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Gli Stati dell'Asia centrale ex sovietica e la guerra russo-ucraina

di Antonio Stango

Quali ripercussioni ha avuto la crisi ucraina nelle Repubbliche post-sovietiche dell’Asia Centrale

I cinque Stati dell’Asia centrale ex sovietica hanno assunto rispetto alla guerra in Ucraina posizioni parzialmente diversificate, con un dato comune: nessuno di loro ha votato né a favore, né contro la Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2 marzo che condanna l’invasione e chiede il ritiro delle truppe russe. Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan si sono astenuti, mentre Turkmenistan e Uzbekistan non hanno partecipato al voto.

L'elevato livello di interdipendenza economica con la Federazione Russa è per loro un elemento ambivalente: da un lato, infatti, potrebbe spingerli alla solidarietà con le politiche del Cremlino, ma dall’altro li rende fortemente sensibili all’impatto delle sanzioni. Inoltre, l’espansionismo russo preoccupa almeno quattro di quei governi, in varia misura in funzione soprattutto della vicinanza territoriale e della presenza di minoranze russe.

Oltre all’interscambio commerciale, ai flussi energetici e alla rete di alleanze che interessano aspetti militari e di sicurezza, i legami con la Russia riguardano gli effetti dell’andamento del rublo russo sulle valute locali e il ruolo delle rimesse dei lavoratori migranti, che per alcuni Paesi costituiscono una parte molto significativa del PIL (30% per il Tajikistan e 28% del Kirghizistan). Secondo il governo russo, nel 2021 lavoravano in Russia 4.500.000 cittadini dell'Uzbekistan, 2.400.000 del Tagikistan e 920.000 del Kirghizistan.

Il Kazakistan, che in gennaio aveva richiesto l’intervento di unità di Stati dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) per “riportare l’ordine” nel Paese scosso dall’ondata di manifestazioni, non intende riconoscere le “repubbliche popolari” separatiste di Donetsk e Luhansk. Il presidente Tokayev, in una dichiarazione del 1° marzo, ha evidenziato il principio della "indivisibilità della sicurezza eurasiatica" e ha offerto assistenza per una mediazione, chiamando in seguito il presidente ucraino Zelensky.

Accanto alla preoccupazione per le ricadute economiche della guerra, il governo deve tenere in qualche modo conto della forte propensione della maggioranza etnica kazaka della popolazione a solidarizzare con l’Ucraina – come evidenziano manifestazioni pubbliche e raccolte di aiuti umanitari. Concorre forse a questo anche la memoria di un discorso dell’agosto 2014 (cinque mesi dopo l’annessione della Crimea) in cui Putin affermò che i kazaki non avevano “mai avuto uno Stato", invitando il popolo kazako a "rimanere nel grande mondo russo”.

I russi in Kazakistan sono tuttora circa 3.400.000 – il 18% della popolazione. Specialmente in alcune regioni del nord (dove la loro percentuale supera il 50%) è diffuso un certo disagio per una lamentata discriminazione nei confronti di chi non sia di etnia e di lingua kazaka; inoltre, affidandosi soprattutto a media di lingua russa, molti fra loro tendono a recepire la propaganda diffusa da Mosca. La lingua russa ha lo status di “ufficiale”, mentre quella kazaka lo status di “statale” – ed è quindi necessaria per accedere a numerosi incarichi pubblici.

Il Kazakistan, che basa la propria politica estera sulla “multivettorialità”, è da un lato il più attrezzato della regione per dimensioni e risorse economiche per non cedere alle pressioni di Mosca; dall’altro quello che potrebbe essere più esposto a sottrazioni di parti del proprio territorio, includendo anche la base di lanci spaziali di Bajkonur – rimasta sempre amministrata dalla Federazione Russa. Questo fa ipotizzare la necessità per il Paese di tutelarsi con solide relazioni sia con gli Stati occidentali che con la Turchia, mantenendo nel contempo un delicato equilibrio con la Cina.

Lo Stato della regione che ha espresso maggiore sostegno alla Federazione Russa sulla guerra in corso è il Kirghizistan, il cui presidente Japarov il 22 febbraio ha affermato che l’ingresso di truppe russe nel Donbass sarebbe stato una misura necessaria per “proteggere quella pacifica popolazione”. Del resto, il Paese ospita un’importante base dell’aereonautica militare russa a Kant, a circa 20 chilometri dalla capitale Byshkek.

I russi in Kirghizistan sono circa 350.000 (il 6%). La lingua russa ha lo status di seconda lingua ufficiale e finora non sono state segnalate discriminazioni; tuttavia, l’affermazione progressiva di una più netta identità nazionale kirghiza, anche sul piano linguistico, potrebbe in futuro creare un senso di maggiore estraniamento nella minoranza. Permangono peraltro i rischi di ripresa di scontri interetnici fra kirghizi e uzbeki (rispettivamente, il 73 e il 15% della popolazione) e interclanici.

Quest’ultimo elemento di conflittualità riguarda anche il Tagikistan e l’Uzbekistan, che condividono con il Kirghizistan la valle di Fergana: qui più volte si sono avuti scontri interetnici e sanguinosi incidenti di frontiera – l’ultimo dei quali fra l’aprile e il maggio 2021 fra Tagikistan e Kirghizistan.

Scosso dalla guerra civile negli anni Novanta, il Tagikistan ospita oggi meno di 35.000 russi, (lo 0,5% della popolazione), circa 56.000 kirghizi (0,8%) e una cospicua minoranza uzbeka (12%). Benché la sola lingua ufficiale sia il tagiko (lingua iranica, a differenze di quelle turciche dei popoli autoctoni degli altri Stati dell’Asia centrale), la lingua russa è ancora insegnata nelle scuole e il governo sembra tentare di favorire la permanenza dei russi nel Paese in quanto mediamente più preparati in settori tecnici. I problemi di sicurezza possono inoltre facilitare un ruolo di interposizione e controllo da parte della Federazione Russa nell’area – e la capitale Dushanbe ospita una divisione di fanteria russa, che ha avuto un ruolo attivo sia nella guerra civile che nella gestione della frontiera con l’Afghanistan.

Il più popoloso dei Paesi dell’Asia centrale, l’Uzbekistan sembra voler mantenere una posizione piuttosto lontana da Mosca rispetto alla guerra in Ucraina. Se il 25 febbraio il servizio stampa del Cremlino ha riferito di un colloquio telefonico di Putin con il presidente uzbeko Mirziyoev, che avrebbe “espresso comprensione per le azioni intraprese dalla parte russa”, il giorno dopo la presidenza uzbeka ha affermato che l'Uzbekistan era neutrale e ha auspicato una soluzione pacifica secondo il diritto internazionale. Intanto, blogger vicini al governo hanno rimesso in circolazione un video del 1995 in cui l'allora presidente Karimov metteva in guardia su forze miranti a "ripristinare la Grande Russia fino ai confini dell’ex Unione Sovietica".

Se la questione delle minoranze permane delicata rispetto a quelle kirghiza (0,9%) e tagika (4,8%), non sono segnalati gravi problemi con quella russa (2,5%) – la cui lingua è definita "di comunicazione interetnica" con legge ordinaria.

Una proposta parlamentare di adesione dell’Uzbekistan all'Unione Economica Eurasiatica (Federazione Russa, Armenia, Bielorussia, Kirghizistan) era stata accolta con forti proteste da gruppi nazionalisti, e il governo nel 2020 decise di accedere al solo status di osservatore. Questo lo rende, fra l’altro, anche tecnicamente più aperto a forme di partenariato con i Paesi occidentali.

Da parte sua, il Turkmenistan, che è anche l’unico dei cinque Stati dell’Asia centrale ex sovietica a non fare parte della Shanghai Cooperation Organization, conferma l’abituale linea di neutralità e non esprime alcuna posizione sulla guerra in Ucraina. La situazione può accentuare la necessità del governo di trovare nuovi canali di esportazione di gas naturale verso l’Europa, accelerando la ricerca di investimenti per le infrastrutture di cui è carente.

Una minoranza russa di circa il 5% vive tuttora nella capitale e in altre aree urbane. La lingua russa è definita “di comunicazione inter-etnica” nella Costituzione, ma una campagna di ‘turkmenizzazione’ negli ultimi anni ha portato a escludere chi non conosca la lingua turkmena o non abbia la cittadinanza dello Stato dagli impieghi pubblici e a non riconoscere titoli universitari russi. Sono state segnalate interferenze e interruzioni in trasmissioni televisive russe, seguite via satellite, che riferivano della situazione in Ucraina nel 2014; non è chiara la copertura degli eventi attuali. La Chiesa ortodossa russa è tollerata, ma sotto crescente controllo delle autorità, che proibiscono l’ingresso di letteratura religiosa e ostacolano quello di sacerdoti.

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