa figura di Kaïs Saïed ha da poco costituzionalizzato per via referendaria uno stato d’eccezione perdurante da un anno, che lo vede protagonista d’una torsione iper-presidenzialista e al tempo stesso impegnato a fronteggiare lo scontento dei corpi intermedi e delle rappresentanze sindacali alle prese con una crisi economica senza precedenti. Il prossimo passo sarà una legge elettorale che le opposizioni temono sarà “cucita” sulle misure presidenziali. Tutto ciò non ha impedito che, dall’inizio dell’estate, Washington intensificasse un’azione diplomatica protesa a riagganciare l’establishment tunisino nell’orbita d’una neutralità situata a debita distanza dalle avance algerine che hanno indotto Saïed a oltrepassare la linea rossa ricevendo con tutti gli onori Brahim Ghali del Fronte Polisario e mostrandosi accanto a lui ad Algeri in occasione dei festeggiamenti per sessantesimo anno dell’indipendenza dello Stato ex coloniale. Il timore – espressamente sottolineato da Rabat con la formula di “attitudine ostile” – è che lo slittamento di Tunisi, le cui forniture di elettricità dipendono quasi completamente dal gas algerino, finisca per destabilizzare il nord Africa isolando a occidente il Marocco, alleato degli Stati Uniti e d’Israele e allineato dal 2020 agli Accordi di Abramo.

Di qui l’insistenza con cui il sottosegretario di Stato americano per gli Affari mediorientali, Barbara Leaf – dopo il recente incontro con Saïed, il ministro degli Esteri Othman Jerandi e i suoi colleghi titolari della Difesa e dell’Interno Imed Memmich et Taoufik Charfeddine, nonché vari esponenti della società civile e dell’informazione – ha rimarcato il sostegno degli Stati Uniti nei confronti del “popolo tunisino” in funzione di un “partenariato” che può irrobustirsi qualora venga “ancorato a un impegno comune a beneficio dei princìpi democratici e dei diritti dell’uomo”, a cominciare dalla “libertà d’espressione”. Al cospetto di uno Stato su cui incombe lo spettro della bancarotta – il Fondo monetario internazionale deve ancora sbloccare un prestito da 4 miliardi di dollari – e attraversato da gravi tensioni sociali, Washington ha scelto d’investire soldi e influenza finanziaria in cambio di riforme economiche, cooperazione bilaterale in materia di sicurezza e stabilità geopolitica. Non sfugge agli osservatori occidentali come la bilancia commerciale di Tunisi segnali un deficit consistente nei confronti della Cina (5.828,9 milioni di dinari), dell’Algeria (1.775,8 md) e della Russia (1.758,1 md) oltreché della Turchia (3.060,5 md). Una debolezza strutturale che si riverbera sul lungo arco di crisi sahariano nel quale s’innesta con sempre maggior vigore la diplomazia degli affari sino-russi.

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