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Intelligenza Artificiale tra competizione internazionale e prospettive di sviluppo

Dal caso Open AI alla competizione tra USA e Cina e al dibattito interno agli Stati Uniti: l’importanza degli sviluppi dell’intelligenza artificiale a livello politico. Il punto di vista di Stefano Marroni

Il terremoto che nel giro di pochi giorni ha visto finire Open AI sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo non è una diatriba tra i guru della high tech, o l’ennesimo duello all’ultimo sangue tra compagnie che fatturano ogni anno decine di miliardi di dollari. O forse lo è anche, ma non solo per lo scontro che schematicamente li vede divisi tra ottimisti, prudenti e catastrofisti sul futuro dell’intelligenza artificiale, il potente strumento che nella sua versione generativa – la popolarissima ChatGPT – ha conquistato in pochi mesi i mercati finendo nelle consolle di milioni di utenti. In ballo ci sono le possibili conseguenze sociali e politiche di un uso non regolato di una tecnologia in grado di replicare – ma c’è chi dice sostituire – il pensiero umano. E ancora - sullo sfondo - l’ennesimo fronte della guerra segreta tra Usa e Cina nello scenario esplosivo del Medio Oriente.

Lo scontro al vertice di Open AI si è consumato nell’arco di una settimana. A sorpresa, il board della start up di San Francisco – nata nel 2015 come non profit, per “garantire il benessere all’intera umanità” – venerdì 17 novembre ha licenziato con un comunicato di poche righe Sam Altman, il Ceo di 48 anni protagonista dell’impetuosa crescita degli ultimi anni anche grazie all’ingresso nel capitale sociale di massicci investimenti dei giganti dell’High tech, e in particolare di Microsoft, che ha acquisito il 49 per cento delle azioni pagandole 13 miliardi di dollari. L’accusa, non essere stato “trasparente con il resto del board”.

Nel mondo che ruota attorno alla Silicon Valley la posta in palio è apparsa subito evidente. In gioco, ha scritto Julia Angwin sul New York Times, c’è “la possibilità o meno di costruire una versione non commerciale di intelligenza artificiale in grado di essere utile alla gente almeno quanto di produrre profitti”, sapendo che “i rischi di mettere interamente nelle mani di inaffidabili aziende della silicon Valley sono troppo alti”. Di fatto, la controffensiva è stata immediata e potente. Due giorni dopo lo show down ad Open AI, il Ceo di Microsoft Satya Nadella ha fatto sapere di esser pronto ad assumere Altman e i suoi più stretti collaboratori per affidargli una divisione interamente dedicata allo sviluppo di AI. E centinaia di collaboratori di Altman hanno fatto sapere che avrebbero seguito il loro capo.

In breve, a San Francisco è suonata la ritirata. E martedì 22 Open AI annunciato il ritorno del suo Ceo alla testa di un board profondamente rinnovato, in una logica esplicitamente “profit oriented”. Alla guida Bret Taylor, un esperto manager della Silicon Valley che di recente ha supervisionato la vendita di Twitter a Elon Musk per 44 miliardi di dollari. Al suo fianco Adam D’Angelo, un “tecnico” arrivato a Open Ai dopo essere stato CTO di Facebook e poi CEO di Quora, e soprattutto Larry Summers, l’economista amico di Obama che fu controverso segretario al Tesoro con Clinton negli anni della selvaggia deregulation dei derivati e del no al controllo delle emissioni di Co2, poi contestatissimo presidente dell’università di Harvard e infine consulente di una serie di società di Wall Street e poi della Silicon Valley: “Non c’è spia più evidente che Open Ai non fa sul serio quando parla di interessi dell’umanità della nomina di Summers nel suo consiglio di amministrazione”, ha commentato su X Jeff Hauser, direttore del think tank democratico Revolving Doors Project.

Negli Usa, il dibattito sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale è aperto da tempo. E ha radici antiche, se si pensa anche solo al ruolo inquietante del computer HAL 9000 che in “2001 Odissea nello Spazio” Stanley Kubrick tratteggiò già nel 1968. Ma è negli ultimi anni che il dibattito si è fatto pressante, spinto anche dal successo travolgente di app entrate nell’uso di massa, dalle cosiddette chat bot che usiamo ogni giorno in casa o sul cellulare al più recente e discusso ChatGPT che proprio Open AI ha immesso sul mercato e che è in grado di sviluppare ricerche e testi sostituendosi alle persone, come hanno esplicitamente accusato gli sceneggiatori in sciopero contro gli Studios di Hollywood. Tesla ha sistemi di AI sulle sue auto. Ma le possibili applicazioni della tecnologia vanno dalla sorveglianza all’ambito biomedico, in una corsa che convoglia centinaia di miliardi di dollari nella ricerca e costruzione di sistemi sempre più in grado di replicare le funzioni dell’intelligenza umana: “Se sei contro l’intelligenza artificiale – ha detto Mark Zuckerberg, Ceo di Meta – sei contro la possibilità di aver auto che non provocano incidenti o di fare diagnosi più precoci di malattie che non riusciamo ancora a curare”.

Ma anche nel mondo high tech sono in molti a temere che lo sviluppo incontrollato di AI contenga pericoli, e che la corsa verso computer intelligenti di livello umano o anche superumano può aver effetti catastrofici per l’umanità, se già oggi i supercomputer “allucinano”, ovvero producono dati sbagliati o contradditori se in rete non trovano quel che gli serve per rispondere a quel che gli viene chiesto: “Il modello standard di intelligenza artificiale – spiega Stuart Russel, direttore del centro per lo studio di AI all’università di Berkeley - richiede alla macchina di perseguire un obiettivo definito, specificato dagli uomini. Ma se l’obiettivo è sbagliato o i dati incompleti non saremo in grado di impedire alle macchine di andare fino in fondo. E non potremo semplicemente staccare la spina, perché un’entità super intelligente avrà preso contromisure per evitare che questo accada”.

Nel breve, molte preoccupazioni riguardano le possibili implicazioni per il mondo del lavoro, che Dalon Acemoglu – economista del MIT di Boston – quantifica in milioni di posti persi nei settori più esposti e una flessione dei salari “paragonabile solo a quella subita dagli operai inglesi all’epoca della rivoluzione industriale”. Acemolgu e altri lanciano l’allarme per gli effetti di un abuso di tecnologia che già si vedono nel processo democratico e cita l’uso che dell’AI fa già la Cina per “il controllo degli abitanti delle città, che vivono in una dimensione di totale assenza di privacy”.

L’amministrazione Biden ha colto in parte queste preoccupazioni, varando il 30 di ottobre un executive order intitolato “Sviluppo e uso sicuro e affidabile dell’intelligenza artificiale”, che dispone una serie di controlli e analisi e rapporti che in prospettiva potranno diventare l’infrastruttura di un vero sistema regolatorio. Ma con molta cautela, nella consapevolezza che stringere le maglie negli Usa può indurre le compagnie a portare all’estero le tecnologie sviluppate negli Stati Uniti, ed esporle alle incursioni di potenze nemiche.

Del resto, la Cia ha già messo nel mirino gli Emirati Arabi Uniti, un alleato strategico che da tempo – come i vicini sauditi – tenta di giocare una sua partita con Russia e soprattutto Cina. A far scattare l’allarme è stato l’annuncio che G42 – compagnia high tech in partnership con Open AI, di proprietà dello sceicco Tahun bin Zayed – costruirà insieme a Dell e Cerebras (un’impresa della Silicon Valley che produce sistemi anche per la Us Air Force) un impianto da 100 milioni di dollari per costruire “il più grande supercomputer al mondo”. La Cia non si fida affatto del suo Ceo Peng Xiao, un manager di evidenti origini cinesi che ha studiato negli Usa per poi rinunciare alla cittadinanza americana. E l’applicazione che ad Abu Dhabi consente al governo di controllare i propri cittadini è stata realizzata per G42 da tecnici cinesi della Huawei, il gigante dell’elettronica controllato dal governo di Pechino. Abbastanza per far dichiarare alla portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale “la forte preoccupazione – ha detto Kathleen Waters - che la Cina cerchi di fare passi avanti in ambito militare e di intelligence con l’acquisizione di tecnologie e dati sensibili acquisiti negli Usa che l’amministrazione Biden è decisa a proteggere”.

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