Il Nepal alla prova delle elezioni
A più di sei mesi dall’ondata di agitazioni che si sono verificate in Nepal, il 5 marzo 2026 si sono tenute le elezioni generali per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti, segnate dal successo del partito “erede” di quella stagione di mobilitazione, guidato dal giovane ex sindaco di Kathmandu, Balendra Shah.
Il 5 marzo 2026 si sono svolte in Nepal le elezioni generali per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti (la Camera Bassa del Parlamento bicamerale di Katmandu) a seguito delle rivolte che, nel settembre 2025 avevano provocato le dimissioni dell’esecutivo allora in carica. Seguendo quanto stabilito dal sistema elettorale misto vigente, che assegna 165 dei 275 seggi con metodo maggioritario uninominale e i restanti 110 su base proporzionale, il Rastriya Swatantra Party (RSP), guidato in questa tornata elettorale dal giovane ex sindaco di Kathmandu Balendra Shah, ha ottenuto una vittoria netta garantendosi la possibilità di formare un esecutivo a guida RSP.
Diversamente dalle elezioni del 2022, quando l’RSP si era affermato come forza politica marginale, alle elezioni di marzo il partito ha conquistato 182 seggi, ottenendo una solida maggioranza parlamentare distanziando nettamente i tradizionali partiti nazionali. Tra questi, il Nepali Congress ha ottenuto 38 seggi, mentre la coalizione guidata dal Communist Party of Nepal – Unified Marxist Leninist (CPN-UML) ne ha conquistati 25.[1]
La tornata elettorale, e in particolare la storica vittoria del partito di Balendra Shah – che dovrebbe assumere la guida del nuovo esecutivo nei prossimi giorni – si colloca in un momento particolarmente delicato per il paese. A settembre 2025, infatti, una serie di tumulti e di violente manifestazioni popolari dirette contro l’esecutivo e le autorità centrali causò 76 vittime e oltre 2.000 feriti, in quella che è stata considerata la più grave crisi interna dalla fine della monarchia nel 2008.[2]
Le proteste ebbero origine dalla decisione del governo nepalese di bloccare ventisei piattaforme digitali, ritenute non conformi agli indirizzi definiti dalla Corte Suprema del Nepal. In base a tali disposizioni, tutte le piattaforme operanti nel paese avrebbero dovuto registrarsi presso il Ministero delle Comunicazioni e delle Tecnologie dell’Informazione, così da consentire il controllo dei contenuti considerati “indesiderati”, pena la disattivazione del servizio. Le manifestazioni assunsero progressivamente una portata molto più ampia e dirompente. Alimentate soprattutto dalla componente giovanile della popolazione – sulla scia anche delle analoghe sommosse nella regione come quelle in Sri Lanka e Bangladesh nel 2022 e 2024 –, esse finirono per catalizzare un diffuso malcontento nei confronti del governo, nonché della corruzione e dei privilegi attribuiti all’establishment politico nepalese. L’8 settembre i dimostranti circondarono e forzarono gli accessi al Parlamento di Kathmandu e nella stessa giornata la protesta si propagò in molte altre città raggiungendo sedi e residenze istituzionali.
Nei giorni successivi il divieto imposto alle piattaforme digitali fu revocato e ne venne consentita la riapertura. Il 9 settembre arrivarono inoltre le dimissioni di alcuni dei principali ministri e funzionari governativi, tra cui quelle del Primo Ministro K.P. Sharma Oli. Fu quindi formato un governo tecnico ad interim e furono indette nuove elezioni che, insieme all’intervento dell’esercito, contribuirono a stabilizzare almeno parzialmente la situazione nel paese.
In questo contesto, i risultati elettorali di marzo 2026 rappresentano, quindi, la naturale prosecuzione degli eventi sopradescritti.
Il successo dell’RSP, che ha fondato la propria campagna elettorale sulla critica del sistema nepalese enfatizzando anche la giovane età del candidato premier, riflette infatti sia l’eredità politica delle proteste sia la complessa situazione politica, economica e sociale del paese.
Dalla nascita della repubblica del 2008, il Nepal non ha ancora raggiunto una propria stabilità politica essendosi susseguiti, negli ultimi anni, quattordici governi, di cui nessuno ha portato a termine una legislatura. Anche sotto il profilo economico il paese versa in condizioni di fragilità malgrado la crescita economica dell’ultimo anno pari al 4.61% (rispetto al 3,67% del 2023/2024)[3]. Secondo i dati del 2025, il Nepal presentava un tasso di disoccupazione totale del 10.5% che risultava pari al 20.8% secondo i dati della Banca Mondiale per la fascia di popolazione 15-24 anni (elemento particolarmente rilevante se si considera che oltre il 40% della popolazione ha meno di 35 anni)[4]. In questo senso, è opportuno segnalare come la maggior parte della popolazione in età lavorativa si trovi impiegata all’estero. Nel solo 2024 si stima che 741000 nepalesi (su una popolazione totale di 30 milioni di persone) abbiano lasciato il paese per trovare un’occupazione all’estero (i paesi del Golfo, Malesia e India risultano le destinazioni principali). Complessivamente, infatti, le cosiddette rimesse contribuiscono a più del 26% del Pil nazionale per un totale di circa 11 miliardi di dollari.
Alla luce del quadro economico, politico e sociale del Nepal, i risultati della tornata elettorale di marzo 2026 rappresentano, come detto, un passaggio significativo per il paese che dovrebbe essere governato da una formazione di governo espressione di quella fascia più giovane della popolazione che guidò le proteste di settembre 2025. Permangono, tuttavia, rilevanti incognite circa la capacità della nuova maggioranza di tradurre concretamente in azione le promesse elettorali, anche in considerazione delle influenze che gravano sul Nepal sul piano internazionale. Il paese si trova infatti stretto, non soltanto geograficamente, tra India e Cina, entrambe legate a Kathmandu da rapporti economici, politici e sociali di primaria importanza, sebbene di natura differente. Inoltre, la posizione del Nepal, estesa in larga parte lungo la catena himalayana, ne accresce il valore strategico per una pluralità di ragioni, riconducibili soprattutto alla gestione delle risorse idriche (che da quest’area montuosa alimentano i bacini del Sud-Est asiatico), anche alla luce degli effetti sia politici che economici prodotti dal cambiamento climatico.[5]
[1] https://www.bbc.com/news/artic...
[2] https://www.reuters.com/world/...
[3] https://www.nrb.org.np/content...