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Il confronto tra i Paesi SAARC sull’Afghanistan

di Guido Bolaffi

Nuove tensioni all’orizzonte tra India e Pakistan sulla questione Afghanistan nella composizione della SAARC

La SAARC rischia di morire per l’IEA. E non è, come potrebbe sembrare, un rompicapo dell’enigmistica, ma il possibile, negativo, esito di un duro scontro politico, che si è consumato a New York dietro le quinte dell’ultima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tra i rappresentanti dei Paesi del sud est asiatico accumunati nella South Asian Association for Regional Cooperation (SAARC). I quali, preso atto del grave disaccordo sulla permanenza in seno alla loro organizzazione dei Talebani dell’Islamic Emirate of Afghanistan (IEA), hanno preferito, per evitare guai peggiori, cancellare l’incontro in agenda dei rispettivi Ministri degli Esteri.

Uno scontro ai limiti dell’incidente diplomatico. Che sarebbe però passato sotto silenzio, come molti forse speravano, se non ci fosse stato “l’interessato interessamento” della stampa indiana. Infatti, The Indian Express, nell’editoriale dello scorso 23 settembre, titolato “Resistance against inclusion of Taliban in SAARC is justified, scriveva: «It may be time to face up to the fact that there is no real chance of reviving an already moribound SAARC. It has been years since there was a summit, principally because it is Pakistan’s turn to host it, and Delhi has refused to participate due to the tensions between the two countries over terrorist incidents and other issues[…] To get around this, there was already talk of a separate grouping that would be SAARC minus 1. Now, with the Taliban in Kabul, and Pakistan paying its local guardian, regional cooperation in South Asia is bound to remain a chimera».

Un pericoloso groviglio di antiche tensioni e nuovi rancori, tra India e Pakistan, tornati ad esplodere, nel caso in questione, a causa della volontà del Pakistan, in seno alla SAARC, di sostenere, contro e a dispetto dell’India, la presenza all’ONU di un rappresentante del nuovo Governo di Kabul. E, di conseguenza, il diritto dell’IEA, come membro della SAARC, di prendere parte, insieme agli altri Paesi, all’incontro da tempo calendarizzato dei loro Ministri degli Esteri. Richiesta che ha fatto scattare il veto di Delhi, il cui Governo, dopo aver ricordato che l’Afghanistan era stato accolto in seno alla SAARC nel 2007, cioè molti anni dopo la sua fondazione, solo per aiutare questo Paese ad uscire dal buio isolamento politico, economico e culturale in cui era sprofondato per colpa dei Talebani oggi tornati al potere, non ha mancato, maliziosamente, di rimarcare che: «It is surprising that Pakistan wanted the Taliban symbolically represented at the planned regional meeting with an empty chair (Amir Khan Muttaqi, the Taliban acting Foreign Minister, designated and sanctioned as a terrorist under United Nations Security Council resolution 1267) could not have attended. The move appears to have been an attempt to pressgang SAARC to grant de facto legitimacy to the IEA».

Posizione fermamente ribadita dal Premier Modi, nei 21 minuti del suo intervento dal podio del Palazzo di Vetro: «Countries with regressive thinking that are using terrorism as a political tool must understand that terrorism is an equally big threat for them also. It is absolutely essential to ensure Afghanistan’s territory is not used to spread terrorism and for terrorist attacks. We also need to be alert and ensure that no country tries to take advantage of the delicate situation there, and use it as a tool for its own selfish interests».

Parole che devono aver fatto fischiare le orecchie ad Islamabad. Non tanto per la loro perentorietà, tratto ben noto del lessico a dir poco sbrigativo e per questo agli occhi di molti suoi concittadini con-vincente, del Primo Ministro indiano, quanto piuttosto per il silenzio con cui esse sono state accolte dall’Amministrazione Americana, che di fronte all’implicito quanto evidente J’accuse nei confronti del Pakistan, non ha neppure tentato una difesa d’ufficio del suo antico alleato. Peraltro, già da tempo sul chi vive per il crescente corteggiamento di Biden nei riguardi dell’acerrimo nemico di confine. Corteggiamento confermato dall’enfatica accoglienza riservata dalla Casa Bianca a Modi, poche ore prima del suo intervento al Palazzo di Vetro, in occasione del vertice quadrangolare USA, India, Australia e Giappone (Quad).

Ecco spiegata l’inusuale durezza dell’editoriale “Biden Only complicates it for us” pubblicato il 28 settembre dall’autorevole quotidiano pakistano in lingua inglese, Dawn, che, per mano del suo corrispondente a New Delhi, Jawed Naqvi, scriveva: «Biden’s shibboleths on democracy or world peace or the environment are just that, vacuous shibboleths. He assured the UN he was not planning to start a new Cold War with China. That was moments after setting up an aggressive Anglo-Axon alliance (AUKUS), one which serious analysts fear may be primed for a catastrophic war with Beijing. Biden gave Narendra Modi gentle advice on multicultural democracy. But the president is incapacitated by his politics to repair the damage done to India’s liberal constitution by the country’s most viciously right-wing prime minister to date […] Biden needs Modi as part of America’s growing militarist designs in Asia. South Asian countries, led by India, are stymied by their sub-Saharan human development indices. Inordinately huge quantities of resources that go into militarist enterprises need to be ploughed into public health and scientific education». Che dire? Pan per focaccia.

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