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Il Pakistan e l’ascesa talebana

di Guido Bolaffi

Per Islamabad la presa del potere da parte dei Talebani può rappresentare un successo, ma dietro la loro ascesa potrebbero celarsi dei rischi. L’analisi di Guido Bolaffi.

Per il Pakistan il ritorno al potere dei Talebani a Kabul rappresenta, a prima vista, un indiscutibile successo politico-diplomatico. Che rischia, però, di essere foriero, sia sul piano interno che su quello internazionale, di non pochi problemi. Al punto che i guadagni di oggi, ottenuti grazie al sostegno fornito alla vittoria talebana potrebbero trasformarsi, domani, in costosi oneri. E per capire perché ad Islamabad rischia di non essere tutt’oro ciò che luce basta leggere l’articolo The Real Winner of the Afghan War? It’s not Who You Think pubblicato dal New York Times lo scorso 26 agosto. Che dà conto, con meritevole chiarezza, delle possibili, negative implicazioni che si profilano per il Pakistan a seguito del ruolo avuto nei dolorosi accadimenti che hanno ancora una volta sconvolto l’esistenza del popolo afghano e con essa gli equilibri geo-politici dell’intero sud est asiatico.

Tema ripreso ed approfondito con maggiore dovizia di informazioni dallo speciale Afghan Under the Taliban. Pubblicato dalla Fondazione Carnegie Endowment for International Peace, nel quale Aquil Shah, grande specialista della materia spiegava: “Pakistan’s military-backed prime minister Imran Khan has endorsed the Taliban takeover of Afghanistan by saying that Afghans have broken the shackles of slavery. Several ministers in his cabinet, retired generals close to the army’s high command, and the countries main Islamist parties have openly welcomed the group’s triumph in Afghanistan as a victory for Muslim world. Pakistan’s leaders believe Taliban rule will increase their leverage in Afghanistan and sideline their archirival India [and] with the U.S. exit from Afghanistan Pakistan’s proximity to landlocked Afghanistan and the depth of its influence pver Taliban will position Islamabad as the primary diplomatic conduit between the Taliban regime and the international community… But Taliban rule in Afghanistan is not risk-free”. Un tema sul quale aveva già richiamato l’attenzione Robert Grenier, ex capo della CIA in Pakistan. Secondo cui: “The Pakistan and ISI [l’Inter Service Intelligence guidato dal generale pakistano Faiz Hameed] they think have won in Afghanistan. But the Pakistanis should watch what they wish for…If the Afghan Taliban become leaders of a pariah state, Pakistan will find itself tethered to them”.

Sono dunque almeno due le ragioni per le quali il Pakistan rischia di pagare un prezzo a dir poco salato.

La prima: l’insediamento a Kabul di un governo di Pasthun duri e puri capeggiato da un inflessibile estremista quale è Mohammad Hassan Akhun - che, per inciso, aveva ordinato nel 2001 la distruzione dei Bamiyan Buddhas - avrà come conseguenza, per usare le parole di Aquil Shah,quella di: “ empower fighters in the ranks of Deobandi Pakistani Taliban, a collection of jihadists and sectarians who aim to topple Pakistan’s government from their perch along the Afghan border.” Un gruppo di combattenti che alla fine del 2010, dopo aver condotto una serie di attentati anti pakistani, per evitare la dura rappresaglia ordinata nei loro confronti dal governo di Islamabad, con l’appoggio dei “fratelli” Talebani aveva varcato i confini e trovato rifugio nelle montagne dell’Afghanistan. Dalle quali, dopo un silenzio durato anni, a metà del 2010 era tornato a farsi vivo in Pakistan a suon di bombe. Prendendo di mira, in particolare, “Chinese interests in Pakistan, such as a bombing that killed several people in July 2021, including Chinese workers on a Beijing-funded hydropower power. The Pakistani Taliban have ideological and operational ties to the Afghan Taliban, but it certainly isn’t a given that the jihadi group’s Afghan compatriots will feel any strong obligation to rein them in”.

La seconda: l’appoggio doppiogiochista fornito, alle spalle degli americani, dai militari e dall’intelligence pakistani ad alcuni dei più equivoci e pericolosi eredi afghani del Mullah Omar, rischia di far montare oltre misura la “crisi di nervi” in cui versa la Casa Bianca dopo il rimpatrio delle sue truppe. Cosa che potrebbe spingerla a stringere i cordoni della borsa e ridurre il fiume di dollari che da decenni gli USA trasferiscono nelle casse del Tesoro pakistano. Tanto è vero che secondo il New York Times: “relations [with Pakistan] already on the downslope, will deteriorate further. Aside from maintaining the stability of Pakistan’s nuclear arsenal, the Americans now have less incentive to deal with Pakistan”.

Se così fosse il governo di Islamabad - tenuto anche conto del fatto che i presidenti democratici USA, a differenza di quelli repubblicani, hanno sempre nutrito sospetti e diffidenze nei confronti del suo ceto politico - potrebbe, in men che non si dica, finire in bancarotta. Un rischio non serio ma serissimo. Visto che l’idea segretamente covata negli oscuri meandri dei potentati pakistani di puntare, nel caso, a “cambiare cavallo” sostituendo i minori aiuti in dollari statunitensi con quelli in remimbi cinesi è, per quello che è dato capire, solo un sogno. Destinato, come titolava un bellissimo film del passato, “a morire all’alba”. Infatti: “Publicly China says it is cheered to see the Americans exit Afghanistan and is ready to step into the void, expanding its Belt and Road initiative into Afghanistan, where it hopes to extract minerals. But privately, the Chinese are wary: Chinese workes in Pakistan have been killed in terrorist attacks, which could presage a rough ride in Afghanistan. And the Taliban prefer isolation to roads and dams that could loose their control on the population”. Fine della storia.

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