Ecco come la Pax Silica americana connette Mediterraneo e Oriente
L’articolo di Emanuele Rossi.
Lanciata dagli Stati Uniti nel dicembre 2025, la “Pax Silica” riunisce un gruppo selezionato di Paesi attorno al controllo, alla protezione e allo sviluppo coordinato delle catene del valore che rendono possibile l’AI: semiconduttori, infrastrutture di calcolo avanzato, minerali critici, sistemi energetici e logistica. Il presupposto strategico è esplicito: sicurezza economica e sicurezza nazionale coincidono sempre più, e la leadership tecnologica dipende dalla capacità di governare interi ecosistemi industriali – non più semplicemente dall’accesso ai mercati. Pax Silica va interpretata dunque andando oltre al concetto di un’iniziativa commerciale, ma come un’architettura geopolitica pensata per organizzare le basi del potere economico nell’era dell’intelligenza artificiale.
La mossa americana riflette una dottrina selettiva. Washington protegge rigidamente l’accesso alle tecnologie di frontiera, consentendo però la circolazione commerciale delle tecnologie già superate, così da sostenere i ricavi industriali e finanziare il continuo avanzamento tecnologico. La frontiera è riservata agli alleati; il mercato globale resta aperto per ciò che non è più di frontiera. Questo consente di finanziare l’innovazione continua e di preservare un vantaggio tecnologico dinamico rispetto ai competitor. In questo senso, l’iniziativa formalizza un ordine già in costruzione, fondato su controlli all’export, screening degli investimenti, sussidi industriali e accordi tecnologici bilaterali.
L’elemento distintivo di Pax Silica è la sua logica chiusa, o “ad anello”. L’accesso non è definito solo in termini di commercio, ma di integrazione all’interno di uno stack tecnologico considerato affidabile. I membri sono chiamati ad allineare standard, garantire trasparenza nelle filiere e ridurre dipendenze coercitive. Ne deriva una struttura gerarchica che distingue tra alleati e clienti: i primi sono parte integrante dello stack e costruiscono interdipendenze tecnologiche, finanziarie e di sicurezza; i secondi mantengono accesso a chip, servizi e infrastrutture, ma su base transazionale e secondo regole definite e arbitrate dagli Stati Uniti.
Da una prospettiva mediterranea, l’inclusione di Israele, Emirati Arabi Uniti e Qatar è centrale. Essa segnala come Pax Silica si estenda oltre l’asse transatlantico e indo-pacifico, proiettandosi nel Mediterraneo allargato e nel Medio Oriente come spazio geopolitico funzionale alla sicurezza tecnologica, in cui capacità industriali, energetiche e finanziarie convergono per sostenere il sistema tecnologico a guida statunitense.
In questo quadro, Israele occupa una posizione chiave come hub avanzato di innovazione. L’ecosistema di quella che viene definita “start-up nation” combina ricerca di frontiera, tecnologie dual-use, competenze in cybersicurezza e un solido mercato di venture capital profondamente interconnesso con quello statunitense. All’interno di Pax Silica, Israele rafforza soprattutto i segmenti upstream e midstream della catena dell’AI, contribuendo allo sviluppo software, alla progettazione, alla sicurezza e alle applicazioni ad alto valore strategico.
Il ruolo di Emirati Arabi Uniti e Qatar è differente ma altrettanto decisivo. Entrambi fungono da pilastri di capitale, energia e infrastrutture. I fondi sovrani di Abu Dhabi e Doha forniscono capitale paziente e su larga scala, indispensabile per finanziare data center, manifattura avanzata, impianti di raffinazione dei minerali e hub logistici. Parallelamente, le loro risorse energetiche – sempre più integrate con investimenti in rinnovabili e nucleare – rispondono a uno dei principali vincoli dell’economia dell’AI: la necessità di energia stabile, scalabile e a costi competitivi per sostenere carichi computazionali crescenti.
Sul piano geografico, il Golfo agisce anche come corridoio di connessione. Collega i nodi di innovazione di un Mediterraneo-sempre-più-globale con le piattaforme manifatturiere e di calcolo asiatiche, offrendo contesti politicamente stabili per la realizzazione di infrastrutture critiche. In questo senso, la presenza congiunta di Israele, UAE e Qatar, insieme a giganti tecnologici come Giappone e Corea del Sud – oltre a Singapore e Taiwan – trasforma una parte di Pax Silica in una piattaforma Mediterraneo–Oriente capace di integrare tecnologia, finanza ed energia in un unico spazio strategico.
Questa configurazione rafforza la struttura ad anello dell’iniziativa. La progettazione avanzata dei chip e lo sviluppo software si concentrano negli Stati Uniti e nei principali hub alleati; la manifattura è distribuita tra partner asiatici fidati; capitale, energia e logistica sono garantiti dagli attori del Golfo. Il risultato è un sistema interdipendente concepito per ridurre l’esposizione a colli di bottiglia esterni e assicurare che ogni segmento critico della filiera resti sotto controllo politico e regolatorio allineato.
Le implicazioni geopolitiche sono rilevanti. L’inclusione di attori chiave del Mediterraneo e del Medio Oriente all’interno del perimetro tecnologico statunitense rafforza l’allineamento in regioni storicamente caratterizzate da strategie di equilibrio. Partecipare a Pax Silica implica, teoricamente, un progressivo disaccoppiamento dagli ecosistemi tecnologici cinesi nei settori più sensibili, in cambio di accesso privilegiato a tecnologie di frontiera, flussi di investimento e integrazione industriale di lungo periodo.
Per l’Europa, l’architettura di Pax Silica evidenzia una marginalizzazione relativa. Singoli attori europei restano indispensabili – in particolare nei colli di bottiglia tecnologici – ma l’Unione Europea, come soggetto collettivo è collocata in una posizione di secondo piano. La frammentazione delle politiche industriali europee e le difficoltà nel definire una strategia realmente comune su semiconduttori e intelligenza artificiale finiscono per limitare, almeno nel breve periodo, la capacità dell’UE di incidere in modo autonomo e coerente sull’ordine tecnologico emergente.
In conclusione, Pax Silica va letta come una cornice di organizzazione della geoeconomia dell’intelligenza artificiale. Il suo significato risiede meno nei vincoli formali e più nella capacità di strutturare inclusioni, esclusioni e gerarchie all’interno del sistema tecnologico globale. Osservata attraverso la lente Mediterraneo–Oriente, l’iniziativa mostra come Israele, Emirati Arabi Uniti e Qatar stiano diventando pilastri di una nuova geografia strategica che connette innovazione, capitale ed energia dal centro all’Est (e poi all’Ovest) del mondo. Per gli Stati Uniti e i loro partner, il modello ad anello rappresenta un tentativo di stabilizzare la leadership tecnologica in un contesto di competizione crescente. La sua tenuta dipenderà dalla solidità di queste interdipendenze e dall’evoluzione stessa delle traiettorie dell’AI.