Dalla dottrina Monroe al corollario Roosevelt. La difesa degli interessi Usa in America.
La funzione difensiva della dottrina Monroe (1823). Il perché del principio “L’America agli americani”.
La dottrina Monroe viene formulata nel 1823 dal quinto presidente degli Stati Uniti, James Monroe. Lo slogan che la rende celebre è “l'America agli americani”. Monroe (1758-1831), esponente di quello che si chiamava, allora, Partito democratico-repubblicano, è due volte presidente (proprio come Trump): nel 1816-1820 e poi nel 1820-1824.
Monroe era rimasto profondamente segnato da quello che, allora, appariva ancora come un forte revanscismo delle ex potenze coloniali europee (Gran Bretagna, Francia, Spagna) verso quelli che erano ritenuti territori ‘legittimi’ degli Usa.
La sua enunciazione, tenuta il 2 dicembre 1823, in un messaggio al Congresso, riguarda le fondamentali direttive della politica estera Usa che, da allora in poi, interesseranno l’intera strategia del Paese, in proiezione continentale prima e globale poi. In buona sostanza, la ‘dottrina Monroe’ resta l’atto fondativo di ogni proiezione geostrategica degli Usa.
Raccordandosi con la storica insofferenza e aperta ostilità del nascente stato verso le potenze coloniali europee, la dottrina Monroe si basa sul principio di ‘non intervento’. E si contrappone al principio ‘di intervento’ delle potenze della Restaurazione, sancito dal congresso di Vienna.
Ma la dottrina Monroe aveva un carattere ‘difensivo’. Il nemico erano le potenze coloniali europee reazionarie e i loro – vagheggiati, più che attuati – desideri di tornare a mettere piede in America per riprendersi territori già persi.
Nelle parole di Monroe: “i continenti americani, a seguito della libera e indipendente condizione che hanno conseguito e conservato, non possono d'ora in poi essere considerati come oggetto di futura colonizzazione da parte di alcuna potenza europea”. Ne consegue che, come gli Stati Uniti rinunziavano a ogni intervento nelle questioni europee, così gli stati europei dovevano astenersi da ogni intervento nelle questioni americane. Un punto chiaro.
Originariamente, dunque, la dottrina di Monroe comporta solo l'affermazione di due principi diretti: a) escludere ogni ulteriore colonizzazione europea nel continente americano; b) escludere ogni forma d'intervento americano in Europa ed europeo in America. Ripetiamo, una dottrina, quella Monroe, di fatto, ‘difensiva’ e non certo ‘offensiva’.
La dottrina Monroe non trae la sua forza da un accordo internazionale che ne definisce l'oggetto, ma dalla volontà unilaterale di chi la propone come propria linea di condotta. La dottrina enuncia l'indirizzo del governo degli Stati Uniti che riserva a sé solo il diritto di definirla, interpretarla e applicarla, con ampia larghezza di limiti e di durata.
La politica espansionistica degli Usa nel continente.
Dalla proclamazione della dottrina di Monroe, però, inizia una fase di rapide, travolgenti, conquiste militari e politiche Usa. Esclusa la concorrenza degli stati europei, libera da ogni impegno che vincoli la sua azione, l'iniziativa americana si svolge praticamente senza ostacoli e contrasto.
Nel 1846-1848 la guerra al Messico, con l'annessione del Texas, poi arriva l'acquisto dell'Alaska (1867, dalla Russia). Segue la “Splendida Piccola Guerra” contro la Spagna (1898-1899), che si configura anche come la prima guerra dichiarata dagli Usa contro una potenza che non sia la Gran Bretagna, dopo la I Guerra d’Indipendenza (1775-1783) e la II Guerra d’indipendenza (1812-1814).
Sempre alla fine della guerra ispano-americana (1898), viene sancita la cessione agli Usa di Filippine, Porto Rico, Guam, che torneranno indipendenti solo nel 1945, mentre Cuba si libererà del protettorato Usa solo nel 1959. Gli altri protettorati, su Panama e sul Costarica (stabiliti nel 1903), finiranno, a loro volta, solo nel secondo dopoguerra.
Di fatto, con l'estendersi della sfera di azione degli Usa, anche la dottrina Monroe si sviluppa in una molteplicità d'interpretazioni e di applicazioni. La sua naturale plasticità le rende facile adattarsi a ogni situazione e giustificazione. Gli Usa si attribuiscono il diritto d'intervenire, al sorgere di ogni nuovo stato americano, per restringerne l'autonomia.
Il “corollario Roosevelt” (1904) alla “dottrina Monroe”.
Le cose cambiano alla fine dell’Ottocento. Gli Stati Uniti diventano la prima potenza industriale del mondo e si dotano, nel contempo, di una significativa forza militare.
La Dottrina Monroe, rielaborata e adattata, diventa il grimaldello per interferire negli affari interni dei Paesi latinoamericani, come enunciato dal segretario di Stato Richard Olney già nel 1895 e, in maniera più chiara, dal presidente Theodore Roosevelt nel 1904. Un corollario, detto, appunto, ‘corollario Roosevelt’ che, data per acquisita la dottrina Monroe, ritiene che comportamenti cronici sbagliati nel continente americano richiedano l'intervento di polizia da parte di una nazione civilizzata.
E’ in occasione di un blocco navale dei porti venezuelani (1902-1903), cui gli Usa reagiscono con la sua rimozione, che l’allora presidente degli Usa, Theodore Roosevelt enuncia il “Corollario alla dottrina di Monroe”, in base al quale gli Stati Uniti, in quanto “nazione civilizzata”, dichiarano di avere il diritto di interferire negli affari dei Paesi americani per evitare altri interventi dell’Europa.
Theodore Roosevelt (1858-1919) è stato il ventiseiesimo presidente degli Stati Uniti. Sottosegretario alla Marina, volontario nella guerra di Spagna, diventa presidente dal 1901, ad interim, dopo l’uccisione di McKinley, di cui era vice-presidente: viene eletto una prima volta nel 1904 e resta in carica fino al 1908, quando rifiuta il terzo mandato.
Secondo il “corollario Roosevelt” alla Dottrina Monroe, gli Stati Uniti non solo avevano il diritto di opporsi all'intervento europeo nel continente americano, ma anche il dovere di intervenire direttamente negli Stati dell'America Latina, qualora questi Stati fossero ritenuti incapaci di garantire stabilità politica, ordine interno o il rispetto degli interessi economici internazionali. È in tale contesto che si afferma anche la cd. “diplomazia delle cannoniere”: l'uso esplicito della forza militare come strumento di pressione.
In pratica, il “Corollario Roosevelt” trasformava la Dottrina Monroe da difensiva in ‘proattiva’, legittimando le azioni Usa in America Latina con ampio tasso di discrezionalità.
Di fatto, la Dottrina Monroe viene superata: l’interesse prioritario diventa difendere l’integrità del dominio strategico Usa, senza escludere la possibilità di usare le maniere forti per correggere situazioni o dinamiche evolutive esterne potenzialmente nocive per gli Usa.
La politica del ‘grosso bastone’ di Theodore Roosevelt.
L’altro concetto di Roosevelt è noto come “politica del grosso Bastone” o “diplomazia del Grosso Bastone”. Un approccio che sostiene la combinazione di negoziati pacifici con l’implicita minaccia della forza militare, se necessario.
Roosevelt riteneva che gli Usa, rafforzati dai successi militari, non avessero sempre bisogno di ricorrere alla forza esplicita per raggiungere i propri obiettivi internazionali. La ‘semplice’ minaccia di una potenziale azione militare, se i negoziati non fossero fruttuosi, viene ritenuta sufficiente.
Roosevelt delinea le sue idee con un proverbio dell’Africa occidentale che aveva visitato e cui era affezionato: “Parla piano e porta un grosso bastone: andrai lontano”. In un discorso alla Fiera Statale del Minnesota il 2 settembre 1901, usa questa frase come metafora per sottolineare la necessità di negoziati attenti con gli altri paesi (“parlare piano”), mantenendo al contempo la capacità e la volontà di usare la forza militare (“grosso bastone”), ove necessario.
Roosevelt considerava, già allora, gli Stati Uniti come il “poliziotto” dell’Occidente, ma con un imperativo morale: dovevano garantire la stabilità, specie nelle loro vicinanze.
Così Roosevelt espande la Dottrina Monroe, sostenendo che gli Usa avevano il diritto di intervenire nelle nazioni latinoamericane per mantenerne la stabilità. Si va dalla questione Venezuela (1902), con relativa imposizione di un blocco navale, alla costruzione del canale di Panama (aperto nel 1914), dalla indipendenza (nominale) di Cuba nella guerra di Spagna (1898), che ne stabiliva il protettorato, all’invio della ‘Grande Flotta Bianca’, spedizione navale della Marina dal 1907 al 1909, che serve a presentare gli Usa come grande potenza marittima.
La ricerca della pace, sostenuta dalla forza militare, diventa principio base della diplomazia degli Stati Uniti. La politica del Grosso Bastone lascia una eredità duratura, nella politica estera Usa, superiore alla dottrina Monroe.
Il dominio degli Stati Uniti, dunque, viene rimodulato e considerato un dominio ‘morale’ imperativo. La necessità (storica) di sorvegliare le piccole nazioni debitrici del continente, causa governi instabili o deboli, diventava un obbligo che gli Usa dovevano accollarsi, di fatto ovunque. Uno spirito ‘bellicoso’, di fatto ‘imperialista’, che, sulla scorta del proverbio africano citato da Roosevelt, allude all’impiego di forze militari dove la forza della diplomazia non arriva. Una diplomazia ‘aggressiva’ che non impedisce a Roosevelt di ottenere il Premio Nobel della Pace (1906).
La politica e l’ideologia del ‘Grosso Bastone’ incarnano, da allora in poi, un aspetto fondamentale della politica Usa.
Gli interventi e le conseguenze sugli stati dell’America latina degli Usa e la concezione del ‘cortile di casa’.
Poi, però, vi sono le conseguenze pratiche della dottrina di Monroe e, soprattutto, del ‘corollario Roosevelt’ nei rapporti tra gli Usa e i vari Stati dell'America latina.
La storia del Novecento è costellata di interventi Usa – diretti, militari, o indiretti, cioè via altre forme di pressione – nel continente americano. Si parte da Panama. Nel 1903 ne viene favorita l’indipendenza, parte della Colombia, causa la costruzione del canale, inaugurato nel 1915.
Tra le altre ingerenze, gli Usa intervengono più volte a Cuba (sulla base giuridica e in virtù del cd. ‘emendamento Platt’) e nel 1916 organizzano una spedizione in Messico contro le truppe del capo rivoluzionario Pancho Villa.
Gli interventi sono stati condotti in vari modi e con strumenti diversi: in alcuni casi gli Stati Uniti hanno inviato direttamente le loro forze armate nei Paesi latinoamericani; in altre occasioni hanno favorito colpi di stato o finanziato specifiche fazioni nelle rispettive - locali - guerre civili; in altri ancora hanno usato misure economiche (l'embargo), e/o politiche per destabilizzare i governi non allineati.
Si va dal golpe in Guatemala (1954) all’intervento della “Baia dei Porci” (1961) a Cuba contro il regime di Castro, dall’intervento (indiretto) nel golpe in Cile (1973), con cui il generale Augusto Pinochet destituì il governo di Allende, all’intervento armato (diretto) nell’isola di Grenada (1983) e all’interferenza con le guerre civili che, a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, si tennero in Nicaragua e El Salvador, fino all’intervento (diretto) contro il governo del presidente Noriega a Panama (1989). Da allora, l’intervento (diretto e armato) in Venezuela (gennaio 2026) è il primo caso di uso della forza contro un Paese latino-americano dagli anni Ottanta. Anch’esso risponde, sostanzialmente, ai crismi, più che della dottrina Monroe, del suo ‘corollario Roosevelt’.
La dottrina Trump che, da Monroe, diventa ‘Donroe’…
La concezione, non più ‘difensiva’, ma ‘offensiva’, della dottrina Monroe e, soprattutto, del “corollario Roosevelt” viene, dunque, oggi ripreso e aggiornato da Trump ma, prima ancora, dalla “Strategia di Sicurezza nazionale”.
Al netto delle, ormai consuete, iperboli tipiche di Trump, si resta nell’alveo dell’interpretazione (estensiva e pro-attiva) della ‘dottrina Monroe’ e del ‘corollario Roosevelt’. Solo che, nella postura di Trump, l’atteggiamento non è più quello del “parla piano e porta un grosso bastone”, ma si può tradurre così: “urla forte e con un grosso bastone”…
Fonti: il documento “Strategia di sicurezza nazionale Usa” (https://italiaeilmondo.com/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy-it.pdf