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Elezioni in Iraq: quale futuro per il Paese?

di Emily Tasinato

Il 10 ottobre si sono tenute le elezioni per il rinnovo del Parlamento iracheno: risultati e sfide future che il nuovo governo dovrà affrontare.

Lo scorso 10 ottobre, i cittadini iracheni sono stati chiamati alle urne per il rinnovo del Consiglio dei Rappresentanti – l’istituzione parlamentare del paese. Le elezioni, inizialmente programmate per il 2022, sono state anticipate per dare una risposta tangibile alle proteste di massa che da ottobre 2019 (Tishreen) stanno scuotendo le principali piazze dell’Iraq. Nate come atto di contestazione contro la corruzione della classe politica e l’inefficienza del governo nel garantire ai propri cittadini il diritto al lavoro, così come l’erogazione di beni e servizi pubblici di prima necessità, tali dimostrazioni hanno progressivamente assunto una dimensione politica: ora, infatti, è l’intero sistema, nonché le sue logiche settarie, a essere finito nel mirino dei manifestanti, che, a gran voce, ne reclamano lo smantellamento completo.

Con riferimento agli esiti di questa tornata elettorale, il blocco, cosiddetto Sadrista, di Moqtada al-Sadr si posiziona primo con 73 seggi, seguito dal fronte al-Takaddum di Mohammad Al-Halbousi (37 seggi) e dalla coalizione State of Law dell’ex Primo Ministro Nouri al-Maliki (34 seggi). Il partito di Mas‘ud Barzani, il Kurdistan Democractic Party, si classifica invece quinto, guadagnando 32 seggi.

Come si evince dai risultati, nessun partito politico, o alleanza, è riuscito a guadagnare il quorum necessario alla formazione di un governo di maggioranza stabile, motivo per cui si prospetta per il paese un lungo periodo scandito da consultazioni e intensi tavoli negoziali tra i vari attori in gioco. Nonostante sia ancora prematuro formulare delle solide congetture in merito a possibili scenari post-voto, una serie di aspetti e questioni necessitano, tuttavia, di essere presi in esame.

In primo luogo, il governo centrale di Baghdad ha cercato, invano, attraverso le ultime elezioni, di riacquistare la fiducia degli ormai disillusi cittadini iracheni. È opportuno ricordare come durante le proteste più di 600 manifestanti siano stati uccisi, e circa 25.000 siano stati feriti a causa della violenta repressione perpetrata dalle forze di sicurezza e dalle milizie sciite filoiraniane delle Hashd al-sha‘bi, rese note alla comunità internazionale sotto la dicitura di Unità di Mobilitazione Popolare (PMU). Ed è proprio sull’onda di tale malcontento, impossibile da placare e arginare nonostante le misure di prevenzione antiCovid-19, che le dimissioni dell’allora Primo Ministro Adil Abd Al-Mahdi e la creazione di un governo ad interim guidato dall’attuale Premier uscente Mustafa al-Khadimi devono essere inscritte. Nello specifico, al-Khadimi ha impostato il suo mandato politico sull’esigenza di far riacquistare all’elettorato iracheno fiducia nelle istituzioni di rappresentanza del paese, senza tuttavia riuscirvi.

La bassa affluenza alle urne, circa il 43 per cento, bene esemplifica come l’insoddisfazione popolare e la conseguente apatia politica persistano, facendo della ricerca di accountability una delle priorità dell’agenda politico-istituzionale anche del futuro governo. Una sfida non da poco conto, specialmente se si considera che i partiti cosiddetti tradizionali, ovvero quelli facenti parte del vecchio establishment, nonostante gli insoddisfacenti risultati rispetto alle precedenti elezioni del 2018, abbiano comunque ottenuto il maggior numero di seggi. In un Iraq dove, per l’ennesima volta, la continuità parrebbe prevalere sul cambiamento, resta tuttavia da monitorare con attenzione quale potenziale ruolo i candidati indipendenti (40 seggi) potrebbero rivestire nella ridefinizione degli equilibri di potere interni al paese.

In secondo luogo, è altamente probabile che a seguito dell’indiscussa vittoria del blocco Sadrista, Moqtada al-Sadr diverrà uno degli attori chiave nel processo di formazione del nuovo governo. Leader religioso, politico e militare sciita, al-Sadr esemplifica in pieno lo spirito nazionalista iracheno avverso a qualsiasi forma di interferenza straniera, inclusa quella iraniana, negli affari domestici del paese. La sua abilità come negoziatore dipenderà in primis dalla capacità di trovare il giusto equilibrio tra i vari centri di potere attivi nello scenario politico iracheno.

Infatti, benché la necessità di limitare l’influenza delle fazioni sciite filo iraniane, nello specifico il braccio politico delle PMU al-Fatah – il cui pessimo risultato alle ultime elezioni (17 seggi) è da rinvenire nella progressiva delegittimazione popolare delle Hashd al-sha‘bi a seguito dei fatti del 2019 – risuoni come un imperativo, al-Sadr dovrà dimostrarsi abile nel prevenire escalation di tensioni all’interno della complessa galassia sciita, i cui effetti risulterebbero deleteri per la sicurezza e la stabilità interna al paese. Tuttavia, come dimostrato dalle recenti proteste sollevate dall’alleanza al-Fatah, con la complicità dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, il rischio di un braccio di ferro tra fazioni pro e contro Tehran non è un’opzione da sottovalutare.

In terzo luogo, per la posizione geostrategica di cui gode l’Iraq, ciò che accade a Baghdad non può essere scisso dal contesto regionale, e viceversa. Pertanto, dalla capacità del futuro governo iracheno di trovare il giusto equilibrio tra i molteplici e spesso divergenti interessi degli attori regionali – nello specifico Iran, Arabia Saudita, e Turchia – dipenderà la stabilità interna del paese.

Invero, l’ormai nota influenza che Tehran esercita su Baghdad mediante il supporto a una fitta rete di gruppi para-militari sciiti filoiraniani contribuisce a mantenere alto il rischio di una escalation di tensioni con gli Stati Uniti e, recentemente, con l’Arabia Saudita. I paesi del Golfo hanno rafforzato la cooperazione con l’Iraq sia attraverso investimenti, soprattutto nel settore infrastrutturale, che mediante la promozione dei rapporti commerciali bilaterali. Il dialogo diplomatico tra Baghdad e Riyadh è inoltre funzionale all’Arabia Saudita per mettere al riparo il confine nord-orientale del paese da eventuali attacchi con droni e missili balistici lanciati dalle milizie filoiraniane operative sul suolo iracheno. Infine, la Turchia: nonostante il supporto garantito al Governo Regionale del Kurdistan, Ankara si propone come un attore chiave essendo il principale investitore straniero e partner commerciale dell’Iraq. Questi attori regionali accoglierebbero di buon grado un’eventuale re-investitura di al-Khadimi nel ruolo di Primo Ministro, il quale, nel promuovere una politica estera volta a preservare un geopolitical balance all’interno del contesto regionale, è stato in grado di raccogliere un ampio bacino di consenso tra i suoi vicini.

In conclusione, è necessario leggere le dinamiche regionali anche alla luce del ritiro statunitense dall’Iraq, previsto per la fine di quest’anno. Benché sia abbastanza improbabile che le rimanenti 2.500 unità lascino definitivamente il paese, sono molti a interrogarsi sulle eventuali ricadute che una simile decisione potrebbe provocare. Nello specifico, a destare maggiore preoccupazione è la possibile ripresa delle attività di Daesh e Al-Qaeda. Un rischio, quest’ultimo, cresciuto esponenzialmente all’indomani del ritiro di Washington dall’Afghanistan.

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