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Covid e Africa: tre lezioni per l’Occidente

di Luciano Pollichieni

La Pandemia da Covid in Africa sta producendo conseguenze rilevanti. Il continente non necessita solo di un aiuto nella soluzione della crisi sanitaria, ma di un cambio di paradigma nelle relazioni internazionali.

Magnifical Productions/Shutterstock.com

Tre sono le principali lezioni che i policymaker e gli operatori politici in Europa e negli Stati Uniti dovrebbero imparare sull'Africa, sulla pandemia di Covid e soprattutto sulle sue conseguenze: 1) l’Africa è importante ma non viene presa in considerazione come meriterebbe; 2) l’Africa sta cambiando; 3) le vecchie strategie difficilmente funzioneranno in futuro.

Prima di analizzare questi tre punti, è opportuno cominciare da un dato di fatto: fino ad oggi non esistono dati completamente affidabili sulla diffusione di Covid in Africa. Circa due anni dopo l’inizio della pandemia in Cina e l’adozione delle misure di contenimento del virus in tutto il mondo, è ancora impossibile tracciare il numero esatto dei contagiati nel continente e, di conseguenza, la diffusione del virus stesso. A metà ottobre, il numero di contagi in Africa dall’inizio dell’epidemia è stimato in circa 59 milioni, ma soltanto 8,5 milioni di casi sono stati ufficialmente tracciati e comunicati. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha recentemente espresso i suoi timori sul tema del tracciamento, giacché in Africa sei contagi su sette non vengono ancora registrati. A peggiorare la situazione, c’è poi la campagna vaccinale che procede a rilento. L’Africa è ad oggi il continente con la più bassa percentuale di vaccini somministrati sul pianeta, con solo cinque paesi orientati a raggiungere l’obiettivo del 40% della popolazione vaccinata per la fine dell’anno come stabilito dall’OMS.

Nonostante il quadro preoccupante, il Covid rappresenta un punto di svolta nella geopolitica africana. In relazione al post-pandemia, è importante tenere conto di due fattori rilevanti circa il futuro dei suoi rapporti con gli Stati Uniti e l’Europa: a) le nazioni africane hanno imparato alcune dure lezioni sulle loro attuali partnership con l’Occidente e adesso vogliono modificarle, anche radicalmente; b) è opportuno abbandonare visioni semplicistiche o etnocentriche al fine di indirizzare queste relazioni sulla strada giusta. In breve, oltre alle evidenti questioni umanitarie ed etiche che caratterizzano la campagna vaccinale in Africa, bisogna ricordare come, al pari di altri luoghi, il Covid stia rimodellando la geopolitica del continente. Più nello specifico, la pandemia rappresenta un ulteriore passo in avanti nel cammino generale intrapreso dai governi e dalle popolazioni africane per superare l’era postcoloniale, verso una nuova, caratterizzata da un maggior grado di indipendenza.

Il rischio di perdere l’Africa

A partire dalle prime fasi della pandemia, si è reso evidente quanto i vaccini siano stati un terreno di scontro rilevante tra le potenze globali e quanto l’Africa abbia rappresentato un campo di battaglia.

Cina e Russia, infatti, hanno facilmente preso il sopravvento in questa competizione, avendo affiancato alle notevoli forniture di vaccini investimenti a lungo termine. Il Carnegie Endowment, di recente, ha analizzato la produzione di vaccini sul continente e, secondo i dati forniti, otto iniziative su dodici al riguardo sono promosse da Cina o Russia. Gli accordi sui vaccini non si materializzano per caso, e la predominanza delle iniziative sino-russe è un segno di come Mosca e Pechino siano state più rapide e risolute nel dare un supporto all'Africa per fronteggiare il Covid. Lo scorso luglio, mentre l'Europa e gli Stati Uniti erano concentrati sulle proprie campagne di vaccinazione, l'Egitto ha avviato una produzione su larga scala di vaccini Sinovac. Nel dicembre 2020, prima che iniziasse la campagna vaccinale nell'UE, il Marocco e la Cina avevano già negoziato un accordo per produrre il CoronaVac di Sinopharm nello stabilimento di Sothema. Sinopharm ha anche recentemente annunciato di essere in trattativa con il governo del Sud Africa per l'apertura di un nuovo impianto per la produzione di immunogeni anti-Covid.

Anche le iniziative della Russia sono state più rapide e ambiziose di quelle occidentali. Nel febbraio 2021, Mosca ha fatto la sua prima offerta di 300 milioni di dosi all'Unione Africana nonostante lo scetticismo sull’efficacia dello SputnikV tra i membri dell'UA. I vaccini russi sono ad oggi prodotti in Algeria, Egitto e Marocco, mentre le autorizzazioni di emergenza per lo SputnikV sono state concesse in Mali, Nigeria e Ghana.

Un quadro completamente diverso emerge rispetto alle iniziative USA e UE sui vaccini. Solo nell'ottobre 2021, e dopo una notevole pressione politica, Moderna ha annunciato la decisione di costruire due impianti vaccinali in Sudafrica e Kenya, che probabilmente inizieranno a produrre le prime dosi verso la metà del 2022. Pfizer BioNTech ha annunciato l'apertura di un nuovo sito di produzione a Città del Capo con l’inizio delle attività produttive previsto per il 2022. Nuove dosi di vaccini sono state fornite agli stati africani da Stati Uniti e UE, e il tema della campagna vaccinale è stato al centro delle discussioni del G20 di Roma, ma sebbene la buona volontà dietro queste iniziative sia evidente, quando queste iniziative vengono confrontate con quelle cinesi e russe, che prevedono la costruzione di strutture che rimarranno nel continente anche dopo la pandemia, non è chiaro comprendere quali siano i piani americani ed europei nel lungo termine. In breve, sembra che il partenariato occidentale-africano contro il Covid sia ristretto e poco ambizioso in generale.

La lentezza nel fornire sostegno ai partner africani ha danneggiato la credibilità dell'UE e degli Stati Uniti rispetto ai leader africani e ha influenzato le relazioni tra l'Occidente e il continente in altri settori. Durante l'ultima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, praticamente ogni capo di stato del continente ha criticato i partner occidentali rispetto alla disuguaglianza nella distribuzione dei vaccini. Questa critica è stata ribadita anche dalle società africane lato sensu, e soprattutto dai medici. In un periodo storico segnato da critiche alla presenza militare europea e americana in regioni come il Sahel e il Corno d'Africa, la mancanza di cooperazione sulla pandemia rafforza inevitabilmente il sentimento di insofferenza verso l’Occidente, questo anche grazie al dilagare delle campagne di disinformazione sui vaccini, che si stanno diffondendo sempre più in tutto il mondo, Africa inclusa. Inoltre, la supervisione della campagna di vaccinazione e la cooperazione sanitaria con l'Africa hanno poco senso anche dal punto di vista delle strategie di sicurezza. Infatti, da un lato la diffusione del Covid nel continente aumenta il rischio che emergano nuove varianti – anche quelle resistenti ai vaccini –; dall'altro, la cooperazione sanitaria apre la strada a partenariati più strutturati in altri settori che aumentano l'influenza dei rivali di UE e USA. Il caso del Mali è esplicativo in questo senso: la Russia è stata tra i primi paesi a offrire dosi di vaccino a Bamako e ora Mosca è vicina a firmare un accordo per l'invio di mercenari del Gruppo Wagner nel paese oltre a implementare una cooperazione più strutturata sulle questioni di sicurezza, minando l'influenza degli stati europei, Francia in testa.

In conclusione, la geopolitica dei vaccini nel continente mostra come, rispetto al passato, l'Africa sia disposta a cercare partner alternativi e sia soprattutto in grado di trovarli con poche difficoltà.

In stato di necessità, ma non per sempre

La pandemia da Covid, come le precedenti epidemie di Ebola e Zika, ha certamente evidenziato la mancanza di infrastrutture sanitarie ed equipaggiamento medico da parte delle nazioni africane e, di conseguenza, si potrebbe avere la tentazione di adottare vecchi schemi interpretativi per analizzare la situazione, seguendo un approccio puramente umanitario. Da un lato è vero che l’Africa è ancora in difficoltà, ma, dall’altro, ambizioni e comportamenti dei leader e degli abitanti del continente stanno cambiando radicalmente.

Nel post-epidemia una parte crescente della popolazione ha cominciato a reclamare nuovi metodi per superare le emergenze sanitarie del futuro, ma soprattutto per ottenere i mezzi necessari per affrontare queste sfide. In tale contesto, alcune iniziative sono sintomatiche di questa nuova attitudine volta a liberare l’Africa dallo “stato di necessità” che ha caratterizzato per decenni il paese e la sua percezione. In Kenya, ad esempio, il Kenya Medical Research Study (KMRS) sta conducendo importanti studi sulla prevenzione di nuovi patogeni ed epidemie che potrebbero avere origine da processi di spillover, così potrebbe essere accaduto con il Covid. In seguito al modesto aiuto fornito dall’Unione Europea e dagli USA per la campagna vaccinale, i membri dell’Unione Africana si stanno apprestando a rinforzare il network dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie, allo scopo di potenziare le capacità finanziarie e sanitarie di questi centri. In questo contesto, un’attenzione particolare va rivolta alla maggior richiesta di formazione di dottori e infermieri e, quindi, ad una crescente richiesta di educazione altamente specializzata. La diffusione della pandemia in Africa ha altresì sottolineato l’esigenza di una revisione globale della gestione della salute pubblica nel continente. Nel maggio 2021, diversi ricercatori medici africani hanno pubblicato una lettera aperta su Nature, nella quale chiedevano ai finanziatori dei progetti di ricerca sulle malattie infettive di investire direttamente nei centri di ricerca africani invece di rifornirli di prodotti finiti (siano essi vaccini o medicinali in generale); questo è un ulteriore segno di come il continente stia cercando di adottare soluzioni proprie per le future crisi sanitarie, piuttosto che richiedere assistenza umanitaria. Infine, a Città del Capo, giovani scienziati stanno cercando di riprodurre in reverse engineer il vaccino Moderna, mentre in Nigeria la start-up Field Intelligence sta guidando il processo di digitalizzazione della filiera farmaceutica del paese: entrambi, questi progetti dimostrano ulteriormente la volontà di rivoluzionare l’approccio africano alle questioni di sanità pubblica.

Non più “sviluppo”: formazione e scambio di know how per le relazioni di lungo termine

Dal momento che l’Africa sta cambiando e la pandemia sta accelerando tali evoluzioni, come dovrebbe comportarsi l’Occidente? Nel breve periodo, il Covid farà aumentare la domanda di due beni specifici da parte dei paesi africani: vaccini e respiratori. La nuova fornitura di vaccini da parte degli Stati Uniti, che spediranno 17 milioni di dosi nei prossimi mesi, e l’acquisto di 110 milioni di dosi di Moderna da parte dell’Unione Africana rappresentano due passi in avanti in tal senso; tuttavia, le relazioni a lungo termine con l’Africa non possono basarsi unicamente su queste donazioni.

Infatti, il Covid ha fornito un’ulteriore prova di come le relazioni di lungo periodo Africa-Ue debbano essere costruite a partire dalla formazione e dallo scambio di know-how, più che sulla base di forniture di prodotti finiti. In breve, i paesi africani sono interessati, ad oggi, in investimenti in grado di generare crescita di lungo periodo e innovazione sistemica e non soltanto a “risolvere” la crisi. I giorni della classica assistenza umanitaria di tipo “top-down” non sono finiti, ma hanno raggiunto il loro nadir, e il modo in cui le relazioni con l’Africa dovranno essere strutturate negli anni a venire è in procinto di essere rivisto radicalmente. Questa tendenza era già in atto nei decenni scorsi, ma la pandemia ha evidentemente accelerato questa dinamica. Il futuro dell’interscambio e delle relazioni culturali tra Africa ed Unione Europea dovrebbe essere focalizzato sulla formazione di lavoratori altamente specializzati e/o sullo scambio di know-how. In questo contesto, Stati Uniti ed Europa possono replicare gli stessi protocolli che hanno caratterizzato nel passato la cooperazione su temi militari e di sicurezza. In termini semplici, proprio come l’Occidente ha formato e scambiato dati e informazioni con le forze di polizia locali e funzionari militari, è tempo di formare e scambiare conoscenza con dottori, ricercatori e infermieri nel continente. Inoltre, lo scambio di know-how dovrebbe interessare anche altri settori come il settore fintech e l’innovazione digitale.

In relazione ai dati forniti dall’ultimo sondaggio dell’Afrobarometer, il modello di sviluppo americano ed europeo è ancora considerato il migliore da gran parte della popolazione nel continente, ma cresce anche una percezione positiva della Cina sia come partner commerciale sia come modello di sviluppo di riferimento – sei africani su dieci valutano positivamente la presenza cinese nei rispettivi paesi. Questa percezione è destinata a cambiare in futuro, anche grazie al sostegno della Cina e agli sforzi africani nel contrastare la pandemia: se Stati Uniti ed Europa non si mostreranno più coinvolti nel supportare il continente e nel fornire la formazione e le conoscenze richieste da leader e società civili, dovranno prepararsi a perdere l’Africa e ad accettare le conseguenze negative in termini di instabilità e perdite economiche.

Questa sarà, con ogni probabilità, la principale eredità geopolitica del Covid in Africa: la pandemia non sta solo cambiando i rapporti tra il continente e l’Occidente, ma è un punto di svolta sulla natura vera e propria di questi rapporti. I vecchi approcci non funzionano più e nuove modalità dovranno essere necessariamente implementate.

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