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Filippine-Cina, un vulcano nel Mar Cinese

Le tensioni tra Pechino e Manila sono cresciute di ritmo e intensità negli ultimi mesi, con manovre militari in cui si è sfiorato anche un incidente. Per gli Usa, le Filippine sono un alleato sempre più importante, per la Cina il dossier si incrocia con il destino di Taiwan. L’analisi di Emanuele Rossi

Nella sua ultima audizione alla Commissione Servizi armati del Congresso, due mesi fa, prima di lasciare il ruolo di comandante dell’Indo-Pacific Command, l’ammiraglio John Aquilino è stato estremamente chiaro: quello tra Cina e Filippine è “un punto caldo davvero critico in questo momento che potrebbe finire in una brutta situazione”.

È opinione comune che attualmente l’evoluzione delle tensioni tra Pechino e Manila sia uno dei dossier più sensibile al mondo; nel contesto temporale di breve termine, più sensibile del destino di Taiwan, l’isola auto-governata che il Partito comunista cinese ambisce, per strategia esistenziale, ad annettere al mainland. E c’è una teoria che vede i dossier connessi, come se l’uno fosse una pericolosa tappa propedeutica all’altro.

Secondo le valutazioni di alcuni player regionali, un eventuale attacco contro il territorio filippino potrebbe essere usato dalla Cina come test: sia per vedere all’opera le importanti evoluzioni dell’Esercito di liberazione popolare, sia per verificare la tipologia di risposta internazionale (chi si attiverebbe? Come? Quali conseguenze per Pechino?). Da qui testare capacità generali per un’eventuale azione su Taiwan – nonché aumentare il rispetto delle pretese cinesi. Secondo certe teorie, non si dovrebbe trattare di un’azione su ampia scala, ma di operazioni più limitate su ambiti più ristretti (essenzialmente quelli dei contenziosi territoriali marittimi).

Il mese scorso, intervenendo allo Western Pacific Naval Symposyum di Qingdao, il vice presidente della Commissione militare centrale del Partito Comunista cinese, ha detto davanti ai rappresentanti delle Marine della regione (e non solo) che la sovranità territoriale di Pechino “non ammette violazioni e non può essere messa in discussione”, aggiungendo che “il contenimento marittimo, l’accerchiamento e i blocchi intorno alle isole potrebbero immergere il mondo in un vortice di divisione e turbolenza”. Quando la Cina esprime certe posizioni parla a un interlocutore diretto: l’Occidente che mosso dal mantra nipponico che gli americani fanno proprio, “free and open Indo-Pacific”, si muove nella regione per cercare di evitare che coercizioni ed espansionismo cinese dominino l’area.

Nello specifico, negli ultimi mesi la Cina ha più volte palesato atteggiamenti aggressivi verso le Filippine, nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale, dove le unità militari di Manila si sono più volte viste accerchiate in territori in cui Pechino rivendica sovranità. In più di un’occasione i cinesi hanno sparato contro i filippini usando dei cannoni ad acqua che sono in grado di piegare l’acciaio. I primi feriti (quattro filippini) si sono già verificati il 5 marzo, quando un’imbarcazione da rifornimento filippina è stata aggredita dalla Guardia Costiera Cinese mentre si dirigeva verso Second Thomas Shoal (chiamato dai filippini Ayungin e dai cinesi Rén'ài Jiāo), una secca nelle isole Spratly al centro di una lunga controversia territoriale, in cui la Cina contesta la presenza della Sierra Madre – una nave militare delle Filippine spiaggiata nel 1999 e diventata una sorta di avamposto (perché ospita a bordo alcuni marinai).

È proprio attorno alla Sierra Madre che negli ultimi mesi si sono concentrate le tensioni. La Cina sostiene che non solo sia una forma di militarizzazione dell’area, ma che essa avvenga all’interno di acque rivendicate. Nella sostanza, per Pechino ogni ingresso filippino per rifornirla è una “introduzione illegale”, frutto di “provocazioni deliberate” che “alimentano la propaganda tesa a minare la pace e la stabilità del Mar Cinese Meridionale”. I virgolettati sono del ministero degli Esteri, che ha ripetuto più volte tale linea. Affermazioni che servono anche a ricordare il valore che le acque del bacino hanno: vi passa oltre il 60 per cento del commercio mondiale via mare, circa 5.300 miliardi di dollari di merci l’anno, e il 65 per cento del commercio estero della Cina.

La Cina rivendica la quasi totalità della regione marina sulla base della cosiddetta “linea dei nove punti”, frutto di considerazioni storiche, ideologiche, culturali e soprattutto strategiche (anche di carattere geoeconomico, come i dati dimostrano). Questa rivendicazione è stata già affrontata da una sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aja, che nel 2016 ha attribuito nello specifico la porzione di Mar Cinese Meridionale in cui è situata la Sierra Madre alla Zona economia esclusiva filippina, ma la Cina non ne riconosce validità – così come rivendica altre porzioni del bacino contro Vietnam, Indonesia, Malesia e Brunei, mentre contesta la sovranità di altri territori del Mar Cinese Orientale contro il Giappone.

Quello che sta accadendo con le Filippine in questi ultimi mesi è però differente rispetto al solito ritmo con cui la Cina porta avanti le proprie rivendicazioni. Le attività di erosione della sovranità filippina sono aumentate per ritmo e intensità e Pechino sta modificando costantemente lo status quo per normalizzare via via questa erosione – esattamente come fa inviando assetti militari tra i cieli e le acque controllate da Taipei, nel tentativo di normalizzare quella presenza. Dal canto loro, le Filippine hanno invece rinverdito l’intesa con gli Stati Uniti: a maggio di un anno fa, i due Paesi hanno siglato le “Nuove linee guida bilaterali per la difesa”, con le quali sono state rafforzate le condizioni per cui le forze americane possono intervenire in aiuto delle Filippine, aggiornando i termini dell’antico Trattato di mutua difesa (del 1951), allargando rispetto al precedente Enhanced Defense Cooperation Agreement la possibilità di accesso americano ad altre quattro basi militari dell’arcipelago.

Condizioni favorite anche dalla linea del presidente Ferdinando Marcos Jr, eletto nel maggio di due anni fa, che ha abbandonato la politica filo-cinese del predecessore (Rodrigo Duterte). Ora Manila è un alleato chiave di Washington nell’Indo Pacifico; sono aumentate le esercitazioni congiunte e gli Usa hanno inserito il Paese in uno dei sistemi mini-laterali di governance internazionale. Chiamato “Squad”, è composto da Usa, Filippine, Australia e Giappone. Pechino detesta questo genere di coordinamento, perché ne percepisce il fine di contenimento, ne vede l’ostilità, e ne teme il valore tattico-strategico anche nell’ottica Taiwan. Non a caso, tre delle nuove basi a cui gli americani possono accedere si trovano nella più estesa e settentrionale delle isole filippine, Luzon, affacciata proprio verso Taipei.

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