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Il Marocco tra geopolitica e prospettive economiche

di Alessandro Giuli

Il Marocco conferma la sua centralità regionale nel rapporto con i paesi europei, in un momento di incertezza economica condizionato dalla crisi ucraina. Il punto di vista di Alessandro Giuli

Il regno del Marocco sembra mostrare un doppio volto carico d’incertezze finanziarie e di aspettative commerciali inattese collegate alla guerra russo-ucraina. E’ di pochi giorni fa il report in cui Fitch ha confermato il rating del Marocco a “BB+”, sottolineando la sostanziale composizione favorevole del debito sovrano e delle riserve di liquidità di Rabat, unitamente a condizioni di bilancio stabili, insidiate, tuttavia, da un’inflazione in netta risalita (dall’1,4 per cento del 2021 al 4% del primo trimestre 2022) e da deboli prospettive di crescita post pandemica: dal 7,4 per cento del 2021 all’attuale 1,1%, con un rimbalzo al 3% nel 2023 trainato dal turismo e da una eventuale tregua della siccità ma insufficiente per raggiungere i 5 decimali in più necessari all’upgrade del rating a “BB”. Nel complesso, l’agenzia internazionale prevede comunque un miglioramento nel rapporto debito/pil a partire dall’anno prossimo, anche in virtù d’una larga base d’investitori/creditori nazionali.

Peseranno però le perturbazioni incombenti sulla catena di approvvigionamento di materie prime, soprattutto agricole (Kiev e Mosca riforniscono il 20 per cento del grano necessario al Marocco), che renderanno impellenti un aumento della produzione e la diversificazione delle fonti. Ma il Paese importa anche il 90 per cento del proprio fabbisogno energetico e, dacché la crisi con l’Algeria ha provocato la chiusura del gasdotto GME, Rabat sta ripiegando su carbone e petrolio per la produzione di corrente elettrica. Sullo sfondo, s’intravedono i germi di tensioni sociali serpeggianti ma piuttosto contenute, a fronte d’una disoccupazione non irrilevante ma abbastanza sotto controllo (12,1% nel primo trimestre 2022) e che non sembra preoccupare oltremisura la classe dirigente.

Per contro, il Marocco si sta ritrovando d’improvviso al centro di ramificati interessi internazionali che rinviano alla cosiddetta “diplomazia dei fertilizzanti”. Una forma di soft power poco visibile ma di prima grandezza, relativa a uno dei mercati più colpiti dagli effetti del conflitto nell’Europa dell’Est (la Banca mondiale prevede un aumento dei prezzi del 70 per cento nel 2022). Il blocco improvviso delle esportazioni russe di fosfato, potassio e ammoniaca sta di fatto ridisegnando le geostrategie politico-economiche globali; e può premiare nazioni come il Marocco che detiene il 75 per cento delle riserve mondiali del fosfato necessario alla composizione dei fertilizzanti. Il primo Stato a comprendere la portata del ruolo di Rabat è stato il Brasile, principale produttore mondiale di soia, mais, carne bovina, pollame e caffè, ma dipendente per l’85% dall’importazione di fertilizzanti: per lo più da Russia e Bielorussia, seguìti appunto dal Marocco. Il ministro dell’Agricoltura brasiliano, subito imitato dall’omologo peruviano, si è mosso tempestivamente per cercare di aumentare un volume d’affari che in regime prebellico ammontava già a 75,3 milioni di dollari (dati della Camera di commercio arabo-brasiliana). Analoghe trattative sono state avviate dalla Guyana.

E l’Unione europea? Nel 2021, secondo la Fao, Mosca era per l’Ue il principale esportatore di fertilizzanti azotati e il secondo di fertilizzanti potassici e fosfatici. Di qui, adesso, l’urgenza di rivolgersi contestualmente al mercato statunitense, prima ancora che alla Cina con il suo corredo di ambiguità. E naturalmente al Marocco, per l’appunto, che negli anni ha preferito diventare direttamente un produttore leader di fertilizzante anziché dei suoi componenti di base, con ricadute assai positive sia sulla propria bilancia commerciale sia nella produzione agricola interna e, volendo allargare lo sguardo, dell’Africa intera. In altri termini, le sanzioni occidentali contro Putin hanno reso improvvisamente cruciale il ruolo di Rabat agli occhi di un’Europa al momento più unita dallo stato di necessità che nella gestione dell’incendiario dossier russo-ucraino.

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