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Il protagonismo riluttante di Algeri

di Alessandro Giuli

Tensioni interne e frontiere calde per la vecchia guardia in crisi di consenso

Il rapido e riservatissimo funerale di Stato allestito dal presidente algerino Abdelmadjid Tebboune per il suo ingombrante predecessore Abdelaziz Bouteflika – una sepoltura nella sezione speciale del cimitero di El Alia riservata ai combattenti per l’indipendenza dell’Algeria, il corteo funebre composto da un carro armato con scorta militare, tre giorni di lutto – rappresenta per certi versi la fotografia di una nazione che cerca di pietrificare il passato per non delegittimare un presente ancora incerto. Tebboune, settantacinquenne economista schivo ed ex ministro della Cultura che di Bouteflika è stato anche primo ministro, dal 2019 porta su di sé la responsabilità e il compito impervio di ascoltare le istanze popolari che due anni fa hanno portato alla definitiva destituzione dell’ex Capo di Stato rimasto al potere per un ventennio, dal 1999, uscito di scena sotto il peso delle accuse di corruzione e frode elettorale.

Dopo una sosta obbligata imposta dal primo sciame pandemico nel 2020, nella primavera scorsa il movimento di protesta nato per scongiurare un quinto mandato di Bouteflika, “Hirak”, ha ripreso a manifestare il proprio dissenso per la “rivoluzione del sorriso tradita” dalla nomenclatura algerina. Malgrado il carattere visibilmente pacifico delle marce guidate dai “gilet arancioni”, intermediatori con le forze di polizia provenienti da una società civile fatta di sindacati autonomi, organizzazioni democratiche e religiose, non sono mancati arresti e misure repressive deterrenti. Ma la debolezza delle formazioni che sostengono l’Alleanza presidenziale assieme all’apparato militare, nell’essenza riconducibili al Fronte Nazionale di Liberazione (FNL, partito unico fino al 1989) e al Rassemblement National pour la Démocratie (RND), non ha prodotto finora il coagularsi di un’opposizione politica omogenea. Basti pensare al fatto che Tebboune è stato eletto presidente nel 2019 con un tasso di affluenza alle urne di appena il 39,9 degli aventi diritto. La stessa Fratellanza musulmana, innervata nel Mouvement pour la Société et la Paix (MSP), ha giocato un ruolo abbastanza ambiguo, cercando di avviare una interlocuzione con l’esercito per agevolare una transizione conveniente agli interessi del così detto “Islam politico”, residuo fuori corso delle primavere arabe del 2011.

All’ondivaga politicizzazione del conflitto sociale sta facendo riscontro un sopraggiunto attivismo istituzionale algerino lungo le tradizionali, strategiche linee di faglia geopolitiche. Dall’endemico conflitto a bassa intensità con il Marocco per la questione del Sahara Occidentale – radicalizzatosi in estate fino all’interruzione dei rapporti diplomatici con Rabat – per arrivare all’intensificarsi delle preoccupazioni lungo la frontiera meridionale legate all’instabilità del Sahel, si può ricavare che l’Algeria è alle prese con la necessità di ricalibrare la proiezione della sua politica estera. In questo senso, il presidente algerino sembra aver colto l’occasione per rafforzare l’immagine del proprio Paese come argine anche militare nei confronti dell’estremismo islamico. Pur avendo negato fino a pochi mesi fa la possibilità di “sostituire i francesi in Sahel”, a giugno Tebboune è intervenuto sulla stampa parigina (Le Point) per affermare che “l’Algeria non lascerà che il Mali diventi un santuario per i jihadisti”; senza escludere un intervento in armi contemplato nella modifica costituzionale del 2020, in base alla quale “il presidente della Repubblica d’intesa con le due Camere può dispiegare l’esercito fuori dai confini”.

Resta inverosimile l’ipotesi che Tebboune voglia smentire il consueto modus operandi di Algeri, sempre proteso a tenere distinte finché possibile le rivendicazioni identitarie dei ribelli Touareg dal disegno di un Califfato propugnato dagli integralisti islamici, offrendo in cambio prospettive di autonomia regionalistica e maggiore integrazione sociale. Dietro la recente riattivazione da parte di Algeri del coordinamento militare con Bamako, così come con gli stati maggiori di Niger e Mauritania, s’intravede semmai un protagonismo riluttante diretto verso un accordo di pace da esibire anche fra le mura domestiche. Lì dove il non più giovane Tebboune misura oggi l’incolmabile distanza ideale tra le nuove generazioni algerine e il vecchio establishment rivoluzionario di cui fa parte.

A complicare lo scenario, tuttavia, nelle ultime ore è sopraggiunta la nuova escalation che il 1° novembre potrebbe portare Algeri a sbarrare i rifornimenti del proprio gas destinato alla Spagna attraverso il Marocco; e che costringerebbe Rabat a cercare altri fornitori. All’ombra della questione energetica, non è difficile scorgere anche la nota linea di frattura che vede il Marocco a sostegno degli indipendentisti berberi della Kabylia algerina e l’Algeria accanto ai separatisti marocchini Sahrawi. Ma s’indovina pure la tentazione di un’Algeria che, afflitta da una pesante crisi economica aggravata dal Coronavirus, ricorre perfino alle esercitazioni della Marina militare per rinverdire la formula del “nemico esterno”; con l’obiettivo di distrarre una popolazione sfibrata e stabilizzare una classe dirigente in cerca di legittimità.

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